Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, ha lavorato come dipendente della struttura burocratica servente dell’Assemblea regionale siciliana. Con la qualifica di consigliere parlamentare. Ha pubblicato diversi libri di contenuto storico e filosofico, tra i quali Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna (Casa Editrice Bibliosofica, Roma 2007).

Quando ancora esisteva l’Unione Sovietica, l’Ucraina era la terza repubblica federata quanto ad estensione (oltre 600mila km quadrati) e la seconda per popolazione. Nel mese di dicembre del 1991, i rappresentanti delle repubbliche di Russia, Bielorussia e Ucraina, riuniti vicino Minsk, decisero di continuare a condividere un destino comune, in quanto le tre repubbliche erano accomunate dal fatto di essere la patria di tre nazioni slave. Alla fine dello stesso mese di dicembre del 1991, venne istituita la “Comunità degli Stati indipendenti”. In aggiunta alla Russia e alle altre due repubbliche slave, aderirono altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica.

In particolare, aderirono: il Kazakistan, con il suo vastissimo territorio, esteso per oltre due milioni 700 mila km quadrati, che per un tratto confina direttamente con la Cina; il relativamente piccolo Uzbekistan, con la sua capitale Tashkent e con un passato ricchissimo di storia, tanto è vero che nel suo territorio si trovano le città di Samarcanda e di Bucara; l’Azerbaigian, nel Caucaso, con capitale Baku; l’Armenia; il Kirghizistan; il Tagikistan; il Turkmenistan; la Moldavia. Alla fine del 1993 pure la Georgia entrò a far parte della CSI. Fu, però, anche la prima ad uscirne, in seguito alla crisi del 2008. L’Ucraina è uscita dalla CSI nel 2018.

La recente storia dell’Ucraina è quella di una terra contesa. Contesa fra, da un lato, l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti d’America e presidiato in questa parte del mondo dall’alleanza militare della Nato, e, dall’altro lato, la Russia. Il grande problema di comprensione degli avvenimenti è che i rapporti fra Ucraina e Russia non possono essere concepiti e descritti come quelli che, storicamente, caratterizzarono i rapporti fra la Polonia, altro importante Paese slavo, e la Russia. La Polonia fu potente in tempi ormai remoti. Nel 1612 Mosca era occupata da truppe polacche e lituane. Nell’anno 2005 il presidente Putin ha istituito una “festa dell’unità nazionale”, che ricorre il giorno 4 novembre, proprio per celebrare la cacciata dei polacchi in quel 1612. Si noti che l’anno successivo, il 1613, salì al trono il primo zar della dinastia dei Romanov, dinastia che avrebbe continuato a regnare, senza soluzioni di continuità, fino al 1917. Quando la Polonia era potente, aveva il dominio pure sull’Ucraina. Nel 1654 i cosacchi ucraini si rivoltarono contro la dominazione polacca e si posero sotto il protettorato dello zar di Russia.

Nel tempo, i rapporti di forza si invertirono. A partire dalla fase terminale del diciottesimo secolo, tanto più nel diciannovesimo, fu chiaro che la Russia si poneva nei confronti della Polonia nella logica del Paese dominatore che ha sempre meno riguardi verso il Paese dominato. Alla fine del Settecento tre Stati si spartirono fra loro la quasi totalità del territorio polacco. Le spartizioni progressive avvennero, rispettivamente, nel 1772, nel 1793 e nel 1795.

Precisiamo quali fossero i predetti tre Stati. 1) L’impero asburgico, cosicché i ruteni della Galizia, oggi considerati ucraini a tutti gli effetti, erano sudditi dell’imperatore d’Austria; la città di Leopoli, con la sua antica università, faceva parte dell’impero asburgico. Anche la città di Cracovia, che inizialmente ebbe lo status di “città libera”, nel tempo sarebbe diventata asburgica. 2) Il regno di Prussia, che, in precedenza, grazie all’iniziativa militare del re Federico II di Hohenzollern, aveva già conquistato parte della Slesia orientale, con la sua città più importante, Breslavia, e che ora si annetteva città polacche cariche di storia come Torun e Poznan. 3) A fare la parte del leone fu, tuttavia, l’impero russo.

Le guerre napoleoniche sembrarono rimescolare le carte. Il Congresso di Vienna del 1815 stabilì che ciò che restava della Polonia, con la sua capitale Varsavia, fosse costituita in un cosiddetto “Regno del Congresso”. Tra le città incluse nei suoi territori va ricordata Lodz, nella quale era presente un forte insediamento ebraico. La corona di tale regno spettava allo zar di Russia (unione personale di due regni) ed infatti Alessandro I Romanov fu incoronato re di Polonia e giurò di rispettare la costituzione polacca.

Il successivo zar Nicola I, molto più assolutista, si rifiutò di assumere questa seconda corona, considerando la Polonia già parte integrante dei suoi domini. Nel mese di novembre del 1830, prima la Polonia e poi la Lituania insorsero contro la Russia. Ci fu una guerra molto combattuta e cruenta. Nel mese di settembre del 1831 le truppe russe espugnarono Varsavia. Nel 1832 Nicola I impose uno “statuto organico” per la Polonia. Fu dopo la fallita guerra d’indipendenza degli anni 1830-1831 che gli esuli polacchi si sparsero per tutta Europa, un po’ come gli ebrei della diaspora. Sempre pronti a impegnarsi in lotte a sostegno della causa della libertà, ovunque si trovassero.

I legami fra l’Ucraina e la Russia, viceversa, furono sempre più stretti e intrecciati. Iniziamo dalla lingua ucraina, detta anche ruteno, o piccolo russo, che è affine alla lingua russa, chiaramente imparentata con essa. Quando si parla di Anton Cechov (1860-1904) tutti siamo portati a considerarlo un pilastro della letteratura e del teatro russi; ma era nato in Ucraina. Pure la famiglia di Aleksandr Solgenitsin (1918-2008) era di origine cosacco-ucraina. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. I predetti legami possono essere ricostruiti e documentati procedendo a ritroso nel tempo. Hanno una profondità, un respiro storico, di oltre mille anni.

Per chi studia la storia della Russia è pacifico parlare del “periodo di Kiev”. Kiev è, appunto, la “madre delle città russe”. Furono i Variaghi, più comunemente noti come Vichinghi, a fondare la città di Novgorod e poi, da qui, penetrarono nell’interno, in territori abitati da tribù slave. L’unione fra variaghi e slavi portò alla formazione di quella che viene considerata la prima formazione statuale delle popolazioni slave: la “Rus’ di Kiev”. Siamo nel nono secolo dopo Cristo. La città di Kiev divenne sempre più popolosa e politicamente importante durante il regno di Vladimir I, che durò dal 980 al 1015. Vladimir, di stirpe variaga, si convertì al cristianesimo e si fece battezzare. Divenne alleato dell’imperatore bizantino Basilio II, detto il “Bulgaroctono”. Ne sposò la sorella, in modo da dare stabilità e solennità a tale alleanza. I bizantini posero però come condizione che i sudditi della Rus’ di Kiev seguissero i riti e gli insegnamenti della Chiesa di Costantinopoli, cioè della Chiesa ortodossa. Secondo il mito, la Chiesa di Costantinopoli fu fondata dall’apostolo Andrea. Chiamato per primo da Gesù; prima del fratello, l’apostolo Pietro. Il che, per i bizantini, significava che la Chiesa di Costantinopoli veniva prima di quella di Roma.

Intanto, nel nono secolo, era iniziata una attività di proselitismo religioso della medesima Chiesa ortodossa verso le popolazioni slave. Basti ricordare il ruolo fondamentale svolto dal monaco bizantino Cirillo e da suo fratello Metodio. Ciò che è più importante, Cirillo elaborò l’alfabeto detto “glagolitico” (dalla radice slava glagol, parola). Curò la traduzione di brani evangelici dal greco in quella nuova lingua scritta, concepita apposta per gli slavi. L’alfabeto cirillico, tuttora usato dagli slavi ortodossi, fu introdotto e si affermò proprio in virtù del lavoro svolto dai discepoli di Cirillo e Metodio. Questi sono entrambi annoverati tra i santi, tanto dalla Chiesa ortodossa, quanto dalla Chiesa cattolica.

Nel 1240 il territorio e la città di Kiev furono conquistati dai mongoli dell’Orda d’oro. A quel tempo tutte le popolazioni slave erano costituite, nella stragrande maggioranza, da contadini, i quali vivevano pacificamente e, in qualche misura, erano capaci di auto-organizzare il loro lavoro agricolo attraverso le comunità rurali, coordinate dagli anziani dei villaggi. Le comunità assegnavano gli appezzamenti di terra da coltivare ai contadini che erano in grado di farlo, tenendo conto delle dimensioni numeriche delle famiglie. Non c’era la concezione del diritto di proprietà privata, quale si era sviluppata nell’Europa occidentale ed era stata codificata nel diritto romano. Il possesso delle terre, e il connesso lavoro, erano affidati in via temporanea. Le medesime comunità rurali promuovevano periodicamente la rotazione delle colture, affinché i campi fossero sempre produttivi e gli equilibri della natura venissero rispettati.

Quei contadini slavi furono vessati, derubati e sfruttati da guerrieri nomadi che provenivano da Oriente, dal cuore dell’Asia: mongoli e tatari (o “tartari”). I secondi erano di origine turca; a differenza dei mongoli, i tatari si erano convertiti all’Islam ed erano musulmani sunniti. L’incontro fra slavi e tatari non fu senza conseguenze per entrambi: non ci si combatte soltanto, ma, inevitabilmente, si apprende qualcosa degli usi e costumi dell’avversario e, nel tempo, ci si accorge di esserne stati influenzati. Ad esempio, i cosacchi, uomini fieri e liberi, diventarono abilissimi nel combattere a cavallo; ciò sicuramente dipende dal fatto che si erano dovuti scontrare continuamente con i guerrieri mongoli e tatari, i quali basavano la loro forza militare proprio sul combattimento a cavallo.

La Russia inizia ad avere un ruolo importante nella storia europea durante il regno di Pietro I Romanov (1672-1725), detto Pietro “il grande”. Egli fu incoronato zar “di tutte le Russie” (al plurale) il 25 giugno del 1682. Allora aveva dieci anni e salì al trono in coreggenza con il fratellastro Ivan V, malato anche di mente. Nel 1682 lo zar di tutte le Russie vantava una serie di titoli nobiliari. A partire da granduca di Russia, nella lunga sequenza di titoli era compreso anche quello di “gran principe di Kiev”. Pietro I si accorse che la Russia era “in ritardo” rispetto ai Paesi europei più avanzati e decise che, per recuperare questo ritardo, occorresse introdurre nei territori del suo regno innovazioni tecniche, cultura scientifica, nuovi modelli organizzativi. Egli copiava a piene mani dall’esperienza dell’Occidente; ma non perché fosse convinto che i valori in cui l’Occidente si riconosceva fossero preferibili dal punto di vista morale. Semplicemente, nei Paesi occidentali le cose funzionavano meglio.

Pietro I volle sapere come gli olandesi e gli inglesi costruissero le loro navi e dotò la Russia di una importante flotta, sia commerciale, sia, soprattutto, militare. Era appassionato di tecniche militari e volle riorganizzare radicalmente l’esercito russo, dandogli armamenti e criteri organizzativi all’avanguardia, per i tempi. Fondò l’Accademia delle Scienze e delle Arti. Stimolò la colonizzazione della Siberia. Nel 1703 fondò la città di San Pietroburgo, alla foce del fiume Neva. Una città moderna e molto bella; alla progettazione della quale concorsero i migliori architetti europei, anche italiani.

Per le realizzazioni gigantesche, del tipo descritto, occorrevano ingenti risorse finanziarie. Pietro I si dedicò alla costruzione di un efficiente sistema fiscale. La riforma tributaria fu preceduta da un censimento generale della popolazione. Fu poi introdotta una imposta personale, il cosiddetto “testatico”. L’inasprimento fiscale ebbe, però, la conseguenza di fare sì che le grandi masse contadine si considerassero vessate ed oppresse. Non tanto dalla persona dello zar, comunque rispettato; ma proprio dal governo, dalle istituzioni. Da qui la propensione a violare le leggi, ogni qual volta fosse possibile; da qui un sentimento di separatezza dalle istituzioni, di ribellismo anarcoide, che covava nel profondo e ogni tanto si manifestava. Oltre tutto, Pietro I non fu tenero con la stessa Chiesa ortodossa, anteponendo le esigenze della modernizzazione a quelle del rispetto delle tradizioni religiose. Ad esempio, nell’anno 1700, impose il taglio della barba; i costumi occidentali venivano così imposti forzosamente.

Come ha scritto Aleksandr Herzen, nel suo scritto del 1851 Lo sviluppo delle idee rivoluzionarie in Russia (tradotto in italiano con l’ulteriore titolo di Breve storia dei russi), l’esperienza storica di Pietro I segna il passaggio dal periodo dello “zarismo moscovita” a quello dello “imperialismo pietroburghese”. Ed infatti lo zar assunse, formalmente, il titolo di imperatore nel 1721; anche se ciò aveva più che altro una valenza simbolica, era anche rivelatore di un preciso cambio di mentalità. Pietro I copiava gli occidentali in modo selettivo. Nulla gli importava, ad esempio, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo. Al contrario, sciolse una antica istituzione russa, la Duma, ossia l’assemblea dei boiari, i quali erano in origine capi militari e poi erano diventati grandi proprietari terrieri. La sostituì con un Senato, di nomina regia e con poteri limitati, quasi esclusivamente consultivi. I nobili vennero tutti impiegati in compiti di servizio allo Stato. Nel 1722 venne istituita una “tabella dei gradi”, articolata in 14 livelli, che valeva per tutte le amministrazioni, sia militari che civili. Raggiunto un certo grado intermedio, il titolo nobiliare derivante dalle funzioni disimpegnate diventava trasmissibile agli eredi. Il territorio dello Stato fu ripartito in otto grandi unità territoriali, ciascuna sotto la responsabilità di un governatore. Ciò serviva sia per lo svolgimento di funzioni amministrative, sia ai fini del prelievo fiscale.

In conclusione, nella complessa personalità di Pietro I convissero il risoluto modernizzatore e il despota privo di scrupoli. Egli fu antesignano di quel “dispotismo illuminato” che contraddistinse tanti sovrani europei, influenzati dalle idee dell’Illuminismo, nel diciottesimo secolo. Pietro I, di suo, ci mise un più accentuato autoritarismo. A suo giudizio, per modernizzare e razionalizzare il mondo umano non occorreva ricercare il consenso, ma era necessaria una volontà inflessibile, che sapesse imporsi con la forza ai riottosi. Ciò, ovviamente, non escludeva il sincero desiderio di giovare al popolo; ma questo era considerato come un “bambino” che andava guidato e tenuto sotto tutela perché, lasciato a sé stesso, avrebbe potuto farsi male.

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