Massimo Fochi, psicologo e psicoterapeuta, è docente di Filosofia e Storia presso il Liceo "Coluccio Salutati" di Montecatini Terme (PT).

Se per valutare le conseguenze della pandemia e della Dad sugli alunni prendiamo come indicatori attendibili i parametri di rendimento ai test Invalsi appare evidente un notevole calo nelle conoscenze e nelle competenze dei ragazzi e la matematica sembra essere la più penalizzata delle discipline. Inoltre secondo la Fondazione Veronesi il 70% degli studenti avrebbe manifestato un sensibile calo della concentrazione nello studio. Come spiegare questi dati?

Interrogati al riguardo, i miei alunni hanno elencato una prima semplice problematica da loro vissuta in prima persona. Mi hanno fatto notare come abbia giocato un ruolo negativo l’assenza di tutti quei rituali che normalmente conducono dal risveglio fino alla porta della scuola. Questo può portare ad un inadeguato e parziale risveglio e a mantenere la mente in una dimensione ovattata poco idonea allo studio e alla concentrazione. Ma ovviamente c’è molto di più.

In fondo, si potrebbe obiettare, la trasmissione dei contenuti è sostanzialmente conservata nella Dad, ma in realtà i contenuti verbali espressi dall’insegnante sono solo una parte del processo educativo e formativo. Dichiarano i ragazzi, senza mezzi termini, che le cose fatte in Dad le ricordano molto meno. Questo accade, dicono, perché siamo più passivi, siamo portati a chiedere di meno, si interagisce meno, ma principalmente perché manca l’effetto traino della presenza fisica dell’insegnante (tutte le componenti di comunicazione analogica quasi scompaiono con la Dad) e scompare pure il contributo emotivo connesso alla presenza dei compagni.

Ecco dunque un punto importante. Le emozioni non sono solo un ostacolo al dispiegarsi della potenza conoscitiva della ragione come in molti casi la filosofia classica (da Platone a Cartesio) ha ritenuto. Ovviamente certe emozioni esplosive, forti e incontrollabili, seducenti e improrogabili, impediscono alla ragione di fare il proprio lavoro. Vogliono prendere il possesso del corpo e lo guidano secondo logiche evolutive che tendono a trascurare le avvertenze della ragione. Tuttavia, ricordando la lezione di Damasio nel suo straordinario saggio L’errore di Cartesio, per lavorare a pieno regime, adeguatamente, la ragione, in particolare nell’ambito deliberativo, necessita di un arcipelago emotivo che permetta di fissare con ricordi, con immagini significativamente cariche, i concetti trasmessi, arricchendoli con emozioni e dati contestuali e circostanziali.

Inoltre l’assenza di pressione sociale da parte del docente e del gruppo classe, la monotonia, facilitano la distraibilità. I mancati commenti, le mancate battute rendono tutto più neutro, piatto, emotivamente sbiadito, tendenzialmente molto più noioso e dunque, proprio per questo, assai più difficile da rievocare. Questo perdurare troppo a lungo di una bonaccia emotiva indotta dall’isolamento causato dal Covid, contrariamente a quello che si potrebbe ingenuamente ritenere, non favorisce ma ostacola l’apprendimento e la memorizzazione. Ma c’è di più: questa navigazione senza vento ci fa perdere il senso di noi stessi.

Molti ragazzi hanno detto che dopo un giorno di sola Dad, privo di interazioni e caratterizzato solo da isolamento, non sapevano più chi erano. Alla lunga questo stato di passività e di isolamento estende i suoi danni dalla sfera cognitiva a quella psichica e si riscontrano sempre più diffusi stati d’animo disforici quando non francamente depressivi. Ci si abitua all’inedia, alla passività e secondo dati del Censis il 76% di dirigenti scolastici avrebbe confermato questo dato, constatando nei discenti un crescente e preoccupante stato di apatia e indifferenza.

Secondo un’interessante ricerca condotta dall’Istituto Gaslini di Genova un ruolo stressogeno rilevante sarebbe da attribuire alla forte limitazione delle libertà individuali. Oltre al disagio psicologico sembrano evidenziarsi anche ricadute psicosomatiche quali l’aumento di patologie sistemiche auto-infiammatorie (sindrome di Kawasaki). Sui minori si nota poi una ricaduta del deteriorarsi del clima relazionale nelle famiglie dovuto al malessere circostanziale dei rapporti tra i genitori che può risentire negativamente di un eccesso di vicinanza, di una forzata prossimità che azzera gli spazi relazionali individuali e che può far esplodere situazioni conflittuali latenti.

In seguito a tutto ciò rileviamo un aumento generalizzato dell’irritabilità, dei disturbi del sonno, degli stati d’ansia con difficoltà ad addormentarsi e correlate difficoltà nel risveglio. Sapete cosa ci hanno dato i politici per far fronte a tutto ciò? I banchi con le rotelle con queste interessanti motivazioni: “Il nuovo banco permetterà agli studenti di lavorare in gruppo, peer to peer, di avere un approccio all’apprendimento diverso”. Il solito insulso inglesismo per coprire il nulla concettuale ma… per dirla con Gaber: “Quando è moda è moda”. Tuttavia senza sottostimare le problematiche legate alla pandemia e alle sue inevitabili conseguenze didattiche (Dad) credo che la scuola soffra di ben più antiche e strutturali problematiche che si radicano nel suo percorso evolutivo (o involutivo).

Se mi si consente di essere sintetico e brutale, direi che gran parte dei problemi nascono dall’aver confuso il sacrosanto diritto allo studio, il diritto alla formazione e all’istruzione con il diritto, per niente sacrosanto, ad avere, a prescindere da impegno, studio e comportamento, un diploma. La scuola che non premia i meriti e le capacità, che non seleziona e non è fondata sull’autorevolezza del docente, prepara sempre meno alla vita, non educa, non migliora i ragazzi; non produce alunni più liberi ed uguali ma più bulli e prepotenti. Questa tendenza è insensata e dannosa perché risulta:

  • demotivante per i meritevoli,
  • perniciosa per i meno meritevoli (che non possono cogliere il confine tra giusto e sbagliato, tra utile e dannoso),
  • impoverente per la società sempre più infarcita di incapaci e dunque pericolosa per il destino della nostra casa comune.

Aver trasformato il “merito” in un concetto classista e discriminatorio è assolutamente insensato e per fortuna mi sembra che diversi intellettuali, anche appartenenti all’area politica che più ha cercato (illusoriamente) di “democratizzare” la scuola estromettendo il merito, si siano accorti del disastro compiuto (vedi P. Mastrocola, L. Ricolfi, Il danno scolastico). È una scuola che non ha ridotto le distanze tra ricchi e poveri ma anzi le ha ingigantite. La scuola non può assolutamente limitarsi a ricercare il benessere psicologico (non è un centro benessere, una Spa) ma deve ricercare incessantemente anche la crescita cognitiva. Pensare è bello. Dobbiamo aiutare i ragazzi a sentirlo, a viverlo.

Nel 2017 oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti hanno inviato al governo e al Parlamento una lettera aperta favorevole alla scuola del merito e della responsabilità dove si chiedevano interventi urgenti:

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente […] alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana […]. Purtroppo non si vede alcuna volontà politica adeguata alla gravità del problema.

La nostra è, e spero resterà ancora a lungo, una società aperta, libera, interclassista; dunque la selezione tra lavori di maggior difficoltà, maggior responsabilità e lavori più semplici, magari banali, dovrà essere fatta. Se escludiamo il merito da questa operazione, resteranno per decidere dei destini dei nostri figli le clientele politiche, la corruzione, le mafie producendo una società non solo ingiusta ma anche zoppicante ed inefficiente, dannosa per tutti. Che riforme hanno proposto i nostri politici in questi anni? L’alternanza scuola-lavoro, che nei licei è risultata spesso velleitaria, inutile e dannosa, e il burocratico inserimento dell’educazione civica. A mio modo di vedere, acquisire senso civico non è una materia ma il fondamento stesso, il senso profondo del fare scuola. Non mi sembra ci sia alcuna utilità nell’erigere un castello di fogli, di burocrazia e retorica attorno a questa importante area certamente indispensabile a forgiare cittadini consapevoli.

La politica ci ha fornito solo disinvestimenti, concorsi non fatti per anni e un proliferare del precariato a danno della continuità didattica (solo negli anni 2008-2011 ben 8 miliardi di tagli e 120.000 unità di personale in meno). Abbiamo classi composte quasi sempre da oltre 20 studenti (con aule molto spesso non a norma) che costringono molti colleghi con materie solo orali a dover fare compiti scritti perché impossibilitati a coniugare l’esigenza di spiegare decentemente il programma con il dover valutare adeguatamente tutti.

Infine vorrei rilevare altri gravi danni collaterali prodotti dall’impoverimento culturale. Per una serie di deficit didattici (non solo italiani) si fa sempre più fatica a collocare in una giusta prospettiva storica gli avvenimenti dal passato. Anche da questo derivano atti vandalici ridicoli nella loro assurdità e rozzezza come abbattere le statue di Colombo, proporre di abolire le favole classiche o condannare Dante perché politicamente scorretto nel suo confinare Maometto all’inferno.

Questi errori di prospettiva derivano dalla mancanza di dimestichezza col passato, dal non saper collocare le cose nella giusta prospettiva storica. Abbiamo così il delirio trionfante del politicamente corretto fuori contesto, fino alla negazione di noi stessi, delle nostre radici culturali. È noto che gli italiani che leggono almeno un libro all’anno – ultimi dati Istat 2016 – sono scesi al 40,5% (segno che il 59,5% non legge libri). Sono forse meno conosciuti ma ancora più preoccupanti i dati del rapporto Ocse Pisa 2015 sulle competenze alfa numeriche degli adulti in 29 Paesi, da cui emerge che ben il 70% della popolazione italiana è al di sotto del livello 3, quello a partire dal quale è possibile vivere e lavorare dignitosamente nel mondo di oggi. La tendenza al neo-analfabetismo si riscontra in molti paesi civili ma da noi raggiunge il picco del 70% di cittadini dai 16 ai 65 anni: 6% di analfabeti primari, 22% di analfabeti di ritorno che perdono nel corso della vita le competenze acquisite sui banchi di scuola, 42% di analfabeti funzionali che pur sapendo decifrare un testo non ne padroneggiano il significato.

Credo invece che dovremmo puntare a formare tutti e a tutte le età nell’era delle sfide sempre più ardue della tecnologia avanzata. È un imperativo sociale, politico, culturale se vogliamo essere al passo con la storia e con le conquiste scientifiche. E va detto che la scuola, nonostante la continua denigrazione, la sottovalutazione che, al di là della retorica, è nei fatti della politica da decenni, continua come può a far muro contro il dilagare dell’incultura seminata da una società che identifica solo nel profitto e nel business il generatore di tutti i valori del nostro tempo. Purtroppo sempre più, anche le scuole, sono state contaminate e vengono sempre più spinte verso questa mentalità mercantile, quasi che fare cultura fosse un prodotto come un altro e far scuola fosse qualcosa da vendere, una merce tra le altre, assimilabile ad inscatolare e vendere pelati.

Pensare può essere bello, è bello, ma dobbiamo sapere che costa fatica, impegno, esercizio e una scuola che non abitua a questo, che non ti offre nemmeno più un vocabolario sufficiente ad esprimere compiutamente il pensiero è una scuola che tradisce il suo scopo. Ma non è colpa degli insegnanti. Siamo vittime di visioni politiche miopi e limitate, che non sanno riscoprire e trasmettere come lo studio, la conoscenza e l’impegno possano essere visti come una entusiasmante fuga per la libertà, una fuga guidata dai noi docenti, per evadere dal carcere oscuro dell’ignoranza verso l’orizzonte di un futuro aperto, libero e ricco di promesse.

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