Massimo Fochi, psicologo e psicoterapeuta, è docente di Filosofia e Storia presso il Liceo "Coluccio Salutati" di Montecatini Terme (PT).

Non sono un giocatore di scacchi ma, forse per una sorta di intuizione, venti anni fa ne ho colto le grandi potenzialità pedagogiche e di sviluppo cognitivo. Non mi definisco un giocatore perché non lo sono ma anche perché vivo gli scacchi con una sorta di inversione del rapporto tra mezzi e fini. Il giocatore studia con passione per imparare a giocare, io invece insegno ai miei ragazzi a giocare per imparare a studiare.

Sono partito dal rilevare, nel mio ruolo di docente di filosofia, le crescenti difficoltà dei ragazzi a concentrarsi, a studiare prolungatamente. Mi sono chiesto: perché sta accadendo?

Ho ritenuto che, almeno in parte, si potesse attribuirne la responsabilità al fatto che fin da piccoli i ragazzi sono spinti a fare giochi basati principalmente su stimolazioni percettive. Questi giochi li allenano ad un’adeguata rapidità di risposta (pensiamo a tutti i giochi tipo play station), ma finiscono per far sentire come statico e noioso tutto ciò che non sia rapido e veloce. La percezione corre dinamica e accattivante ma il pensiero ristagna e la riflessione è spesso, in questi giochi, superflua e talvolta addirittura controproducente.

Con l’insegnamento degli scacchi ho cercato di riequilibrare, per quanto possibile, le cose, spingendo in direzione opposta: nessun movimento o comunque pochissimi stimoli percettivi mentre il pensiero deve correre incessantemente e aprire scenari di possibilità, di opportunità da valutare profondamente e con sforzo, esercitando e facendo maturare il pensiero ipotetico deduttivo. Inoltre giocare assieme genera un forte senso di appartenenza e i giocatori di una squadra imparano l’arte di conciliare la forte competitività, implicita sia nel gioco che nel desiderio di conquistarsi un posto in squadra, con l’aiuto reciproco e la solidarietà, perché per ottenere risultati, nei tornei scolastici, dobbiamo vincere di squadra. Insomma essere solidali ed essere competitivi possono essere due valori che si integrano piuttosto che elidersi, e questo mi è sembrato e mi sembra davvero un grande insegnamento che potrà poi trasferirsi anche ad altri domini della vita. Ma vediamo altri aspetti pedagogici.

Gli scacchi sono una grande palestra di vita, ne sono una bella e ricca metafora, specialmente per quei ragazzi che, futuri professionisti, dovranno imparare a trarre gioia e diletto dal pensare, dal formarsi, dallo studiare. Giocare a scacchi insegna che pensare è bello. Credo che così ci si possa avviare a capire cosa abbiano significato per Newton, Darwin o Einstein quei lunghi periodi di esplosione creativa che li portarono via dal mondo e dalle gioie più semplici ed ovvie del vivere quotidiano, fino a spingerli ad isolarsi per mesi, talvolta per anni. Lo facevano perché costretti? Perché pagati? Per fare carriera? No, lo facevano perché pensare, risolvere problemi è bello, può essere infinitamente bello. La cosa più bella che potevano fare.

E dunque uscendo dalla metafora scacchistica si può capire ciò che, nell’Etica nicomachea, Aristotele più di duemila anni fa ci suggerì. La più alta forma di felicità di cui l’uomo è capace, l’“eudemonia”, consiste precisamente nel fare, bene, con impegno, sforzo, sacrificio, ciò per cui siamo portati, ciò per cui siamo nati. L’insegnamento aristotelico in questo è coerente con quanto ci insegna la psicoanalisi, ovvero che una vita sarà piena e soddisfacente solo a patto di non tradire noi stessi e di valorizzare i doni e le predisposizioni che la natura ci ha dato, coltivandole. Dobbiamo imparare a godere nel “fare bene ciò per cui siamo portati”, evitando l’unico vero grande tradimento in cui possiamo incorrere ovvero tradire noi stessi, le nostre attitudini, le nostre vocazioni. Pensare può essere bello, impegnarsi e crescere è bello, divertente, ricco di soddisfazioni e gli scacchi, gioiosamente ce lo insegnano.

Si tratta adesso di capire quali reali modificazioni neuronali e miglioramenti cognitivi possano essere prodotti da questo antico e nobile gioco. La maggior parte degli interventi educativi cerca di attivare delle competenze che, in una certa misura, si ritiene siano trasferibili da un dominio a un altro. In effetti, la trasferibilità delle competenze è un’ipotesi tacita ma implicita in quasi tutti i programmi educativi. In altre parole si può insegnare un’attività specifica, nella convinzione che questa possa sviluppare competenze e abilità utilizzabili anche in altri domini.

Dobbiamo ricercarne le prove, le testimonianze empiriche. Ad esempio, per quanto riguarda la stimolazione e lo sforzo di memoria (così importante negli scacchi giocati ad alto livello), per adesso non sono riuscito a trovare evidenze sperimentali certe che dimostrino come i risultati di questo sforzo possano trasferirsi ad altre aree, anche se vi sono forti indizi che questo possa accadere. Secondo alcune ricerche recenti (Sala et al., 2015Scholz et al., 2008; Trinchero e Sala, 2016) gli scacchi migliorano (seppur moderatamente) le abilità matematiche dei bambini perché il gioco ha alcuni elementi in comune con il dominio matematico e perché promuove abitudini mentali adeguate (Costa & Kallick, 2009). Attraverso gli scacchi, infatti, i bambini allenano diverse abilità indipendenti dal contesto scacchistico (come la capacità di comprendere l’esistenza di un problema e la necessità di attivare un ragionamento corretto, tramite ipotesi e deduzioni, per affrontarlo), che possono trasferirsi al dominio matematico.

Attualmente c’è molta ricerca intorno ai possibili benefici derivanti dall’insegnamento degli scacchi nelle scuole. La questione è assai interessante e teoricamente importante perché in linea di principio si considera teoricamente difficile il “trasferimento lontano”. Ad oggi gli studi sul trasferimento di competenze verso attività specifiche come la lettura e la matematica sembrano, come già detto, dare risultati positivi anche se non è chiaro quanto possano essere significativi. Altri studi, invece, hanno dimostrato che applicarsi nel gioco degli scacchi può incrementare il quoziente intellettivo (QI). In particolare, in uno studio condotto su 4000 studenti venezuelani, si è riscontrato un aumento significativo nel punteggio del QI, dopo solo 4 mesi di lezioni di scacchi. Quasi tutti gli studi concordano sul fatto che siano necessarie almeno 25/30 ore di insegnamento per iniziare ad avere risultati osservabili.

La domanda centrale è in quale ambito gli scacchi possano rivelarsi più utili. A mio modo di vedere più che un miglioramento specifico e settoriale, magari in una certa materia scolastica, quello che dobbiamo aspettarci è un miglioramento significativo di alcune precondizioni utili allo sforzo cognitivo e dunque proficue nello studio e nel lavoro in generale. In primo luogo metterei in evidenza la possibilità di implementare l’attenzione. L’attenzione consiste nel focalizzare l’attività cerebrale su un ambito specifico e di conseguenza essa tende ad escludere automaticamente percezioni, oggetti e pensieri che non sembrino pertinenti. Più la capacità di concentrazione si rafforza più riusciamo a schermarci da distrattori che potrebbero ridurre la nostra efficienza e le probabilità di successo. Le persone con alte capacità di concentrazione, che siano catturate da un certo problema, possono sembrare distratte proprio perché la loro attenzione tende ad essere confinata dentro il problema che stanno affrontando e rispetto al resto appaiono distanti e poco reattive. I giocatori, ad esempio, completamente assorbiti nel gioco, tendono a non vedere il mondo intorno a loro. In quei momenti solo la scacchiera, con la sua intricata disposizione di pezzi e pedoni, esiste per loro.

Dunque gli scacchi allenano certamente le capacità di concentrazione, cosa da cui i nostri giovani ma anche tutti noi adulti possiamo trarre vantaggio per svolgere al meglio le nostre attività sia di studio che di lavoro. Ma l’attenzione non è uniformemente distribuita su tutti i settori della scacchiera e su tutti i pezzi. La maggiore concentrazione del pensiero è di norma fissata sull’area principale del “conflitto”. Quando un giocatore, per esempio, è concentrato sull’ala di Re, può trascurare la posizione sull’ala di Donna. E questo non capita per qualche particolare difetto della mente umana, ma è semplicemente dovuto alla natura selettiva dell’attenzione, che sceglie, come abbiamo già sottolineato, tra un grande numero di elementi quelli che ritiene più importanti in un dato momento. Dunque allenare la concentrazione implica escludere aspetti ritenuti non rilevanti in quel momento anche sulla scacchiera.

Ma cosa è davvero rilevante? Succede ad esempio che alcuni ragazzi (ma può accadere talvolta anche ai professionisti di scacchi) si facciano sorprendere da “prese” assurde o da matti incredibili pur essendo concentrati, molto concentrati. Come può accadere? Se la concentrazione è guidata solo dai nostri desideri, dai nostri sogni ad occhi aperti, dalle nostre aspettative, se, in altri termini, è troppo egocentrica, il soggetto tende a trascurare e di conseguenza a non vedere ciò che l’avversario sta preparando perché segue solo ciò che si prefigura. E questo, giocando a scacchi, lo si paga a caro prezzo.

Dunque gli scacchi, oltre ad allenare la concentrazione ne allenano anche un utilizzo realistico, direi sociale, punendone duramente una deriva troppo egocentrica. Sono una grande lezione di vita perché ci insegnano a non trascurare mai come gli altri reagiranno a quello che stiamo facendo e magari cosa stanno preparando a loro volta. Siamo animali sociali e il nostro agire si colloca sempre in un contesto; trascurarlo ci rende avventati e questo può risultare davvero pernicioso. Se non vogliamo che i nostri desideri restino sogni velleitari dobbiamo far fare loro un sano bagno di realismo e questo credo debba essere considerato uno dei pregi maggiori di questa meravigliosa attività.

Infine vorrei segnalare uno studio pubblicato sul «The New England Journal of Medicine» dove persone sopra i 75 anni, che si siano cimentate nell’allenamento cognitivo con attività come gli scacchi, sono risultate meno soggette a sviluppare forme di demenza rispetto ai loro coetanei non giocatori. Come un muscolo non utilizzato perde tonicità, anche un cervello meno attivo, sotto stimolato, è destinato a sviluppare meno connessioni tra le cellule nervose che sommandosi alla perdita fisiologica di neuroni che colpisce ogni giorno il nostro organo può portare ad una sorta di atrofia, e quindi ad una diminuzione progressiva del potenziale cognitivo. Questa eventualità può e deve essere contrastata dal permanere attivi il più a lungo possibile in ambito lavorativo, dall’attività sportiva (commisurata all’età), ma anche dal nostro nobile gioco che dunque può accompagnarci utilmente dall’alba al tramonto di quell’entusiasmante avventura che chiamiamo vita.

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