Alfonso Lanzieri (1985) è dottore di ricerca in filosofia dal 2017. Attualmente insegna filosofia presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. Si interessa principalmente di filosofia della conoscenza e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli dedicati al pensiero di Bernard Lonergan e Henri Bergson.

La guerra in corso in Ucraina è entrata da poco nel suo terzo mese di durata. Per il momento, stando alle ultime notizie, sciaguratamente la fine non si prospetta prossima. Intanto nel nostro Paese infuria il dibattito che, purtroppo, pare davvero inadeguato alla drammaticità del momento. Certo, i resoconti e le analisi di qualità esistono e non sono pochi, ma spesso sono oscurati dalla fitta nebbia dell’opinionismo e della rissa. In particolare, chi scrive sente la mancanza di un pensiero serio sul tema della pace. Da un lato, bisogna considerare la difficoltà intrinseca del tema, che sconsiglia la ricerca di facili soluzioni; dall’altro, dobbiamo constatare l’uso assai ideologico del termine “pacifismo” da parte di alcune fazioni culturali, mosse da pregiudizi antioccidentali e antiamericani, alquanto di maniera, che arrivano nei casi più eclatanti a equiparare esplicitamente aggressore ed aggredito o a revocare in dubbio (capzioso) fatti ampiamente attestati, quando non combacianti con la propria imago mundi. Oltre ad aggiungere confusione, questi ultimi coprono col loro rumore contributi di spessore che pur esistono o potrebbero emergere nell’ambito di una riflessione comune più equilibrata. Infine, a giudizio di chi scrive, manca una riflessione sul termine “pace”. Può sembrare scontato, ma come durante la pandemia ci siamo dovuti interrogare su cosa dovessimo intendere con “vita”, per chiarire fin dove potevamo spingerci con le restrizioni sanitarie, peraltro doverose, così oggi urge esplicitare cosa ciascuno intende quando dice “pace”. La nostra impressione è che molte discussioni siano viziate da questo mancato chiarimento di fondo.

Su questo tema ci è forse di aiuto uno scritto di Emmanuel Mounier, I cristiani e la pace, del 1939 (di recente rieditato dall’editore Castelvecchi). In quel testo, infatti, il filosofo francese scriveva che «circa il significato della parola pace e soprattutto pace cristiana prospera l’ambiguità». Il contributo muove una duplice critica: al bellicismo e al pacifismo (del resto il saggio era originariamente intitolato Pacifistes ou bellicistes?). La pace, secondo Mounier, sarebbe compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dall’ «imbelle pacifismo» che vuole evitare la guerra a prezzo di una «totale sconfessione di tutti i valori». In apertura, con riferimento alla Conferenza di Monaco del ‘38, incontro in cui prevalse la politica di appeasement verso Hitler, Mounier scrive che «la parola pace significa oggi, per la maggior parte degli uomini, assenza di guerra armata; Monaco ha salvato la pace significa: i fucili non hanno sparato […] Questo pacifismo, nel settembre del 1938 non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato».

Il cristiano – afferma Mounier  ̶  che non giudica né dall’apparenza né dalle conseguenze bensì dalla realtà delle intenzioni, deve quindi rifiutarsi di chiamare pace la semplice assenza di guerra armata o di sangue versato. Il filosofo francese, infatti, individua nello spazio tra la pace interiormente vissuta e l’odio interiormente accettato il luogo precipuo della guerra, arrivando ad affermare che «la pace apparente, nel senso negativo della parola può essere, in certe condizioni, un male spiritualmente equivalente a quello della guerra». L’ultima affermazione – Mounier ne è consapevole – può apparire quasi sacrilega. Sicuramente, concede il nostro autore, in determinate circostanze, è possibile accettare una pace ingiusta come male minore, purché sia chiaro che tale accettazione comporta comunque una mortificazione morale. La pace, cristianamente intesa, infatti, non può essere disgiunta da ciò che essa salvaguarda: la sua, per così dire, qualità, si misura da quanto di umano riesce a salvare. Se il salvaguardato è la mera sopravvivenza, possiamo desumere, la pace ottenuta sarà ben misera, prossima alla guerra, poiché intrisa di ingiustizia e già abitata dal seme del risentimento che può diventare un albero di odio. Affermare che una pace nell’ingiustizia sia meglio di una lotta per la giustizia «è diametralmente all’opposto del sistema dei Diritti dell’Uomo», dice Charles Péguy, citato da Mounier non a caso.

Questi tiene però a chiarire che la sua posizione è perfettamente realista. Si tratta ovviamente di capire cosa s’intende per “realtà”. Da un lato, infatti, il filosofo francese stigmatizza e il “realismo marxista” e il “realismo nazionalista”, dall’altra chiama in causa il realismo ispirato al cristianesimo, religione che annuncia «un Dio fattosi uomo sulla terra; un Dio che riabilita il corpo votandolo alla vita eterna, che riabilita lo spazio e il tempo, facendo della storia un dramma divino incarnato, di ogni nostra situazione una precisa chiamata a una ineluttabile vocazione». Il Dio fatto uomo – proclama Mounier  ̶   porta la pace ma non la tranquillità. Il pacifismo della tranquillità, che evita puntualmente di correre il rischio per la libertà dell’uomo, «non è che la paura bruta della morte. […] L’amore per la pace non ha niente a che vedere con questo pacifismo dei tranquilli, con questo paradiso per professori assidui e allievi troppo docili». Sulla base di quanto detto, allora, Mounier afferma che il cristianesimo è lontano dal bellicismo, che considera la guerra un fattore ineluttabile della storia umana, radicato in modo inestirpabile nella natura umana: l’uomo è sì segnato dal peccato originale, ma questo non ha ucciso la possibilità di bene dell’umanità: l’uomo è capace di essere operatore di pace. Nello stesso tempo, però, il cristianesimo è lontano da un’antropologia improntata a un astratto ottimismo che confida in una bontà naturale degli individui, dei popoli, nel progresso infallibile della Storia, nel trionfo spontaneo dell’Idea.

Da qui possiamo allora spingerci ad affermare che la “realtà” cui Mounier vuole farci guardare, non è né quella dei principi che sorvolano la vita concreta, né quella del mero gioco delle volontà di potenza, dinanzi a cui genuflettersi: la realtà è qualcosa di dinamico, cresce su sé stessa. I valori da salvaguardare non sono esterni ad essa; i fatti non sono mai meri fatti separati dai valori. Un sano realismo, com-prende tutta la realtà. In questo senso, allora, un discorso sulla pace che fosse mera constatazione delle forze in campo, almeno dal punto di vista del filosofo francese, sarebbe inaccettabile tanto quanto un “pacifismo ontologico”, che enuncia principi sulle teste delle persone concrete. In tale orizzonte – è un aspetto al quale possiamo solo far cenno  ̶  Mounier riflette anche sulla possibilità della non-violenza, della non-resistenza all’aggressore: tale via è autenticamente perseguibile «solo attraverso una lunga preparazione collettiva alla vita cristiana eroica una nazione intera potrà giungere alle disposizioni di santità necessarie per dare un’anima a tale atto».

Anche se può sembrare controintuitivo, in base a quanto affermato fin qui, Mounier trae una la seguente conclusione: una riflessione davvero utile alla causa della pace, non farà della pace il proprio assoluto. La “pace a ogni costo”, infatti, mortifica proprio quella concezione ampia di “realtà” cui si accennava in precedenza. La pace è «un regno personale»: il valore assoluto da porre al centro, insomma, è quello della persona e dell’insieme dei suoi diritti. Solo a partire da ciò, si evince dall’intero discorso, trovano la loro corretta collocazione le questioni riguardanti i rapporti tra gli uomini e tra le comunità umane. Questo da una parte chiama in causa ciascun uomo e il suo proprio impegno; dall’altro evita, secondo Mounier, di cadere nel pacifismo velleitario, che sacrifica la dignità di un certo numero di persone sull’altare della tranquillità. Se la realtà non è né il mero insieme dei fatti né il solo cielo dei principi, allo stesso modo la “vita” non è di certo un nulla in confronto all’ideale (il principio dell’Incarnazione impedisce di pensare così) né mera sopravvivenza, ma esistenza inseparabile dalla sete di libertà e giustizia.

A nostro avviso, il discorso di Mounier contiene molte coordinate utili a elaborare una riflessione sulla pace adeguata al momento presente. Si avverte la mancanza, dicevamo in apertura, di un “pacifismo serio” che, liberato da tare ideologiche, sia capace di pensare insieme, nella loro “opposizione polare”, la pace e la giustizia oggi, e speriamo, un giorno non lontano, la condanna del male e la riconciliazione.

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