Edoardo Montagni frequenta la terza classe del Liceo scientifico "Marsilio Ficino" di Figline Valdarno (FI).

Recensione a
A. Bierce, Racconti fantastici di guerra
Edizioni di Theoria, Santarcangelo di Romagna (RN) 2018, pp. 217, €18.00.

Il libro racchiude, tra le sue 217 pagine, 25 racconti diversi, solitamente narrati in prima o terza persona dallo scrittore stesso, il quale per l’appunto si impersonifica, se non nel protagonista, in uno dei soldati che ricoprono un ruolo più o meno incisivo nella narrazione. L’intero libro si colloca nell’arco storico della guerra di secessione americana, tra il 1861 e il 1865, Guerra alla quale lo stesso scrittore prese parte nel ruolo di cartografo. La veridicità di questa affermazione è facilmente constatabile attraverso il libro. Egli infatti, per più volte, narra della discrepanza di ideologie tra i soldati federati, o nordisti, cioè coloro che volevano abolire la schiavitù, e i confederati, o sudisti, cioè coloro che volevano preservare la schiavitù. Lo fa ponendo un accento amaro, particolarmente tipico del suo registro linguistico, su questi ultimi, i quali si arenavano sulla sponda ideologica a lui opposta.

Tuttavia ci tengo a precisare che, a dispetto del titolo del libro, la guerra non ricopre un ruolo “esplicito”. Essa infatti si perde nell’ampiezza dello spettro di temi che caratterizzano il libro. La guerra, infatti, viene più volte lasciata in sottofondo, come a voler enfatizzare una crudele e surreale verità che si ridesterà nel finale del racconto, lasciando il  lettore “comune” con quella sensazione di incredulità, quasi terrificante, e di cinismo, che si riscontra in tutto il libro. Per essere più preciso, nella mia lettura personale, la guerra si palesava nel finale sopratutto tramite le sue conseguenze materialistiche, come la morte, e nelle sue conseguenze psicologiche, come la nascita del sentimento che ti porta a compiere atti indicibili.

L’ultima constatazione sulla quale vorrei fermarmi prima di passare ai racconti è la ripetitività, forse voluta, della struttura delle storie narrate. Anche per un occhio inesperto come il mio, dopo una quarantina di pagine è apparso limpido che la narrazione sia sempre caratterizzata da una iniziale digressione “ambientale”, forse necessaria per rendere conscio il lettore di cosa stia leggendo, e da una ripetitiva digressione temporale, forse con lo scopo di sottolineare la relativa contemporaneità tra le storie e la vita dello scrittore. Successivamente si procede con una narrazione che svolge la funzione di preludio del finale, per rendere meglio l’idea: partiamo da un inizio pacato per poi passare a mano a mano alla scioccante crudeltà del finale, il quale non può essere compreso se non attraverso una lettura minuziosa della componente scritta e della componente psicologica.

Piccola premessa: Preferisco dilungarmi di più sulla trama dei racconti che ho preferito rispetto a quella dei racconti che non ho preferito. In questa prima parte parlerò dei tre che più ho gradito.

Il colpo di grazia

Il racconto si sviluppa dopo un’atroce e virulenta battaglia attestabile dai lamenti sconnessi dei feriti, coloro che sfortunatamente sono rimasti troppo mal ridotti per essere salvati. In questo campo di battaglia infernale, oltre che alle squadre addette alla sepoltura, si staglia la figura di un ufficiale dei federati, appoggiato contro un albero, impegnato ad osservare la caducità della scena. Egli si ritrovava spaesato, probabilmente si era perso, nonché terribilmente irrequieto. Decise che per tornare all’accampamento avrebbe seguito una delle squadre impegnate a spigolare sullo stesso terreno che avevano contribuito a mietere. Al tramonto si alzò e si diresse nell’ultimo punto in cui aveva avvistato i suoi commilitoni. Camminava ignorando i lamenti dei “non salvabili”, giustificandosi del fatto di non possedere nessuna nozione chirurgica necessaria per salvarli. Egli camminava con il solo obbiettivo di fuggire da quell’inferno surreal. Tuttavia si fece distrarre da un mucchietto di cadaveri, raggruppati in una piccola depressione del terreno, dal quale aveva registrato un quasi insignificante movimento. Avvicinandosi, riconobbe un suo vecchio amico: il sergente Caffal Halcrow, con il quale, a causa della disparità del rango militare, fu difficile mantenere un legame stretto.

Dopo una vita passata insieme l’ufficiale si ritrova a fissare ciò che era rimasto del suo amico ormai esangue. Egli presentava sull’addome un ampio squarcio frastagliato, sporco di terra e foglie secche, dal quale si poteva notare nitidamente una sezione dell’intestino tenue. Quell’uomo, o ciò che ne restava, era ancora vivo; se possiamo definire “vita” il crogiolarsi nel dolore. I due si guardarono negli occhi, ed è facile immaginare che cosa il sergente Halcrow abbia chiesto in seguito: il colpo di grazia, il sollievo dalla sua ormai dannata vita, ciò che concediamo perfino alla creatura più infima. L’ufficiale lo ignorò; iniziò a pronunciare il suo nome più e più volte. Rifiutava la realtà. Quando si arrese il suo volto si bagnò di lacrime e si volle allontanare dal suo amico. Percorsi un paio di metri, scorse un cavallo impossibilitato a muoversi a causa di uno zoccolo spappolato, il quale nitrendo lo fissò nelle pupille. Senza pensarci due volte l’ufficiale estrasse la rivoltella e gli sparò in fronte, privandolo però, involontariamente, di una morte rapida e indolore. Così l’uomo rimase lì, immobile, il tempo dilatato e la mente in un’altra dimensione, a fissare quella povera creatura che si contorceva, proprio come il suo amico, nel dolore; infine, la quiete della morte. Dopo aver recuperato la calma si volse verso l’amico e si avvicinò inebriato da una nuova determinazione. Posizionò la canna della rivoltella tra gli occhi del soldato, tirò giù il cane e… il tiro andò a vuoto. Aveva usato l’ultimo colpo per il cavallo. Senza tergiversare ulteriormente estrasse la sciabola dalla fodera, la posizionò sul cuore dell’amico e affondò il colpo, causando al soldato degli inevitabili spasmi di dolore. In quell’esatto momento sbucarono, dalla stessa direzione dalla quale aveva deviato, tre uomini, due che facevano parte del personale medico e il terzo che era il fratello dell’ormai defunto amico.

Come avevo già preannunciato, la crudeltà del finale è in grado di scuotere, senza pensarci due volte, lo spirito dei lettori più in erba e ignari di qualsivoglia nozione riguardante Ambrose Bierce. In questo caso però, ed è anche il motivo per cui ho deciso di posizionarlo tra i miei racconti preferiti, la crudeltà e gli orrori espressi dalla lingua tagliente dello scrittore si avviluppano lungo l’intero testo. Partiamo da una situazione apparentemente surreale, un inferno in terra evidenziato dai lamenti dei soldati e, piano piano, scendiamo nello specifico andando ad analizzare la causa di questa suggestione: i soldati sofferenti, in particolare quella che viene descritta come l’incarnazione della sofferenza stessa, il sergente Caffal Halcrow.

In questo racconto veniamo affiancati, non solo alla sofferenza dei “non salvabili”, ma anche alla sofferenza di chi non può salvare, come attestano i vari rifiuti della realtà, oppure il viso inondato di lacrime dell’ufficiale. Al contempo veniamo affiancati anche alla nascita della consapevolezza, una consapevolezza che porta l’ufficiale, indirettamente, a pensare: «io sono in grado di salvarlo, sono in grado di salvarlo dalla sofferenza». Difatti, sento di poter  affermare con assoluta certezza che l’uccisione del cavallo e l’agonia provocata in esso svolgano proprio questa funzione: far nascere la consapevolezza. Poi, però, arriva l’esito prorompente del finale, dove, non si riesce più a distinguere se l’ufficiale abbia effettivamente salvato, oppure ucciso, il suo amico di vecchia data.

Chikamauga

In un assolato pomeriggio d’autunno, un bambino, brandendo una spada di legno, si inoltrò in un bosco, non visto da alcuno. Il bambino però non aveva paura, anzi, era felice. Si sentiva ricolmo di libertà e, sopratutto, poteva finalmente partecipare alla guerra che più volte aveva osservato tramite i libri illustrati del padre. L’euforia del dominio e della sopraffazione, che scorre nel sangue della sua razza da generazioni, di aver sconfitto dei nemici invisibili, lo spingono oltre i luoghi a lui conosciuti di quel bosco, che stazionava intorno a casa sua da tempo immemore.

Dopo aver vinto la sua battaglia immaginaria non riuscì a fermarsi e, come tutti i più potenti conquistatori, proseguì nella sua campagna militare. Tuttavia, egli non era a conoscenza dei terribili nemici che lo aspettavano più avanti. Il primo di essi fu un coniglio, chissà che cosa si figurò nella sua mente quel bambino. Fatto sta che in preda al panico fuggì urlando, piangendo e chiedendo aiuto alla madre. Vagò nel sottobosco per più di un’ora, con l’istinto eroico ormai scemato, finché non arrivò in una stretta radura dove si coricò tra due rocce con la sua ormai amata compagna: la spada di legno. Si risvegliò ore e ore più tardi a causa del gelo che gli era penetrato nelle membra, completamente al buio e isolato. Spinto all’azione da un impulso cieco si fece largo tra i cespugli, raggiungendo infine un piccolo ruscello. Sull’acqua scese una rada foschia spettrale che gli fece fare dietrofront in un battibaleno, ma tale manovra strategica venne limitata dall’apparizione di una creatura misteriosa alle spalle del bambino.

La sagoma oscura di questa creatura venne confusa dall’ometto svariate volte, prima era un maiale, poi un orso, forse soltanto un cane, ma, in fin dei conti, non era spaventoso quanto il coniglio. Lentamente e inesorabilmente la creatura avanzava, con movimenti goffi e dinoccolati, seguita da una formazione a semicirconferenza di sue “congruenti”, tutte dirette verso il ruscello. Queste creature sconnesse erano uomini che avanzavano strisciando, usando soltanto le mani e strascicando le gambe. Non facevano nulla con naturalezza e nulla nello stesso modo, a parte strisciare. Arrivavano a dozzine, centinaia, inoltrandosi su entrambi i lati, fino a dove l’occhio poteva raggiungerli nell’oscurità che si addensava nella foresta infinita ed eterna alle loro spalle. Alcuni provavano a mettersi in postura eretta, futilmente, perché cadevano rovinosamente a terra; altri, invece, cessavano i loro movimenti: avevano raggiunto il luogo designato per la loro morte. Altri ancora, fermandosi, facevano strani gesti con le mani, alzavano e riabbassavano le braccia, andavano anche a conficcare le loro mani tra i capelli, con i palmi rivolti verso l’alto, in ciò che sembrava essere una preghiera.

Il bambino non notò niente di ciò che ho appena riportato, anzi, alcuni di loro gli ricordavano un pagliaccio che aveva visto l’estate scorsa al circo e, guardandoli, scoppiò a ridere. Il bambino si librava tra gli uomini striscianti come se nulla fosse, questo perché aveva già visto gli schiavi di suo padre avanzare in quello stesso modo per farlo divertire; ad alcuni di loro era addirittura salito in groppa, come se fossero stati i suoi cavalli, e di conseguenza, mosso dall’innocenza, decise di riprodurre l’azione nel contesto in cui si ritrovava adesso. Il risultato fu essere scaraventato via con la forza da un uomo senza mandibola.

Al di là del ruscello, in profondità, nacque una luce rossa che, colpendo le sagome striscianti, proiettava sul terreno delle ombra spaventose. Il bambino, incuriosito dalla luce rossa, si mise a capo di quell’esercito di scarafaggi. La luce rossa si rivela essere un fuoco, che ormai si diffondeva su tutto il paesaggio, trasformando la linea sinuosa della foschia spettrale in vapore dorato e, in aggiunta, amplificava i riflessi rossi del sangue che circolava nella corrente del ruscello. Quando il bambino lo ebbe guadato si girò per constatare che la sua truppa di militari fosse ancora in formazione e, con stupore, vide i soldati che finalmente appagavano il loro terribile desiderio di acqua, rimanendo, però, annegati. Il bambino iniziò a sventolare il berretto per incoraggiare i soldati che ancora non erano arrivati e, nel frattempo, iniziò a correre verso il bagliore scarlatto. Quando finalmente arrivò si mise a danzare attorno al fuoco che ardeva su di una casa, e, nonostante la visibile desolazione, il bambino era ricolmo di gioia. Inoltre, per far sì che quello spettacolo durasse un po’ di più, decise di offrire la sua spada di legno, portando a termine la sua carriera militare. Successivamente il giovane uomo realizzò: quel rudere in fiamme era la sua casa e nella desolazione circostante riconobbe le piantagioni e le costruzioni del suo paese. Per ultimo notò il cadavere di una donna, il viso rivolto verso l’alto, le mani che stringevano l’erba, la fronte lacerata da dove fuoriusciva il cervello… Era sua madre.

Il bambino mosse le manine, emise un urlo empio: un misto tra gli schiamazzi di una scimmia e i gloglottii di un tacchino. Il bambino era sordomuto.

Crudeltà fatta lettura potremmo dire, ma, tenendo presente il genere dei racconti, forse tale frase è  po’ troppo generalizzante.  Oso definire questo racconto come una spirale degli orrori. L’input iniziale è tutt’altro che crudele, benché si riesca ad evincere subito che, dalla ormai celeberrima situazione in cui un bambino si disperde nel bosco, non si possa che finire in malora. Nel racconto veniamo catapultati all’interno di una realtà infantile, in cui però non viene tralasciata la componente matura di un adulto, come potrebbe essere, ad esempio, la descrizione delle sagome striscianti. Gli argomenti che prevalgono sono i temi della conoscenza e della paura di ciò che non si conosce, temi che il protagonista porta a livello esponenziale grazie alla classica ignoranza dei bambini. Infatti il bambino non prova terrore nel dirigersi in solitaria all’interno del bosco con terribili nemici immaginari ad aspettarlo, però, incredibilmente, alla sola vista di un coniglio, essere a lui sconosciuto, si sente ricolmo di terrore; e ancora una volta, egli non prova paura per quegli uomini scarni e feriti che si trascinano verso il ruscello. La domanda qui sorge spontanea: come è possibile che un bambino abbia paura di un innocuo coniglietto, ma non abbia paura di andare in guerra o non abbia paura di uomini mutilati?

La risposta viene fornita nel testo. Ovviamente, come ho già riportato, alla sua conoscenza va accostata l’ignoranza, o la fantasia tipica dei bambini, che gli permettono, a differenza degli adulti, di non ristagnare nella serietà, ma il motivo principale che, a parer mio, lo scrittore voleva evidenziare è che il bambino non prova paura poiché egli “conosce” la guerra, grazie ai libri di suo padre. Alla fine del racconto ci viene riproposta la ormai consueta crudeltà del finale, crudeltà che non fa differenze tra esseri umani, crudeltà che non prova pietà nemmeno per esseri innocenti, crudeltà che ha completamente estirpato la gioiosa ignoranza del bambino riportandolo istantaneamente ad una delle certezze di questo mondo, la morte.

La storia di una coscienza

La storia è ambientata in un avamposto militare in cui un apparente banalissimo cittadino,  esibendo le sue doti da fischiettatore noncurante, viene fermato dalla sentinella di guardia. Costui era il tipo di uomo che ci si ferma volentieri ad osservare e da cui si viene contemporaneamente osservati. La suggestione era alimentata sopratutto dai suoi grandi occhi, che, grazie alla loro fermezza e alla loro concentrazione, come affermano gli studiosi di fisiognomica, contraddistinguono un’intelligenza considerevole e una volontà risoluta.

Con un fare pacato e incline al non offendere nessuno, consegnò il suo lasciapassare alla richiedente sentinella, la quale, dopo una breve ispezione, lo lasciò proseguire per poi ritornare a parlare con il capitano dell’avamposto, Parrol Hartroy. Il civile procedette in mezzo alla strada e, quando ebbe percorso pochi metri all’interno della Confederazione, che si estendeva all’esterno dell’avamposto, riprese a fischiettare per poi scomparire ben presto dietro ad una biforcazione. In quel preciso istante, come un colpo di fulmine, il capitano Hartroy interruppe il suo stato di quiete e, estraendo prontamente sciabola e rivoltella, si lanciò all’inseguimento, lasciandosi alle spalle la sentinella paralizzata dalla paura. In men che non si dica arrivò dal civile, il quale però non si lasciò spaventare da quell’inquietante vision. Non si scompose neanche quando il capitano Hartroy rivelò la sua vera identità. Egli, infatti, era una spia traditrice. L’uomo preferì, invece di recitare la parte dell’ignorante, rivelarsi per chi era veramente: Dramer Brune, spia dei confederati e ormai prigioniero del capitano Hartroy. Non nascose nemmeno di avere nella valigia dei dati compromettenti riguardanti la loro formazione militare; semplicemente, scelse l’opzione più banale, anche se efficace tanto quanto le altre, cioè la resa.

Nelle prime ore del mattino successivo agli eventi, i due uomini sedevano nella tenda del capitano, entrambi fumando sigarette. Da quel momento il resto della narrazione, almeno fino al finale, prosegue con una serie di rivelazioni. Il capitano Hartroy, infatti, era stato in grado di riconoscere il civile grazie ad un’esperienza passata. Una notte dell’autunno del 1861, il disertore Dramer Brune era stato messo sotto custodia e il soldato, ora capitano, Hartroy venne incaricato di vegliare su di lui. Tuttavia quest’ultimo si addormentò, malauguratamente, sul posto di lavoro, lasciando di fatto al disertore il via libera per mettersi in salvo. Se ciò fosse avvenuto, Hartroy sarebbe stato fucilato per insubordinazione, ma, fortunatamente per lui, Dramer Brune non fuggì, anzi, quando stava per arrivare il cambio del turno di guardia, che avrebbe smascherato il suo crimine, egli lo svegliò dolcemente. Al capitano, nel bel mezzo della narrazione, si spezzò la voce: la gratitudine che provava per quell’uomo, che aveva avuto pietà di lui, e la sensazione di non  poter ripagare il suo debito mai più, sfociarono in un mare di lacrime. In quel momento suonarono le trombe dell’adunata e Dramer Brune venne portato fuori dalla tenda per la fucilazione.

Se un uomo avesse ascoltato attentamente, avrebbe potuto udire, sotto agli spari dei fucili, lo scoppio provocato da una rivoltella. E fu così che, sotto l’ombra solenne della montagna solitaria, giacquero due tombe, due uomini, entrambi seppelliti senza onori militari.

A mio avviso questo è il racconto meno crudele; potrei quasi definirlo il più giocondo. Un racconto incentrato completamente sui sentimenti umani, per cosi dire, “positivi”, mitigati però, dal finale classico e infrangibile del libro. Gratitudine, empatia e un malinconico rimpianto finale che porterà il capitano Hartroy a rinunciare a quella vita che la coscienza gli impediva di conservare, sono i sentimenti principali del racconto. La figura che rende il racconto cosi misterioso, quasi irreale, ma in grado di narrarti di un essere umano ideale, è sicuramente la spia Dramer Brune con la sua empatia; la stessa empatia che ha salvato la vita al capitano Hartroy e che ci fa capire il ruolo fondamentale svolto dalla gentilezza nei rapporti interpersonali, sia tra sconosciuti che non. Se da un lato abbiamo un’esistenza senza rimpianti, devota ai propri ideali e alla propria volontà, dall’altro lato abbiamo un essere umano caratterizzato dalla gratitudine e, per l’appunto, dal rimpianto di non poter esprimere questa stessa gratitudine per tutta la sua vita, o almeno, fino al momento del loro incontro casuale, o, forse, destinato.

Come al solito il finale lascia in bocca quella sensazione amara, in questo caso suggerita dalla compassione che involontariamente andiamo a provare per il capitano, o meglio, l’essere umano Parrol Hartroy, il quale, anche di fronte al nemico, non dimentica la sua umanità; ma che, purtroppo, non riesce a sopportare il peso di una vita; una vita salvata dalla stessa persona a cui ha strappato la libertà per colpa della sua dedizione militare.

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