William Vittore Longhi, laureato in Economia e Commercio, con Master in Scienze del Lavoro e in Geopolitica e sicurezza globale, già analista e strategist sui mercati valutari, è oggi docente di Scienze giuridiche ed economiche nelle scuole secondarie di secondo grado, autore di manuali scolastici di Relazioni internazionali per gli istituti tecnici e di articoli e saggi di economia politica.

Risale alla fine di ottobre del 2021 la pubblicazione di una lettera aperta, nella forma di un appello, da parte di un’ampia schiera di intellettuali statunitensi di diverso, quando non opposto, orientamento politico e ideologico, tesa a individuare nel Grand Old Party (Gop) un partito ormai pericolosamente indirizzato verso l’adozione sistematica e diffusa delle idee populiste di tendenza tradizionalista, quando non del tutto reazionaria. Tra i primi firmatari figurano anche nomi piuttosto noti fra il pubblico non specialista come Todd Gitlin della Columbia University, William Kristol, editor at large di “The Bulwark” e di Jeffrey C. Isaac, James H. Rudy Professor of Political Science alla Indiana University a Bloomington. Notissimi sono invece altri cofirmatari, in quanto spesso presenti sui media anche come opinionisti, come Noam Chomsky, Francis Fukuyama, Michael Walzer.

Per tutti l’obiettivo è uno solo: il Partito Repubblicano, considerato ancora sotto la nefasta influenza dell’ex presidente Donald Trump e, soprattutto, del populismo di marca trumpiana, che sembra aver fatto fin troppi proseliti tra militanti e semplici simpatizzanti, quadri ed eletti nelle diverse assemblee legislative, locali, statali e federali. Una democrazia rappresentativa di carattere liberale, per questi intellettuali, non può fare a meno di un partito di orientamento conservatore, ma deve difendersi assolutamente da una formazione politica che egemonizza l’area conservatrice, caratterizzandola in maniera populista e, pertanto, tendenzialmente autoritaria.

Il Gop pare dunque essere immerso in un percorso che potrebbe in futuro renderlo persino una minaccia per l’integrità nazionale americana. È però vero che è dai primi anni Novanta del secolo scorso che la narrazione liberale negli Usa è entrata in profonda e progressiva crisi, andando a creare le condizioni per un ripensamento ideologico che ha investito tutto lo spettro politico e partitico americano, e non solo il Gop. Le critiche al liberalismo, giunte da posizioni principalmente radical e communitarian, hanno saputo aprirsi varchi ovunque, determinando così un processo di contaminazione capace di modificare strutturalmente, e quindi durevolmente, le principali posizioni politiche in campo. Si parla di “post-liberalismo” proprio per specificare meglio le posizioni critiche emerse nel tempo e diventate protagoniste nel discorso pubblico partitico, politico e persino metapolitico.

Il post-liberalismo può definirsi come l’esito di una riflessione su una società sempre più iniqua, eticamente esausta e sfilacciata, che ha portato a invertire le ordinarie priorità delle politiche sociali americane, restituendo ai doveri, alle virtù personali e al concetto di bene comune un ruolo determinante. Il post-liberalismo dovrebbe, quindi, rappresentare il superamento non traumatico, ma per assorbimento e rielaborazione, delle posizioni ideologiche precedenti, puntando alla ricerca di nuovi equilibri tra le idealità liberali tradizionali e le nuove istanze sociali, di carattere prevalentemente identitario. Si può parlare di post-liberalismo se però le posizioni più radicali non partecipano, se non marginalmente a tale processo. Il Gop sembrerebbe, invece, aver drammaticamente fallito in questo processo osmotico di selezione delle idee, prestando il fianco proprio alla radicalizzazione populista e financo autoritaria, anziché dedicarsi a una rielaborazione moderata[1].

La destra liberal-conservatrice ha comunque provato, e sta provando ancora, a far emergere una forma conservative di post-liberalismo. Questa variante potrebbe sintetizzarsi in un concetto molto aristotelico: quello della prevalenza dei doveri comunitari e della ricerca della virtù morale nei comportamenti personali sulla cultura delle libertà economiche e dei diritti individuali. A questo rovesciamento delle priorità tra diritti e doveri dei cittadini, a favore dei doveri nei confronti della collettività di cui si è membri, si aggiunge un accresciuto ruolo attribuito al potere dello Stato nel rinforzare e incentivare l’esercizio di virtù pubbliche e private, rispetto alla classica idea del potere pubblico come guardiano notturno, mero vigilante per la difesa di vita, libertà e proprietà. Tra gli intellettuali americani che maggiormente hanno fornito un contributo all’elaborazione di tale visione si possono citare Rod Dreher, promotore di una forma di contrasto interiore e introflesso agli eccessi della modernità liberale americana, ispirata anche dal cristianesimo ortodosso; Sohrab Ahmari e la sua cattolicissima critica verso qualunque compromesso nelle culture wars; Patrick Deneen e il suo aspro opporsi alle conseguenze morali e sociali del liberalismo capitalista; e, ancora, il professor Adrian Vermeule di Harvard, nonché Gladden Pappin, docente alla University of Dallas, entrambi cattolico-conservatori. Al centro di questo movimento di idee si possono segnalare, tra gli altri, il think tank Claremont Institute o – tra le riviste cartacee e online – “The American Conservative”, “The imaginative conservative”[2] e il recentissimo “Compact magazine”, che si autodefinisce “A radical American journal”. Si stanno moltiplicando anche gli eventi a sostegno di questa idea di Nuova Destra, come il recente convegno Restoring a Nation: The Common Good in the American Tradition, tenutosi presso la Franciscan University of Steubenville.

Tutti questi studiosi, e i loro istituti di riferimento, hanno provato a riplasmare il conservatorismo americano attingendo alle sue radici più tradizionaliste, sociali e comunitarie, spesso ispirandosi alla dottrina morale e sociale cattolica, senza per questo rinunciare del tutto all’ordine capitalista dell’economia, ma ricercando piuttosto la primazia della politica e rivendicare una necessaria continuità tra società civile e potere pubblico, tra virtù private e virtù pubbliche. I post-liberali di destra non sono però statalisti. Considerano anzi il dirigismo un’inevitabile conseguenza degli eccessi dell’individualismo: maggiori sono i diritti astratti e universali rivendicati e concessi, maggiore sarà l’intrusione statale nella vita delle persone. Per la destra post-liberale, insomma, il mercato deve essere ridimensionato a favore della vita comunitaria e del ruolo dello Stato come veicolo utile a rafforzare e incentivare comportamenti virtuosi dei suoi cittadini. Si tratta di un lavoro che trova la sua eco nel Regno Unito nel lavoro infaticabile, ad esempio, di Phillip Blond e la sua idea di conservatorismo sociale (Red Tory), esposta, difesa e propugnata attraverso l’istituto Res Publica[3].

Ma la necessità di rinverdire una tradizione di pensiero, come quella liberale, apparentemente esausta, è emersa anche in ambienti statunitensi non conservatori. Nell’area più centrista dello spettro politico americano, infatti, sono emerse altre figure di intellettuali che, pur riconoscendo la necessità di recuperare l’importanza chiave dei doveri comunitari, preferiscono non restituire allo Stato troppi poteri intrusivi, né ispirarsi necessariamente alla dottrina morale del cristianesimo, potenziando invece i gangli della società civile, dell’associazionismo e della cooperazione spontanea. Anche in questo caso siamo di fronte alla necessità di un ribilanciamento a discapito del mercato, forza neutra creatrice e distruttrice al contempo, come anche dello Stato, almeno nei suoi aspetti più assistenzialisti. Quindi, più società, meno Stato e meno mercato. I post-liberali di marca centrista (che si definiscono frequentemente di “centro radicale”) hanno pertanto una visione abbastanza complessa, laica, per nulla nostalgica o tradizionalista, né moralista in senso stretto: non intendono respingere gli esiti della modernità capitalista, ma preferiscono affrontare le sue contraddizioni e sfruttarne il potenziale dinamico per risolvere, in maniera pragmatica, le problematiche che ne scaturiscono. Quest’area post-liberale non è però da confondersi con ciò che alla metà degli anni Novanta venne definita “Terza via”. Quest’ultima aveva – e ha tutt’ora, con la Presidenza Biden – come naturale base elettorale di riferimento un centro moderato, definito variamente come mushy middle, o sensible center o anche moderate middle, costituito da borghesia medio-alta, con ruoli chiave nella dirigenza aziendale, nei media e nelle università, orientato verso posizioni di centrosinistra sui temi culturali e di centrodestra sulle questioni economiche e fiscali. Il centro radicale, quello autenticamente post liberale, avrebbe invece una base elettorale maggiormente radicata nelle classi lavoratrici e nel ceto medio produttivo.

Non si tratta di una nozione recente, almeno sotto il profilo sociologico, dato che negli Usa già Donald Warren negli anni ’70 del secolo scorso aveva parlato di “centro radicale”, individuando come elementi tipici di tale area politica i classici swing voters, quegli elettori posizionati a sinistra sui temi economici, ovvero sensibili ai problemi della giustizia sociale e a favore della social security, e sul centro-destra sui diritti civili, sull’immigrazione e, più in generale, sulle politiche identitarie, senza però atteggiamenti nostalgici o reazionari. Tra gli autori che si sono fatti spazio in quest’area negli ultimi anni si possono citare probabilmente Francis Fukuyama, ma soprattutto Michael Halstead e Michael Lind, autori nell’ormai lontano 2001 del saggio The Radical Center: The Future of American Politics, e animatori della New America Foundation.

La politica americana sta dunque provando in qualche modo a metabolizzare le istanze identitarie e comunitarie del momento populista, quelle considerate più sane perché frutto di esigenze reali, per affermare nuove politiche sociali capaci di restituire ai cittadini statunitensi un’idea condivisa, partecipata e radicata di nazione.

NOTE

[1] Illing S., January 6 should’ve moderated the GOP. It did the opposite, www.vox.com, 06/01/2022

[2] https://theimaginativeconservative.org/

[3] https://www.respublica.org.uk/

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