William Vittore Longhi, laureato in Economia e Commercio, con Master in Scienze del Lavoro e in Geopolitica e sicurezza globale, già analista e strategist sui mercati valutari, è oggi docente di Scienze giuridiche ed economiche nelle scuole secondarie di secondo grado, autore di manuali scolastici di Relazioni internazionali per gli istituti tecnici e di articoli e saggi di economia politica.

Recensione a
F. Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi
Utet, Torino 2019, pp. 236, € 19.00.

A rendere di uso comune nel dibattito pubblico statunitense la locuzione “guerre culturali” è stato certamente il sociologo James Davison Hunter con il suo saggio del lontano 1991, Culture Wars: The Struggle to Define America, in cui già si comprendeva come il conflitto giocato su temi morali e culturali, e per ciò stesso divisivi, non poteva che creare le condizioni per l’allargamento progressivo delle faglie ideologiche dell’elettorato americano.

A distanza di trent’anni tali fenomeni, anziché ridimensionarsi, si stanno traducendo in una crescente polarizzazione sociale e potrebbero condurre una parte sempre più cospicua della popolazione statunitense ad assumere posizioni politiche fideistiche, irragionevoli, estreme e intransigenti su temi politicamente determinanti per la stessa tenuta del sistema democratico e liberale. Ciò ha indotto il noto politologo Francis Fukuyama non solo a indagarne le radici, ma persino a proporre delle soluzioni. Nel suo recente saggio, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, Fukuyama – intellettuale ascrivibile ormai all’area centrista e moderata americana – parte da una premessa filosofica e antropologica che ritiene, in qualche modo, autoevidente, quella per cui la psicologia umana sarebbe caratterizzata, universalmente, da una convinzione morale di fondo: quella di possedere un io autentico, che in qualche modo può essere o non essere accettato e riconosciuto dalla società attraverso le sue istituzioni. Il politologo, in realtà, per attribuire fondatezza a tale asserzione, non manca di poggiare la sua tesi sulla filosofia socratica e riprende a tale riguardo un dialogo tratto dalla Repubblica di Platone, in particolare dal libro IV.

In tale dialogo emerge chiara la convinzione di Socrate che l’anima umana può dividersi in tre dimensioni: una desiderante, e come tale impulsiva e legata alle necessità primarie; un’altra calcolante e raziocinante, capace di compensare e frenare le pulsioni della prima dimensione, conducendo pensiero e azione verso fini utili e ragionevoli; e infine, una parte “timotica”, da tymòs, vale a dire emotiva, aggressiva, capace di far germogliare e gestire i sentimenti più intensi dell’orgoglio e della vergogna, della rabbia come della paura. Questa componente timotica è, per Fukuyama, la sede del giudizio di valore che l’uomo esprime nei suoi stessi confronti, quando giudica il proprio agire, e nei confronti dell’altro da sé. Questa dimensione dell’anima umana, per la sua stessa natura, aspira al riconoscimento, vuole essere cioè identificata per ciò che è veramente, o che presume di essere. Il riconoscimento può assumere una valenza egualitaria, nel senso di una richiesta agli altri consociati di parità nella dignità (e Fukuyama parla in questo caso di isotimia); ma può anche curvare verso la pretesa di una qualche forma di superiorità (morale, intellettuale, fisica, estetica ecc., e il politologo parla in quest’altro caso di megalotimia). Dunque, l’uomo nel suo percorso di sviluppo della personalità e di gestione delle interazioni sociali matura la convinzione di possedere un io indisponibile e vero, autentico, e per questo io pretende affermazione e riconoscimento sociale. L’alternativa è una reazione aggressiva, poiché la parte timotica della sua anima profonda non può tollerare la subordinazione, la manipolazione, la cancellazione.

Portando tale ragionamento ad un livello macrosociale, l’io autentico si traduce, collettivamente, in un’identità comune che pretende, implicitamente o esplicitamente, un riconoscimento pubblico, in assenza del quale matura progressivamente una forma di risentimento, che può anche sfociare in modalità espressive aggressive. Questa reazione sarebbe, per Fukuyama, alla base delle odierne politiche identitarie, negli Usa come in altri paesi occidentali, potendo assumere nel tempo e nei diversi contesti forme differenti, ma inevitabilmente destinata a generare insorgenze, emotive e divisive, a fronte di norme, convenzioni o politiche pubbliche orientate a comprimere l’identità di una comunità, o che siano comunque percepite come tali. Questo avviene perché l’identità è l’humus grazie al quale un semplice individuo, un atomo sociale, può non soltanto sentirsi pienamente persona, ma anche, se non soprattutto, essere parte integrante di una comunità, fornendo un contributo che sia in linea con le sue potenzialità. Se la società nel suo complesso, o anche solo attraverso uno dei suoi dispositivi istituzionali, non consente all’identità di esprimersi adeguatamente, questa limitazione è vissuta come un colpo grave alla dignità stessa della persona.

Essendo oggi le nostre società (naturalmente, Fukuyama si riferisce soprattutto alla società statunitense) particolarmente stratificate per ragioni legate all’etnia, alla nazione di provenienza, all’orientamento sessuale, alla religione di appartenenza o all’adesione a specifiche dottrine o ideologie (mai veramente scomparse), ne discende una frammentazione con confini sociali indistinti, che spesso si sovrappongono. Ognuno di questi gruppi può essere vittima o anche solo percepirsi come vittima di una particolare azione normativa o culturale di carattere restrittivo. A rendere più complicata la questione, subentra anche la cosiddetta fluidità dell’identità stessa, determinata dalla modernità e il suo portato di individualismo e di relativismo culturale e morale. All’ampliarsi della sfera della libertà individuale e delle conseguenti interazioni sociali, la stessa identità è divenuta frutto di una scelta personale piuttosto che l’esito stratificato e complesso di un vissuto generazionale e intergenerazionale. Si è così affermato gradualmente un individuo dalle identità artificiose e multiple, date le molteplici occasioni di relazione con gli altri, ma anche un individuo sradicato, che può decidere in autonomia chi essere, ma con la conseguenza che ogni scelta sulla sua identità specifica pare perdere d’importanza, potendo essere modificata ad libitum. Ciò ha fatto emergere, per il politologo, una reazione identitaria solida a quella fluida: la «nostalgia per la comunità e la vita strutturata», per radici cui aggrapparsi tenacemente, perché rappresentano la risposta sicura alla domanda esistenziale di senso.

Il capitalismo, soprattutto nella sua forma più recente, cioè globalizzata e interconnessa, ha da sempre un robusto connotato distruttivo sotto il profilo culturale, morale, identitario e comunitario. Il suo dinamismo, motore della creatività imprenditoriale e della continua innovazione tecnica, richiede però la costante messa in discussione dei rapporti sociali e delle idee morali tradizionali. A fronte di tutto questo, la sinistra radicale americana, in assenza di un nuovo soggetto storico e davanti al fallimento ideologico dell’idea socialista, e ha scelto di supportare le rivendicazioni identitarie di una quantità crescente di minoranze vittime, ciascuna di esse, di una specifica azione sociale percepita come repressiva e mortificante. Il multiculturalismo è così diventato, in particolare dagli anni Ottanta, la nuova ideologia della sinistra radicale americana. Dall’altra parte, la destra politica in Usa ha colto le reazioni del ceto medio al suo progressivo impoverimento, riportando in auge una concezione autoritaria, moralista e paternalista del conservatorismo. Si parla di una destra che unisce i dettami del conservatorismo culturale e valoriale con forme di protezionismo sociale ed economico. In entrambi i casi, siamo comunque di fronte a politiche identitarie aspramente in conflitto tra loro e, per la loro stessa natura, capaci di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica con molta più facilità rispetto a qualunque ipotesi politica basata su argomentazioni ragionevoli e strutturata sulla condivisione di valori e principi.

Per Fukuyama il destino di una nazione che si ritrovi ad essere rappresentata da fazioni in lotta tra loro per questioni identitarie è fragilissimo: una simile nazione è pronta a dividersi su temi forti, che determinano reazioni non ragionate, ma impulsive, perché toccano alla radice le sensibilità di quell’io autentico di cui ognuno di noi, vivendo, fa esperienza. I temi identitari sono facilmente divulgabili sotto il profilo narrativo e propagandistico, ben di più rispetto a qualunque argomentazione razionale. E creano una pericolosa condizione di autoreferenzialità, che da un lato viene amplificata a dismisura dai social network e, al contempo, può essere facilmente oggetto di manipolazione da parte di poteri stranieri interessati a frantumare il tessuto sociale di un paese o indirizzarlo verso le opinioni più utili ai propri interessi strategici.

Per il politologo le identità vanno, dunque, assolutamente trattate come vere, poiché non sono la creazione artificiosa di un manipolo di demagoghi, bensì il portato di un vissuto autentico, individuale e collettivo, presente e storico, e sono permanentemente rivolte a ottenere riconoscimento. Respingere tale richiesta significa attivare la parte timotica della nostra anima più profonda, indirizzandola verso reazioni aggressive, non ragionate. Significa mettere in scacco la componente raziocinante dell’anima umana e spezzare i processi democratici della discussione pubblica, processi che dovrebbero tendere verso il bene comune e non verso l’affermazione degli interessi o degli ideali di parte. Ma se tali istanze vanno prese sul serio e riassorbite per evitare il tracollo sociale, è necessario affermare un’identità nazionale alternativa, capace di metabolizzarle in maniera non traumatica, depotenziandone la carica istituzionalmente eversiva o culturalmente distruttiva. Fukuyama definisce tale identità nazionale come dottrinale, in quanto basata sull’attuazione di politiche pubbliche orientate alla costante assimilazione sociale e comunitaria. In questo caso, il politologo non sembra distinguere fra integrazione e assimilazione, ma definisce l’identità nazionale dottrinale come basata principalmente su cultura e principi costituzionali condivisi, piuttosto che su etnia e religione, considerati invece potenti elementi divisivi. Per Fukuyama, infatti, gli Stati Uniti hanno un vantaggio evidente rispetto ad altre nazioni, come quelle europee, essendo storicamente una terra d’immigrazione, che ha saputo dare solennità alla stessa cerimonia di naturalizzazione e ha affermato lo stesso americanismo come stile di vita. Tale identità nazionale dottrinale dovrebbe essere aperta al pluralismo sociale, avere cioè la capacità di integrare la diversità etnica, religiosa e di genere, moderando e mitigando i conflitti di quella natura. Dovrebbe peraltro essere un’identità capace di affrontare il problema degli immigrati i quali, se male integrati, si rivelano un pericolo sia come potenziali quinte colonne per potenze straniere, sia una giustificazione permanente alle reazioni della destra etno-nazionalista.

La politica pubblica conseguente dovrebbe poggiare principalmente su un progetto pedagogico nazionale, che abbia nel sistema scolastico pubblico la sua punta più avanzata e pervasiva. Questa pedagogia dovrebbe poggiare, però, su un concetto di cittadinanza particolarmente forte. Ma la cittadinanza americana, come quella europea del resto, è oggi un’idea debole, poiché strutturata su due diritti freddi, funzionali e procedurali, il diritto di voto e il diritto di ingresso e di uscita dai confini nazionali. Tutti gli altri diritti individuali e sociali (istruzione, salute, lavoro ecc.) sono ormai garantiti anche ai non cittadini, per una consolidata concezione umanitaria e universalista delle funzioni statali fondamentali. Bisognerebbe, quindi, restituire importanza alla cittadinanza in sé, indirizzandola maggiormente verso la pratica, costante e diffusa, di virtù dal forte significato comunitario, finalizzate al consolidamento di un’etica pubblica basata su valori e principi condivisi, poiché storicamente radicati nella società.

Fukuyama propone, ad esempio, un servizio nazionale obbligatorio, militare o civile (ipotesi che ricorda la proposta, in Italia, del Ministro Beniamino Andreatta prima della sospensione del servizio militare). Servirebbe, cioè, una forma di cittadinanza capace di riassorbire le istanze identitarie più radicali e rinvigorire al contempo lo spirito pubblico, costruito quest’ultimo sulla partecipazione attiva e su un’identità nazionale profondamente condivisa (per l’autore, dottrinale). Un progetto senz’altro costruttivista, che prevede un ruolo chiave per lo Stato, in particolare per il suo sistema scolastico, ma con una chiara impronta comunitaria, che rappresenta un tentativo di restituire alle nazionalità in genere, e a quella statunitense nello specifico, una dignità che rischierebbe altrimenti di perdersi nei meandri della più glaciale burocrazia dei diritti o degradarsi negli sciovinismi e nei revanscismi più insidiosi.

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