Enrico Orsenigo (1992), psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, è Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Fino al 2010 e prima della crisi ucraina, Mosca sottolineava in maniera esplicita che la presenza in Asia Centrale si configurava come una serie di azioni in stretta cooperazione con l’Occidente, prima di tutto in funzione anti-jihadista. Il secondo Grande Gioco si sviluppa, quindi, in maniera morbida (nel senso di de Tocqueville), dove USA, Russia e Cina mantengono la presenza nella zona senza ostacolarsi a vicenda e avendo molto chiara la necessità di stabilire un nuovo ordine centro-asiatico. Dopo la vicenda ucraina, invece, la cooperazione e un certo sentimento di comunanza avvicina ancora di più le ex Repubbliche sovietiche alla Russia che nel frattempo formula una nuova visione di democrazia sovrana.

Nel frattempo, gli uomini “forti” centro-asiatici, rimangono impegnati nelle vicende economiche che li vedono legati alla Cina che negli anni dieci del XXI secolo si trova impegnata nella costruzione di un nuovo grande progetto: Yi Dai Yi Lu, la nuova via della seta cinese, terrestre e marittima. Il progetto prevede una particolare attenzione nella costruzione (e ricostruzione) di infrastrutture materiali e immateriali. Come già evidenziato all’inizio di questo scritto, il nuovo decennio si apre con sistematiche ricognizioni e ricostruzioni di siti centrali lungo la nuova via della seta. Non solo le Repubbliche, molti di questi siti si trovano anche nelle zone particolarmente ‘tese’ dello Xinjiang. La sicurezza di tutte le aree coinvolte è compito della SCO, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, alleanza guidata da Russia e Cina e che negli ultimi anni vede l’adesione e partecipazione anche di India e Pakistan; la SCO mantiene, dal 2001, la priorità della reciproca assistenza diplomatica nei conflitti vicino alle frontiere.

La questione riguardante la sorveglianza e la lotta al fondamentalismo islamico dell’Asia Centrale riguarda sia gli islamisti centro-asiatici coinvolti negli attentati europei e medio-orientali, sia la presenza di cellule jihadiste nei cinque paesi. Le cellule che maggiormente vengono tenute sotto controllo sono tre, l’Islamic Movement of Uzbekistan, il Turkistan Islamic Movement e l’Est Turkestan Islamic Movement, quest’ultimo uiguro. Come già detto, il pericolo jihadista ha legittimato una serie di operazioni altrimenti impossibili da perseguire, in termini di controllo, e che tuttora rimangono vive all’interno delle Repubbliche, come ad esempio le limitazioni religiose o la libertà di stampa – Washington si aspetta, dall’Uzbekistan, una revisione radicale degli atteggiamenti del governo nei confronti di queste libertà e il mantenimento dei diritti dei lavoratori.

In tutto questo sembra rimanere in secondo piano la questione riguardante l’assetto socio-culturale che inevitabilmente cambia, sulla spinta delle scelte economiche che contribuiscono alla formazione di una immagine e di un immaginario dei paesi che sembra mobile: in alcune aree del tutto occidentale, mentre in altre ancora subordinato alla Russia. Non è raro incontrare per le strade di Samarcanda, Tashkent o Biškek giovani che, molto sinceramente e apertamente, affermano di essere impegnati a guadagnare sempre di più. Non solo, ad esempio a Bukhara, altro sito storico delle ex vie della seta medioevali, ora sembra impegnato a dare una nuova vita moderna alla città a discapito sia di alcune tradizioni (l’arte delle marionette) sia della piccola comunità ebraica che a poco a poco scompare.

Se ci sono delle caratteristiche che unificano i giovani centro-asiatici queste passano sicuramente per la Tecnica. I media e nondimeno l’espressione artistica, in questi paesi, si organizza entro le possibilità dischiuse da una certa tecnologia digitale, americanomorfa, e giunta qui senza la lenta mediazione e scansione temporale necessaria (come accaduto, in generale, nei paesi capitalisti).

A questo proposito sono importanti le parole di Danilo Breschi, che riflettono sopra il nuovo libro Storia del mondo post-occidentale. Cosa resta dell’età globale? di Eugenio Capozzi: «Cosa resta dunque dell’età globale? La Rete tecnologica, l’infrastruttura digitale che costituisce il sistema nervoso e innervante un mondo dentro cui si muovono con baldanza e crescente irruenza attori geopolitici extra-occidentali. Le pedine cambiano, ma la scacchiera è al momento quella costruita dall’Occidente americanomorfo. Qui si gioca la grande battaglia del futuro prossimo venturo. Bisognerà capire se il retaggio culturale cinese, le peculiarità della civiltà sinica sapranno meglio interpretare l’essenza della Tecnica, intesa appunto come disposizione mentale e concezione del rapporto tra uomo e natura, tra mezzi e fini. L’unica certezza, al momento, è che quanto fu proprio dell’Europa oggi galleggia al margine dei destini del nostro pianeta».

Il grande pericolo, dettato in parte dall’arrivo estremamente repentino delle ultime tecnologie in questa zona del mondo, è ancora una volta quello dell’altrettanto rapida omologazione dei tessuti sociali ed economici, diretti a simili scopi con simili mezzi. In questo senso, possiamo definire le cinque Repubbliche come degli ottimi osservatori per studiare il modo in cui gli stati (le popolazioni) si impegnano nella costruzione di una natura tecnica digitale che trasforma in enclave la natura naturale. Senza dubbio, però, gli stessi ambienti digitali contribuiranno in maniera sostanziale a trovare dei rimedi a diverse problematiche che colpiscono l’Asia Centrale, ad esempio, la catastrofe ambientale del Lago di Aral.

Come osserva Breschi con Capozzi, è importante ricordare che il punto di vista da cui si muovono le osservazioni è quello europeo, occidentale, purtuttavia riscontrando la «sempre più sincronica reciprocità di effetti tra i due emisferi, orientale ed occidentale, del pianeta». Tra questi effetti, non ultimo, una certa convergenza nel modo in cui il fattore R – la religione – entra nelle politiche dei governi, uscendone piegato in profondità. Due esempi attuali sono, evidentemente, la politica hindu e il rapporto degli uomini “forti” dell’Uzbekistan con le varie forme di islam interno, più o meno radicali.

Tuttavia è bene ricordare che, nonostante la direzione e la traiettoria forte ed esplicita, sia della politica hindu nei confronti delle altre minoranze e nella formazione di una certa visione del futuro per l’India, sia degli uomini “forti” dell’Asia Centrale nell’implementare uno stato di sorveglianza nei confronti delle varie forme di islam, i primi sfruttano a loro vantaggio i simboli di altre religioni specie se fruttano in termini economici (un esempio su tutti, il Taj Mahal, simbolo dell’architettura e di una certa narrazione storica musulmana), i secondi, come già detto in precedenza, rimangono impegnati nelle varie forme di repressione e allo stesso tempo usano gli ambienti della stessa religione che ‘combattono’ per pubblicizzare lo stato e le sue meraviglie storiche: i siti storici e gli ambienti che raccontano una certa epoca dell’islam e degli scambi interreligiosi che vi avvenivano, progressivamente, si trasformano nei siti che presentano lo stato.

In questo senso, si utilizza una delle possibilità tecniche dischiuse dalla globalizzazione e dall’occidentalizzazione: la forza e la trasmissione delle immagini, traslandone a proprio vantaggio il senso e il potere della rappresentazione. Chi scrive propone di identificare con un termine questa possibilità del potere di operare mutazioni immaginali su rappresentazioni più o meno conosciute: iconomana, la potenza e la deviazione della traiettoria della potenza medesima dell’immagine.

Ci sono dei denominatori comuni che la globalizzazione e l’occidentalizzazione hanno avviato in tutte e cinque le ex Repubbliche sovietiche. Di seguito, una sintesi delle principali dimensioni e movimenti che continuano, in questo terzo decennio del XXI secolo, a stabilizzarsi sempre di più nell’assetto socio-economico complesso di questi stati: diffusione della cultura pop occidentale anche attraverso l’organizzazione di manifestazioni ed eventi aventi come ospiti principali artisti della scena americana ed europea; aumento dell’inglese come seconda lingua nell’ambito commerciale e turistico; sviluppo di riforme economiche che si ispirano alle società occidentali; diffusione dei marchi occidentali negli ultimi due decenni, specie nelle capitali; problemi ambientali correlati alla crescita economica che causano tensioni etniche e sociali; aumento del commercio internazionale delle materie prime (gas naturale, metalli, petrolio).

In una certa misura, è difficile cogliere le caratteristiche che funzioneranno da invariante nell’Asia Centrale durante i decenni a venire. Come rilevato attraverso questo articolo, l’eccessiva mobilità dell’assetto culturale di questi paesi è determinata dalle scelte che avvengono oltre confine, e che soprattutto per ragioni di profitto vengono incorporate (nel senso di Thomas Csordas) senza una visione di futuro condivisa pubblicamente. Il terzo decennio del XXI secolo sarà determinante per comprendere quale forza avrà la meglio nel secondo Grande Gioco, e cioè nella trasformazione dei territori delle ex Repubbliche sovietiche e più in profondità negli habitus delle popolazioni.

(Fine seconda ed ultima parte)

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