Alice Delli Pizzi ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Civiltà all’Università di Pisa nel 2021. I suoi principali interessi di studio sono la storia della Prima Repubblica e la storia culturale.

Recensione a
A. Simone (a cura di), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo

Mimesis, Milano-Udine 2011, pp. 218, €16,00.

Viene definita paradosso della doxa, dal filosofo e sociologo Pierre Bourdieu, la perpetuazione dell’«ordine del mondo» come ineluttabile ed eterno, grazie alla quale «le condizioni di esistenza più intollerabili possono apparire accettabili e persino naturali» (Bourdieu, Il dominio maschile, 1998). Doxa in greco significa “opinione”, in opposizione ad aletheia, una verità inconfutabile, una realtà: il problema che Bourdieu vuole indicare è dunque come i modi di organizzare la nostra esistenza, non solo a livello politico e pubblico, ma anche e soprattutto culturale e privato, vengano percepiti come necessari e incontrovertibili, mentre si tratta di costruzioni determinate da condizioni storiche, politiche, economiche, sociali, culturali.

Pertanto si rende necessaria ad una ricerca sociale critica «l’oggettivazione del soggetto dell’oggettivazione»: smascherare cioè la pretesa neutralità e universalità delle costruzioni discorsive prodotte dalle scienze, dai media, dalla giurisprudenza, dalle pratiche sociali, analizzando tali forme di classificazione della realtà a livello linguistico e simbolico come singolarità storicamente e geograficamente determinate. Chiave metodologica è dunque lo studio dello sviluppo del linguaggio come attribuzione di significato, sia elaborata da un parlante che accettata o rifiutata da un pubblico (sistema che Bourdieu chiama mercato dello scambio linguistico), entrambi da considerarsi entità sociali e in evoluzione. Tale analisi sarebbe in grado di chiarire le forme di identificazione e conseguentemente di esclusione operate dalle scienze e dalla società sulle varie soggettività e forme di vita, che vanno quindi ad operare una forma di biopolitica tramite la determinazione di cosa è accettabile e cosa non lo è nelle produzioni discorsive (Foucault, L’ordine del discorso, 1970).

È a questa necessità che rispondono i saggi contenuti in Sessismo democratico, mantenendo costantemente Bourdieu e Foucault come punti di riferimento fondamentali: una serie di analisi di costruzioni culturali che hanno come oggetto le donne, come la trattazione da parte dei mass media italiani, nei casi di figlicidio, delle “madri assassine” (Fariello) o le caratteristiche attribuite, nella cultura camorristica, alle figure femminili, siano esse leader, spacciatrici o gregarie (Sgueglia). Meglio ancora, le analisi proposte nel volume a cura di Anna Simone hanno come oggetto il femminile, spesso ma non necessariamente incarnato da donne (come nel caso del saggio di Mauriello sulla discriminazione degli omosessuali effeminati da parte della comunità gay napoletana), inserendosi dunque a pieno titolo nel filone degli studi culturali e di genere.

La presa in carico da parte della disciplina storica della questione della discriminazione femminile è  infatti avvenuta inizialmente, negli anni Settanta, con la diffusione della women history: si trattava all’epoca di affrontare la questione dell’esclusione delle donne dalla sfera pubblica e di conseguenza dalla storia, in sincronia con la critica mossa dal movimento femminista sulla problematica del soggetto tradizionale storico, che era sempre stato maschile. Tale critica si inseriva in un più ampio discorso all’epoca portato avanti dalla New Left sulla sottomissione dei saperi scientifici alla struttura del potere dominante, rifiutandone la pretesa imparzialità ed estraneità dalla politica: l’inizio del cammino della women history è quindi difficilmente separabile dalle istanze militanti degli anni Settanta.

Il focus del dibattito si sposta significativamente con l’introduzione, nella discussione femminista, del concetto di genere (Scott, Gender: a useful category of historical analysis, 1986): ad essere oggetto di ricostruzione non sono più le biografie, le organizzazioni, il lavoro delle donne, tematiche tutte fino ad ora ignorate, ma il sistema di relazioni simboliche costruito attorno all’opposizione fra i due sessi e le sue conseguenze sociali, culturali e politiche. Questo passaggio, se ha sicuramente suscitato preoccupazioni sia sulla maggiore “neutralità” di questo approccio e sul conseguente arretramento sullo sfondo dell’istanza militante femminista nonché sulla minore attenzione in questo modo dedicata all’azione umana come agency (Kessler-Harris, Do we still women’s history?, 2007), ha però dotato gli studiosi di un nuovo strumento analitico, il genere. Quest’ultimo ha significativamente contribuito all’approfondimento della ricerca storica e sociale in molteplici campi.

La metodologia applicata in Sessismo democratico mira al superamento di questo contrasto, tramite un’analisi, sì, strutturalista ma che parte da dati empirici, seguendo il solco tracciato da Anna Pollert e dalla sua critica al concetto di patriarcato. Un altro problema che si è presentato nella discussione femminista è infatti quello dell’interazione del sistema patriarcale con quello capitalistico: secondo Pollert, ogni relazione sociale, incluse quelle definite dal sistema capitalistico, sono gendered, vale a dire influenzate dal genere e quindi più profondamente comprensibili grazie ad un’analisi che includa il genere come chiave di lettura. A seguito di questa riflessione, la necessità di un’analisi empirica di queste relazioni viene dedotta dal paragone fra classe e genere come categorie di classificazione: se infatti «un capitalista non può cessare di trarre profitto dal lavoro salariato senza cessare di essere un capitalista», uomini e donne possono interagire per interessi propri (non sempre coerenti) con vari nuclei simbolici legati al genere, passando dall’uno all’altro e creando nuovi significati, senza che il sistema di relazioni fra i due generi cessi di esistere (Pollert, Gender and class revisited, or the poverty of ‘patriarchy’, 1996).

È necessario dunque per Pollert, altro punto di riferimento per la metodologia dei saggi di Sessismo democratico, problematizzare il concetto di “patriarcato”, che risulta essere sprovvisto di una base “materiale”, al contrario appunto del capitalismo, al fine di superare la contrapposizione oppressione/emancipazione e prendere come punto di partenza le esperienze di vita da analizzarsi empiricamente. Questo passaggio risulta ancora più necessario in epoca contemporanea, in cui molte istanze femministe sono state inglobate dal sistema capitalistico e in molti casi commercializzate. Un problema ben illustrato dal saggio sulle figure femminili nella fiction poliziesca italiana (Giomi), tanto da spingere molti autori a parlare di neo-patriarcato e (come in quest’ultimo caso) di post-patriarcato, un sistema che riesce a neutralizzare la carica eversiva di quelle che potrebbero sembrare conquiste, come appunto l’introduzione nei prodotti televisivi di eroine action, tramite la costruzione di nuovi significati e identità: l’eroina che paga lo scotto dei suoi successi professionali con un difetto o un problema nella sfera personale, che non a caso spesso si presenta nell’ambito femminile per eccellenza della maternità, è ormai un noto cliché.

I saggi si mostrano, in virtù della metodologia adoperata, saldamente ancorati alla realtà contemporanea e a basi empiriche, risultando ancora più utili in un momento in cui l’analisi linguistica e culturale femminista ha guadagnato grande popolarità nella cultura politica di massa giovanile. Si tratta di un dibattito molto forte principalmente negli Stati Uniti, dove la “sinistra culturale” si è configurata come avversario speculare dei neoconservatori, dibattito che in Italia si sta facendo strada principalmente online e nelle università. La prospettiva proposta dai saggi non perde mai di vista la necessità di fare chiarezza sugli scopi e i meccanismi di un sistema culturale che costringe le soggettività dentro identità precostituite, senza tuttavia commettere l’errore di trasformare questa necessità in istanze censorie e prescrittiviste, come spesso accade nella discussione femminista contemporanea.

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