Annamaria Amato è Ricercatore a tempo indeterminato di Storia delle Istituzioni politiche (SPS/03) all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Dipartimento di Architettura.

Recensione a: R. Lippi, Gobetti e Amendola. Due figure del nuovo Risorgimento italiano, intr. di P. Soddu, Aras Edizioni, Fano 2022, pp. 351, € 16,00.

Come chiariscono nella Prefazione le figlie Gesualda e Giulia, questo libro di Raffaele Lippi  (Pagani, 1904-1974), che raccoglie due intensi ed accorati profili di Gobetti ed Amendola, vede la luce a distanza di quasi cinquanta anni dalla scomparsa del suo Autore, grazie all’interessamento che, giustamente, il Direttore del Centro studi Piero Gobetti, Pietro Polito, aveva manifestato, accogliendo quindi il volume all’interno della Collana Gobettiana, da lui stesso diretta.

Della formazione intellettuale dell’avvocato Lippi, non sappiamo molto, ma certo appare piuttosto singolare che un uomo che aveva costruito il suo percorso politico nell’ambiente cattolico durante il ventennio fascista, per poi approdare alla militanza attiva nella Democrazia Cristiana, abbia pensato e ripensato ai due martiri liberali dell’antifascismo come ai suoi Maestri. Sempre le figlie ci informano che i due testi proposti nel libro sono stati scritti durante gli anni difficili della dittatura e rimeditati tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, il periodo nel quale il Lippi si impegnava maggiormente nell’attività politica locale in provincia di Salerno. La necessità di ritornare su quei suoi scritti giovanili, dunque, nasceva forse dalla convinzione che proprio quegli autori lo avessero guidato, fornendogli molti degli strumenti culturali e politici che lo assistevano nel suo agire concreto.

Certo è che Gobetti e Amendola, ma direi soprattutto il primo, hanno ricoperto un ruolo fondamentale nel percorso di tutti gli antifascisti liberali e democratici, lasciando una traccia indelebile nei percorsi personali e in generale nella storia dell’antifascismo, così come nelle culture politiche laiche e anche social-comuniste. La loro dimensione eroica così come quella di Gramsci, infatti, costituisce una sorta di irresistibile pregiudizio favorevole di cui sono ampiamente animate le pagine scritte dal Lippi.

Lippi era del 1904, poco più giovane quindi di Gobetti che era nato 3 anni prima di lui. In gioventù si era iscritto alla federazione universitaria cattolica italiana e successivamente al PPI. Aveva avuto ricorrenti contatti epistolari con Monsignor Montini ed infine, a fascismo caduto e a guerra finita, era stato fondatore e primo segretario della sezione DC di Salerno dal 1946 al 1951 e più volte deputato provinciale di Pagani, per poi ritirarsi dietro le quinte della politica locale.  Mi son fatta l’idea che si trattasse, di un autentico cattolico liberale che aveva creduto nel progetto postbellico di De Gasperi e che, a livello locale si fosse impegnato nel sostenerlo, per poi non condividere la trasformazione del partito operata da Fanfani a partire dalla sconfitta elettorale del ’53 e dalla scomparsa di De Gasperi. E, in tale ottica, la “vicinanza” intellettuale con Gobetti e Amendola ha una sua motivazione profonda.

Ma torniamo un attimo al rapporto cattolici-Gobetti (che parallelamente immagino sia anche il rapporto Lippi-Gobetti) facendo un passo indietro e ricordando, in estrema sintesi, alcune vicende fin troppo note. Quando Sturzo pose fine alla collaborazione tra i popolari e il fascismo nell’aprile 1923 con il Congresso di Torino, decretando così la sua stessa fine politica in patria, Gobetti aveva iniziato un parziale riavvicinamento con alcuni esponenti del PPI e con lo stesso Sturzo, il quale, non a caso, durante l’esilio, iniziato poco dopo, pubblicò proprio con Gobetti alcuni suoi testi antifascisti (prima Popolarismo e fascismo e successivamente altri due volumi Pensiero antifascista e La libertà). In quel periodo della “breve esistenza” di Gobetti, insomma, si venne a stabilire, un terreno di coltura nel quale si innestò la collaborazione culturale con alcuni ambienti cattolici. Quegli ambienti cattolici pronti ad accettare alcuni dei principi che, per il torinese, erano imprescindibili per il liberalismo e per il liberismo; e cioè la tolleranza, l’impostazione della lotta politica in una società pluralista, la laicità dello Stato e il liberismo economico. Tra gli esponenti del Partito popolare che ebbero rapporti con il fondatore di “Rivoluzione Liberale” ce ne furono due in particolare che con Gobetti strinsero legami importanti: Giuseppe Donati, direttore de Il Popolo nuovo, organo del partito, e Francesco Luigi Ferrari, direttore della rivista Il Domani d’ Italia. (Sul rapporto tra Gobetti e i cattolici, cfr. l’epistolario curato da B. Gariglio, Progettare il postfascismo. Gobetti e i cattolici(1919-1926), Milano, Franco Angeli 2003). È certo che il Lippi di quella attenzione di Gobetti per il cattolicesimo politico era ben a conoscenza, dal momento che nella sua biblioteca erano presenti le raccolte complete sia de “La Rivoluzione liberale” che del “Baretti”.

Un percorso intellettuale più complesso e articolato rispetto a Gobetti, lo aveva avuto Giovanni Amendola, il quale, morto anch’egli nel 1926, era, al momento della morte, più adulto e anche intellettualmente più maturo rispetto al giovanissimo Gobetti e il Lippi, del politico di ascendenze salernitane ed eletto proprio a Salerno (chissà se mai l’A. lo aveva incontrato direttamente, forse era a Sarno il 20 dicembre del 1923 quando Amendola subì la prima aggressione?) , traccia un profilo più organico e strutturato che sembra indulgere meno alla inevitabile fascinazione che traspare dal saggio su Gobetti.

Il saggio di Lippi su Amendola, che risale all’inizio degli anni ’70, ha il singolare pregio di essere piuttosto fuori dal solco storiografico che ha caratterizzato una certa cultura politica novecentesca che ce lo ha presentato nei panni di un nazionalista interventista, talvolta di un moralista intransigente che avrebbe facilitato l’avvento di Mussolini attraverso la sua mai verificata disponibilità verso il primo fascismo, ma poi, soprattutto, profondamente antidemocratico perché “appiattito” sul giudizio positivo della funzione storico-politica, nonché ideologica della destra storica, tradizionalmente incarnata dal binomio Cavour-Spaventa, insomma uno degli ultimi epigoni del liberalismo. A smentire tale “preconcetto”, nel 2013 è uscita una bella biografia scritta da Alfredo Capone, pubblicata dalla Salerno Editrice su Giovanni Amendola, dal sottotitolo programmatico: Il padre fondatore della democrazia liberale antifascista.

L’antifascismo di Amendola, come è opportunamente evidenziato anche dal Lippi, è un antifascismo maturato più lentamente, forse meno istintivo ed epidermico, alimentatosi attraverso lo scontro politico attivo praticato anche nell’aula di Montecitorio, dove il deputato del collegio di Salerno fece il suo ingresso nel 1919, riconfermato poi nel ’21 ed infine nelle elezioni del ’24 che rappresentarono il vero spartiacque nella vicenda dello Stato liberale. A tal proposito è opportuno ricordare la particolare posizione di Amendola sulla legge Acerbo. Lui che pure non aveva apprezzato la scelta nittiana della proporzionale nel 1919, si schierò su posizioni proporzionaliste, contro quel premio di maggioranza previsto dal nuovo sistema elettorale, che gli sembrava snaturasse completamente l’autenticità della rappresentanza politica democratica.

A differenza di Gobetti che aveva accolto sin da subito con interesse la nascita del Partito popolare italiano (Ppi), prima ancora di avvicinarsi direttamente a Sturzo dopo l’avvento del fascismo – come abbiamo visto prima – per Amendola l’incontro con Sturzo e con i popolari non fu facile né privo di tensioni. Pur avendo una grande sensibilità religiosa, era profondamente laico, anche se per niente laicista. Rispetto al Ppi nutriva più che altro una certa diffidenza che direi legata al sempre vivo timore rispetto ai rossi, ai bianchi e ai neri che caratterizzava molti ambienti liberali sempre preoccupati per la stabilità istituzionale dello Stato e, d’altra parte, anche sul programma politico, era lontano da non pochi punti programmatici. Ma con l’avvento del fascismo si crearono delle convergenze politiche tra Amendola e Sturzo, che li avrebbe accomunati nel percorso antifascista, iniziato quando il primo, insieme a Nitti si astenne dal votare il governo Mussolini e il secondo, invano, si oppose all’ingresso dei popolari nel governo. Successivamente il liberale ed il cattolico si trovarono uniti nel contrastare la legge Acerbo (da non dimenticare che Sturzo era stato un proporzionalista convinto) e poi, sempre nel 1923, nel patire le prime forme di intimidazione: Sturzo “costretto” a dare le proprie dimissioni da segretario del Partito popolare e poi da tutti gli incarichi politici, mentre Amendola fu aggredito fisicamente a Sarno.

Si potrebbe dunque concludere dicendo che, forse, il profondo interesse che il Lippi aveva manifestato rispetto a Gobetti e Amendola nasceva dalla necessità di cercare una sintesi politica ed ideologica tra cattolicesimo e liberalismo, che andasse oltre il cattolicesimo politico tradizionale e in grado di fornire strumenti politici per rifondare lo Stato, superando, in un’ottica appunto liberale, le criticità del processo risorgimentale.

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