Ivo Stefano Germano è docente di Media digitali e Strategie della comunicazione politica e istituzionale presso l'Università degli Studi del Molise. È autore di numerosi saggi e articoli scientifici, nonché monografie, tra cui: Barbie. Il fascino irresistibile di una bambola leggendaria (2003); La società sportiva. Significati e pratiche della sociologia sportiva(2012); New Gold Dream. E altre storie degli anni Ottanta (con Danilo Masotti, 2013); Aside Story. La fatica delle vacanze (con Sabina Borgatti, 2017); Sociologie del mutamento(et al.; 2017); #Quartierinogauchecaviar. Sneackers rosse eppur bisogna andar (2018); Sociologie. Teorie, strutture, processi (con Michela Felicetti, 2021).
Recensione a: R. Petri, La ragazza di Savannah, Mondadori, Milano 2024, pp. 276, € 19,50.
Per tanti motivi che dipendono dalla mia incapacità che nemmeno riesco a dirmi non so scrivere una recensione. Non sono un critico letterario. Non saprei nemmeno da dove cominciare, ancor meno concludere. Neppure solleciterei l’impudenza di dichiararmi un “forte lettore”. Però, però…
Il discorso cambia con il libro, il bel libro di Romana Petri, La ragazza di Savannah edito da Mondadori. Prima di tutto, perché si tratta della celebrazione della scrittura unica, determinata di Flannery O’Connor, col “lanciafiamme”, secondo l’autrice, di una ragazza irlandese, cattolica che non sopportava un secondo che uno baciapile, bigotti e benpensanti. Un senso del peccato che si traspone in uno stile dal morso serrato fra i denti, in direzione di Dio, passando, però, dalla terra del diavolo. Tutta roba fuori ordinanza, al di là del registro culturale ufficiale: accettazione di un destino comune, ispirazione, creatività, complicità, dolore, fede. Suo padre, morto giovane, l’aveva capito benissimo. Non sarebbe stata ciò che avrebbe voluto sua madre ranchera.
Di questa loro mocciosetta, le cui opinioni e idee avrebbero fatto felice un veterano della guerra civile. Siamo nel “Deep South” degli Stati Uniti d’America dove non c’è tempo d’imparare una vita, se devi mescere sangue e nervi nella scrittura. Tutto è reale, senza forzatamente apparire magico.
I miracoli arrivano addosso, all’improvviso. E se sei Flannery O’Connor decidi di vivere all’incontrario, di non lisciare il pelo nel verso giusto, nel profilo migliore. A contare è lo spirito sotto Il cielo dei violenti, titolo di un suo libro meraviglioso pubblicato nel 1960. Come Michelangelo con lo scalpello sul marmo ancora nuda pietra, Flannery O’Connor scrive, scrive davanti all’inferno in terra dí vite brevi.
Lei stessa morirà neanche quarantenne. Flannery O’Connor sta nella stessa colonna di Kurt Vonnegut, Raymond Carver, Jack Kerouac, John Fante. Bravissima Romana Petri a non cedere alle lusinghe del biografismo. Sfida altissima. Buona lettura.