Alfonso Lanzieri (1985) è dottore di ricerca in filosofia dal 2017. Attualmente insegna filosofia presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. Si interessa principalmente di filosofia della conoscenza e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli dedicati al pensiero di Bernard Lonergan e Henri Bergson.

L’invasione russa dell’Ucraina, in corso ormai da alcune settimane, rientra nel novero di quegli eventi rispetto ai quali ciascuno di noi è chiamato a prendere posizione. Anche se non abitiamo nei territori su cui transitano i carrarmati e cadono i missili, il nostro Paese, e con lui le nazioni della cosiddetta alleanza atlantica, è direttamente coinvolto. In questi giorni, infuria il dibattito sulla forma più corretta di questo coinvolgimento: cosa è più giusto fare eticamente e costituzionalmente? Limitarsi a favorire il confronto diplomatico? Sostenere la difesa ucraina con le sanzioni alla Russia di Putin? Aiutare la resistenza inviando armi? La nostra coscienza è sollecitata a rispondere a queste non semplici domande, spinta dall’urgenza degli eventi.

Può essere utile tornare ad ascoltare una straordinaria voce del Novecento, il teologo e pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, ha testimoniato la necessità di assumere la responsabilità nella propria ora storica, con il pensiero e con l’azione (sarà infatti giustiziato dai nazisti per la sua opera di resistenza attiva al regime, nel campo di concentramento di Flossenbürg, il 9 aprile 1945). Quando il teologo è negli Usa per i suoi studi, e in Germania infuria già l’hitlerismo, Bonhoeffer scrive all’amico Reinhold Niebuhr: «Ho commesso un errore venendo in America. Devo attraversare questo difficile periodo della nostra storia nazionale con il popolo cristiano di Germania. Non avrò il diritto di partecipare alla ricostruzione della vita cristiana in Germania dopo la guerra se non parteciperò alle prove attuali con i miei concittadini».

La responsabilità è così il centro della sua riflessione, svolta, per così dire, sul campo, non nella sedentaria tranquillità accademica, che oramai, in Europa, il soffio della guerra aveva spazzato via. Questa nozione è al cuore dell’Etica, la sua maggiore opera sistematica, scritta tra l’autunno 1940 e la primavera del 1943. Al tempo, Bonhoeffer conduce una doppia vita: è un agente di collegamento tra la resistenza tedesca e la Gran Bretagna, e contemporaneamente scrive quest’opera teologica riflettendo sui compiti del cristiano in una situazione di assoluta emergenza.

Il cominciamento essenziale di un’etica cristiana, chiarisce Bonhoeffer, «non è la realtà del proprio io, non è la realtà del mondo, e neppure la realtà delle norme e dei valori, bensì la realtà di Dio nella sua rivelazione in Gesù Cristo». Il corsivo del termine “realtà” è nostro. Probabilmente – è una congettura  ̶  il giovane teologo si era trovato al centro di dibattiti che, allora come oggi (fatte salve ovviamente tutte le differenze del caso) contrapponevano gli ideali ai fatti, gli altri valori al sano pragmatismo e così via. Su entrambi i fronti, però, sembra suggerire il nostro autore, si comincia da un’idea inadeguata di realtà e, ciò che più contava dal suo punto di vista, un’idea sbagliata del rapporto Dio-mondo in chiave cristiana. Dal momento che Dio si è incarnato in Gesù Cristo, il mondo non si contrappone a Dio: il mondo ora è in Dio, la realtà e il bene non sono due pianeti da riconciliare. In questo modo, allora, Bonhoeffer afferma, contro ogni pragmatismo riduzionista, che realtà non è l’insieme dei fatti empiricamente constatabili e che il bene non è in nessun modo il frutto di un calcolo, un bilanciamento tra entrate e uscite; ma afferma anche, contro ogni idealismo, che l’insieme dei “valori” non si cala nella storia da una dimensione iperuranica, ma è già dentro la storia, come lievito nella pasta.

Il pensiero «delle due sfere» separa, anziché distinguere, l’ambito di Dio e l’ambito del mondo. Elimina la tensione che li mantiene assieme, distinti ma legati, in qualche modo, e finisce col favorire la prevalenza dell’uno sull’altro. Dalla separazione nascono inevitabilmente i conflitti, dato che l’uomo partecipa di entrambe le sfere. L’etica che non risolve in maniera adeguata questo dualismo, secondo Bonhoeffer, è costretta all’interno di uno schematismo che fa violenza alla realtà: le norme, i principi e il dover essere da un lato; la mondanità, i fatti, il frammento, l’istanza della finitezza e della libertà autocentrata, dall’altro: «Se tentiamo di procedere per questa via ci si para dinnanzi come un colosso l’ostacolo costituito da una gran parte del pensiero etico cristiano tradizionale. Fin dagli inizi dell’etica cristiana dopo il periodo neotestamentario, la concezione fondamentale predominante del pensiero etico, che consciamente o inconsciamente tutto determina, è quella dello scontro tra due sfere, una delle quali sarebbe divina, santa, soprannaturale, cristiana, mentre l’altra sarebbe mondana, profana, naturale, non cristiana». Stretto tra la Scilla del radicalismo, sempre attento a salvare Cristo da ogni commistione col male del mondo, e la Cariddi di un compromissismo che eleva surrettiziamente i fatti a metro di giudizio, l’uomo è chiamato a realizzare la forma di Cristo nella propria vita, nella decisione personale mai garantita: «Buono è l’agire storico che vede la realtà concreta data fondata e sostenuta dalla realtà dell’incarnazione di Dio, cioè che lascia il mondo essere mondo in maniera tale da non dimenticare mai che Dio ha avanzato la propria pretesa su di esso, in quanto l’ha amato, giudicato e riconciliato».

Agire responsabilmente, dunque, significa accettare il rischio della decisione in un agire adeguato alla realtà (realtà da intendersi nel modo che abbiamo anticipato). Si deve abitare la tensione che la situazione storica impone, nell’inseparabilità delle sue dimensioni: tensione tra intenzione e conseguenze, libertà e vincolo, obbedienza e autonomia, spontaneità e impegno, abitudine (habitus) e creatività. La storia è come la tunica di Gesù del racconto della passione: indivisibile, tessuta tutta d’un pezzo:

Il mondo rimane mondo perché è il mondo amato, giudicato e riconciliato in Cristo. Nessun uomo ha il compito di saltare a piè pari il mondo e di farne il regno di Dio. Con ciò non intendiamo ancora una volta favorire quella pia indolenza, che abbandona il mondo malvagio al suo destino e salva solo la propria virtù. Poniamo piuttosto l’uomo nella sua responsabilità creata concreta e quindi limitata.

Se l’atto che mira al bene dev’essere adeguato alla realtà, per Bonhoeffer nella struttura della vita responsabile deve trovare posto la disponibilità a prendere su di sé la colpa. La colpa propria e ancor più quella degli uomini che la nostra esistenza incrocerà. Anche qui Bonhoeffer sviluppa un discorso dallo sfondo cristologico:

Egli (Gesù Cristo) non cerca di realizzare nuovi orizzonti etici […] non vuole essere considerato l’unico perfetto a spese degli uomini, non vuol far trionfare sulle rovine di una umanità fallita per la propria colpa una qualche idea di un uomo nuovo. Un amore che lasciasse l’uomo solo nella sua colpa non avrebbe per oggetto l’uomo reale. Gesù diventa colpevole come colui che agisce responsabilmente nell’esistenza storica. […] Quale uomo senza peccato Egli prende su di sé la colpa dei propri fratelli e sotto il peso di questa colpa dimostra di essere il senza peccato.

Per quanto paradossale possa sembrare, il soggetto responsabile non può vivere fuori della colpa altrui, se vuole farsi carico dell’altro reale, concreto, deve assumerne anche la colpa, pena la caduta in un fariseismo moralistico:

Quando Kant, partendo dal principio della veridicità, arriva alla grottesca conclusione che dovrei francamente rispondere di sì all’assassino penetrato in casa mia, che mi chiede se il mio amico da lui inseguito si sia rifugiato presso di me, allora in questo caso l’arrogante autogiustificazione della coscienza, spintasi al punto di diventare una superbia blasfema, sbarra la via al modo responsabile di agire. Se la responsabilità è la risposta globale e adeguata alla realtà dell’uomo e alle esigenze di Dio e del prossimo, il carattere parziale della risposta di una coscienza legata a principi risulta qui posto nettamente in luce. Il rifiuto di divenire colpevole per amore del mio amico nei confronti del principio della veridicità, il rifiuto di mentire risolutamente per amore del mio amico (…), il rifiuto quindi di portare la colpa per amore del prossimo mi pone in contraddizione con la mia responsabilità fondata nella realtà (il corsivo è nostro).

Per chi vuol vivere da responsabile, insomma, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita dell’altro ed eventualmente della generazione che viene, dopo la mia azione. Solo a partire da queste riflessioni sulla responsabilità (che qui abbiamo presentato in forma molto sintetica e selettiva), si possono comprendere le parole che Bonhoeffer disse a un compagno di prigionia italiano. Questi gli domandò come potesse un pastore partecipare a una cospirazione politica che prevedesse anche lo spargimento di sangue, e il teologo rispose: «Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante».

La riflessione bonhoefferiana è il tentativo, purtroppo solo abbozzato, a causa della scomparsa prematura dell’autore, di mettere insieme la massima fedeltà alla terrà con l’eroica obbedienza all’appello del bene. Un tentativo compiuto nel mezzo di eventi catastrofici, quelli della seconda guerra mondiale, che hanno però fatto comprendere al giovane teologo che «abbiamo vissuto e pensato troppo nella convinzione che sia possibile garantire in precedenza ogni azione vagliando le possibilità, in modo tale che essa poi si compia completamente da sola. Abbiamo imparato un po’ troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità» (lettera del 1944). Bonhoeffer ha vissuto tale prova con un’adesione alla storia francamente impressionante. Nella lettera appena citata, infatti, in pieno conflitto mondiale, lo studioso arriva a scrivere: «posso comunque soltanto dire che non vorrei vivere in nessun altro tempo che il nostro».

Qualunque sia la prospettiva che ciascuno sceglierà di abbracciare rispetto agli eventi indubbiamente drammatici che stanno interessando l’Europa in queste settimane, credo che l’appello alla responsabilità imponga un confronto duro con la storia, che fugge il facile usbergo del richiamo a valori senza storia, così come un’arrendevole (e cinica) adesione al dato di fatto, spacciata per realismo. Occorre assumersi il rischio della decisione: la realtà, in certi momenti, impedisce la neutralità.

 879 Visite totali,  1 visite odierne