Enrico Orsenigo (1992), psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, è Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Situato tra l’inizio e la fine, domando dell’uno e dell’altra

Recensione a: M. Marchetto, Il coraggio della domanda. La questione del senso e la Laudato si’, Castelvecchi, Roma 2023, pp. 84, € 13,50.

L’enciclica Laudato si’ non si può ridurre a una sorta di manifesto ambientalista. Nei sette capitoli dell’ultimo libro di Michele Marchetto troviamo la dimostrazione delle varie crome concettuali che assume l’enciclica, in tutta la sua portata che è anche filosofica e antropologica.

L’introduzione fornisce una sorta di mappa lessicale per orientarsi più agevolmente nei capitoli. Emergono sin dalla prima pagina quelle che sono le caratteristiche principali del testo: il superamento della parzialità della visione del mondo, per assumere (incorporare) la cifra dell’integralità; l’impossibilità di una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo; i tre livelli della relazione interpersonale – con Dio, con il prossimo e con la terra; l’interrogativo sulla ricerca (la necessità) dell’orientamento generale, che ricorda la barca di Bauman, ancora in attesa di un comandante idoneo a guidarci in questa nebbia, fitta, contemporanea, una barca che continua a muoversi per inerzia. Molte sono le domande che, a partire da queste caratteristiche, si schiudono; altrettante sono le risposte che Marchetto rileva, con Papa Francesco e con il sostegno di altri tra cui Heidegger, Lévinas, Guardini, Weil.

Come si può abitare la domanda fondamentale che chiede perché l’essere e non il nulla? Come limitare la transfugazione nell’angoscia provocata da questi interrogativi? La domanda impone l’esercizio di un pensare diverso: «Nell’oggetto, che è il “senso”, e nel metodo, che è il meditare, non il calcolare». Si passa dalla questione come problema alla questione come mistero, dal funzionamento alla meditazione. La domanda fondamentale, prima ancora di essere incorporata, è depositata nella natura, è, con Marchetto, nell’esistenza, in quanto provenienza-da e apertura-a-una-destinazione.

Tuttavia, non è sufficiente il metodo. Abitare le domande più profonde richiede coraggio, perché a venire meno non sono solo le sicurezze che garantiscono una vita quotidiana mediamente serena e non preoccupata; ci si deve anche convincere della necessità di lateralizzare, gradualmente, tutta una serie di tecniche di distrazione che riempiono i giorni. Freud li chiamava diversivi della coscienza, capaci di fornire il giusto grado di torpore al fine di mantenersi sufficientemente presenti in tutti i campi. Questa atrofizzazione, però, determinata da una più o meno cosciente spinta al torpore, favorisce il riconoscimento dell’inumano nell’umano? In altre parole, mantiene nell’uomo le caratteristiche indispensabili a riconoscere i limiti di quella che è una vita rispettosa di sé e degli altri?

L’approfondimento della domanda, attraverso quella che Husserl chiama riduzione fenomenologica, conduce agli anfratti della soggettività e, secondo Marchetto, è proprio questa postura di ricerca che consente di recuperare la capacità di farci domande sui fini e sul senso delle cose. Ad essere centrale non è tanto la possibilità di capire che cosa si sta domandando, quanto avere ancora in sé la capacità di porsi e di frequentare la domanda fondamentale, mantenendosi sia nella sospensione di giudizio sia nell’attesa di certi afflati, soffusi.

Da qui si raggiungono i problemi-limite. In questo senso incontriamo non tanto un problema, cioè qualche cosa che ostruisce il cammino del pensiero, dell’uomo; piuttosto si incontra un mistero che circonda e attraversa. Si tratta di un cambio radicale di prospettive: non il problema frontale, tipico della visuale delle scienze descrittive, ma il mistero che attraversa le singolarità.

Tra gli autori che Marchetto chiama in causa troviamo Jaspers che, nella sua Introduzione alla filosofia, sviluppa una riflessione sulla posizione del soggetto che si chiede “che cos’è l’essere?”. Infatti, continua, «è evidente che se mi pongo simili domande non mi trovo in un inizio originario, ma in una situazione in cui mi scopro proveniente da un passato. […] con mia grande sorpresa, mi domando che cosa esiste veramente, tutto infatti è passeggero; io non ero all’inizio e non sono alla fine. Eppure, situato tra l’inizio e la fine, domando dell’uno e dell’altra».

In questo senso comincia la strada che conduce dalla domanda sull’essere alla domanda sul senso che il mondo e le cose hanno per gli umani. Qui, giustamente, Marchetto si sofferma sul rischio schiuso da un simile questionare; infatti, il passaggio da domanda sull’essere a domanda sull’uomo, accorcia la distanza verso un altro ‘sentiero’ di riflessioni, ossia sulla necessità dell’uomo. Tale domanda solleva la questione della visione antropocentrica della natura (quello che Francesco indica come «antropocentrismo deviato») che, a più riprese, ha dimostrato essere una visione capace di sminuire il valore intrinseco del mondo e delle cose. Si tratta del sogno prometeico di dominio sul mondo e che negli ultimi decenni, a macchia di leopardo negli Stati, è mutato in vergogna prometeica (Günther Anders docet) in rapporto alla potenza delle macchine. Che fare, dunque?

Ritorniamo al ‘lavoro’ della filosofia, per comprendere meglio che cosa accade quando riflettiamo sul senso delle cose e delle esperienze. Non si tratta di una operazione intellettuale, aggiunge l’autore nell’ultimo capitolo, perché prendono avvio una serie di risonanze e consonanze interiori, un sentire e intuire che si traducono nella comprensione. «Cosicché si intuisce il plesso sentire-intuire-comprendere» che mobilita anche la sfera della sensibilità, del sentimento, delle affezioni emotive e dell’immaginazione. Questo secondo ordine, accanto a quello della ragione, dona una visuale più estesa nel reticolo della complessità; la conoscenza scientifica, le formule, i grafici e le teorie descrivono una parte dei fenomeni, attraverso precisi sets comportamentali e coerenti procedure standardizzate a seconda della tematica e della disciplina.

A mancare è la facoltà conoscitiva del sentire intuente, descritta da Musil nei suoi Diari (1899-1941). Ci riporta alla memoria il primo volume de La Recherche, di Proust: per ritrovare le immagini del passato, di persone e paesaggi, il giovane si china più e più volte dentro se stesso, ma è destinato a fallire perché non è solo attraverso il ragionamento che ci si addentra nel «grande edificio del ricordo». Serve la postura dell’attesa e della speranza, una attenzione distribuita oltre il proprio corpo – come durante l’arrivo di un treno, cogliere i segnali della natura, della stazione, il fischio, che non è ancora il treno, ma il diffondersi del suo arrivo nello spazio: il dintorno, grazie alla relazione tra ordine della ragione e ordine del cuore, si dispone nel didentro.

Chiudiamo questa recensione con una riflessione ispirata dalla conclusione del saggio. Di fronte agli scenari che segnano il tempo presente – le innovazioni della quarta rivoluzione industriale, le migrazioni gestite come immigrazioni, l’irrazionalità che si esprime attraverso gli abusi e le violenze per le strade, le catastrofi ambientali (in queste settimane, il Marocco e la Libia) – è sufficiente una buona informazione? Una istruzione alle competenze funzionali nel nuovo decennio?

No, la via deve essere integrale, verso la conversione interiore. Invitare a frequentare le domande sull’essere, sentire gli elementi di disturbo che cercano di farsi spazio tra gli afflati e gli impegni quotidiani. Imparare che questa «pressione morale inestirpabile» è profondamente diversa dalla pressione angosciante del ritmo presente; che risponde sì allo stesso nome, ma fa parte di un altro insieme. Sapere, dunque, riconoscere le crome dei sentimenti; estendere il significato e il senso della propria persona e della collettività, in un faccia a faccia con le inquietudini, in famiglia, a scuola e con l’aiuto dei media. Riconoscersi umani, senza certezze, con necessità etiche prima, tecniche poi; avendo come obiettivo una vita buona piuttosto che la bontà di funzionamento. Da qui, progettare un futuro alternativo e credibile.

Loading