Alfonso Lanzieri (1985) è dottore di ricerca in filosofia dal 2017. Attualmente insegna filosofia presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. Si interessa principalmente di filosofia della conoscenza e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli dedicati al pensiero di Bernard Lonergan e Henri Bergson.

Queste righe sono scritte nel giorno 5 novembre. Una data significativa: oggi, infatti, si tengono in Italia due manifestazioni per invocare la pace in Ucraina e l’inizio di un negoziato tra lo Stato invaso e quello invasore. Il fatto che gli eventi siano due, uno a Roma e uno a Milano, e che le due piazze marcino separate negli orientamenti ideali e non solo geograficamente, la dice lunga sulla difficoltà che si presenta quando si sta dinanzi alla parola “pace”. Come tutti i termini che pronunciamo più spesso, infatti, il suo significato è assai meno chiaro di quel che sembri e le sue implicazioni – politiche, ideologiche, sociali, storiche, morali – assai più vaste di quanto s’immagini. Per questo è importante cercare interlocutori che abbiano investito talento intellettuale per approfondire il tema. Tra questi c’è il filosofo e scrittore Ernst Jünger, di cui l’editore Mimesis ha meritoriamente ripubblicato poco tempo fa lo scritto La pace. Una parola ai giovani d’Europa e ai giovani del mondo, arricchito da una godibile postfazione di Maurizio Guerri.

Testimonianza, riflessione, testamento: le pagine dell’intellettuale tedesco sono un po’ tutto questo, il prodotto di un uomo che ha vissuto da soldato le due guerre mondiali. La prosa di Jünger, incisiva e fotografica, lo fa inserire tra i più grandi scrittori del ‘900. Due esempi. «Il regno del dolore ha un ordine ferreo, con le sue gerarchie, i suoi ranghi, i suoi gradi attraverso i quali l’uomo scende in basso. Qui cerca le fonti della vita, e come le sorgenti sfociano nei laghi e poi nei mari, così le sofferenze si raccolgono in grandi recipienti di forma purissima. Proprio come per i pensieri c’è una consapevolezza, così anche per i dolori esistono forme entro cui essi acquistano senso e convergono in un più profondo significato». Oppure ancora: «Dietro i fronti vermigli che per la prima volta hanno saldato il globo con cuciture incandescenti si stendevano le grigie profondità senza luce degli eserciti del lavoro. In essi si è assommato il più grande contributo che gli uomini abbiano mai diretto a uno scopo». Nella seconda citazione, tra l’altro, Jünger condensa in modo esemplare larga parte della sua visione “destinale” della storia: la seconda guerra mondiale è per lo scrittore ciò che necessariamente si preparava e in un certo qual modo doveva compiersi, dal momento che è apparso il tipo umano del “lavoratore”, la cui opera votata alla “mobilitazione totale” sostenuta dalla tecnica, è chiamata a unificare il pianeta sotto la logica del lavoro.

Rispetto alla prima, però, per Jünger la seconda guerra mondiale è un’altra cosa: un naufragio più brutale, più oscuro, più irrevocabile. Mentre ancora infuria la battaglia in Europa, scrive queste pagine per descrivere come dovrà essere la pace che verrà, che è nostro inderogabile dovere far venire. Jünger si tiene però lontano da ogni astratto “pacifismo ontologico”, dalla equidistanza delle “anime belle” che offende la giustizia e il sacrificio per la libertà di tanti, senza sfuggire alla crudezza del reale: «Quanto più pura e matematica si manifesta la logica della violenza, quanto più convincente risulta per chi non sente altre ragioni, tanto più sicure saranno le fondamenta della pace. […] In questo senso per gli uomini è meglio soffrire più a lungo anziché favorire un moto che faccia ritorno al vecchio mondo». Il che si può anche dire così: una volta che qualcuno ha scelleratamente scelto la via della guerra, aver come solo scopo l’accorciamento del tempo della violenza è una strategia che può costare più di quanto faccia guadagnare nell’immediato. Nello stesso tempo, però, il nostro autore afferma con forza che la guerra «se non sarà vinta da tutti, allora sarà persa da tutti» e per questo «chi emerge dalla competizione con la vittoria delle armi, chiunque esso sia, detiene perciò un’alta responsabilità». I destini dei popoli si sono intrecciati a tal punto – prosegue Jünger, in un passo in cui già sembra intravedere il nostro mondo con decenni di anticipo  ̶  che o si ricompongono in un nuovo ordine della vita oppure si avviano alla distruzione generale. L’unica via pratica in cui sarà possibile immaginare un futuro di pace e prosperità è dato dall’unità delle nazioni europee: su questo lo scrittore tedesco espone la propria visione in pagine chiare, analitiche, circostanziate. Il discorso jungeriano, allora, non rinuncia a sfiorare l’utopia, ma la connette a lucidi rilievi antropologici, storici e politici, intrecciati a una vivida sensibilità per l’aspetto tragico della storia, che è il grande rimosso del nostro tempo, a giudizio di chi scrive.

A differenza de Per la pace perpetua di Kant, Jünger, pur non sposando l’opzione irrazionalistica, afferma che il nuovo ordine di pace potrà poggiare, in definitiva, solo su qualcosa che trascenda la ragione, su una “fede” nella trascendenza incircoscrivibile che custodisce la dignità infinita dell’uomo (in qualche modo già prevedendo i problemi di una concezione meramente proceduralista e formale del diritto): «La pace non può essere fondata solo sulla ragione umana. Non sarà duratura se rimarrà confinata alla qualità di trattato giuridico concluso tra uomini e non costituirà in pari tempo un accordo sacro». Il grande tema che qui affiora è quello del nichilismo, che Jünger individua come spettro da combattere per una rinascita spirituale dell’Europa, fino a ipotizzare la nascita di una Nuova Teologia in grado di preservare l’umanità dai pericoli della funzionalizzazione tecnica fattasi “globo”. Non a caso, allora, il testo si chiude con un appello al singolo, che forse ricapitola anche il cammino interiore e le contraddizioni biografiche dell’autore: «La vera pace presuppone un coraggio superiore a quello necessario per la guerra; è manifestazione di travaglio spirituale. (…) Il singolo è simile alla luce che, divampando, costringe le tenebre ad arretrare. Una fievole luce è più grande, più coercitiva di molto buio».

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