Alice Delli Pizzi (1995) ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Civiltà all’Università di Pisa nel 2021. I suoi principali interessi di studio sono la storia della Prima Repubblica e la storia culturale.

Recensione a: A. de Benoist, I demoni del bene. Dal nuovo ordine morale all’ideologia del genere, trad. it. di G. Giaccio, Controcorrente, Napoli 2015, pp. 224, € 20,00.

Il compito di tratteggiare in poche righe il lavoro di Alain de Benoist, il suo percorso politico e intellettuale, non è affatto facile. Dopo essersi affermato come giornalista in seno agli ambienti neonazionalisti francesi, attira contro di sé un’imponente campagna stampa in quanto intellettuale emblematico della nuova destra dopo la pubblicazione del suo Vu de droite [1] nel 1977. Tale nuova” destra era considerata problematica in quanto prendeva di mira non tanto il comunismo, quanto i valori dell’egualitarismo e del pacifismo umanitario assunti come premessa necessaria del discorso politico sia dalla destra che dalla sinistra liberali nel secondo dopoguerra.

È tuttavia impossibile ridurre la figura di de Benoist a quella di “intellettuale di destra”. Egli stesso, interrogato in merito, si discosterà dalle destre sia storiche che sue contemporanee, sostenendo di non riconoscervisi. La sua è una “destra” che si definisce innanzitutto come «non sinistra»: come spiega nella stessa intervista, semplicemente, «la sinistra ha una concezione del mondo […] di cui non condivido i postulati essenziali» [2].

Questa prima considerazione già complica la nostra posizione: I demoni del bene è un’analisi impietosa e dettagliata dell’assimilazione filosofica neoliberale della sinistra contemporanea. Tale assimilazione si manifesta nella forma del progressismo liberal di stampo statunitense e in particolare nel trattamento della questione dell’identità di genere, un dibattito che negli anni si è fatto sempre più politicizzato con una polarizzazione binaria assoluta, a livello sia pubblico che più strettamente accademico. Considerata inoltre la confusione semantica che caratterizza la discussione sul neoliberalismo, potrebbe risultare dunque utile, come punto di partenza, abbandonare (almeno in questa sede) la contrapposizione concettuale di “destra” e “sinistra”.

In questo senso sarebbe forse più utile parlare di contributi “reazionari” rispetto al neoliberalismo, nel senso letterale del termine, vale a dire che propongono come soluzione un recupero di valori “tradizionali”, precedenti al grande sviluppo del secondo dopoguerra, nel dibattito pubblico genericamente associati a posizioni politiche “di destra”; e contributi “radicali”,  genericamente associati a posizioni politiche “di sinistra”, che guardano piuttosto al futuro, di solito senza specificarne particolarmente le caratteristiche. Onnipresente in questi ultimi è infatti la denuncia della mancanza di un immaginario alternativo da contrapporre all’interpretazione del mondo neoliberale, il quale si manifesta nella corporation culture e nel liberismo economico: mancanza che viene solitamente considerata la causa della pervasività del sistema capitalistico.

I demoni del bene appartiene alla prima categoria: la valorizzazione della tradizione (in chiave neonazionalista solo inizialmente, neopagana poi) come antidoto all’omologazione è una costante del lavoro di Alain de Benoist ed è da ricondurre all’inizio della sua vita politica negli ambienti neonazionalisti francesi del secondo dopoguerra, la prima tappa di una «traversata al contempo critica e militante» [3]. Anche se il punto di “arrivo” di tale percorso, l’ingresso nel M.a.u.s.s. (Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales) e un anticapitalismo radicale, gli è valso accuse di falsità ideologica e di ipocrisia, si tratta in realtà di un epilogo meno incoerente di quel che potrebbe sembrare.

Punto focale dell’elaborazione di de Benoist, vero filo rosso della sua evoluzione intellettuale, è infatti l’antiegualitarismo, l’avversione per l’omologazione e per il conformismo, per l’appiattimento consumistico del boom economico, la valorizzazione dunque della differenza. Si tratta in realtà di un elemento che la “nuova destra” ha in comune con la “nuova sinistra”: per la prima la differenza è concepita come base di una gerarchia necessaria alla società, per la seconda come valorizzazione di soggetti marginalizzati. Negli anni de Benoist si allontana sempre più dalla differenziazione come concepita dalla “nuova destra”: le disuguaglianze, sostiene, sono relative, non assolute. L’idea della gerarchia viene dunque abbandonata, ma non quella dell’importanza della differenza. Una delle tappe fondamentali di questo itinerario è il passaggio dall’antiegualitarismo all’antiuniversalismo. Il problema che, ne I demoni del bene, l’Autore individua alla base del progressismo è infatti la sua postulazione di un soggetto universale, precedente a tutte le sue caratteristiche, che dunque sono non solo accidentali, ma possono essere definite dal soggetto stesso. Emblematica di questo procedimento è la teorizzazione dell’identità di genere, ma al contrario di molti altri critici, che vi vedono una problematica recente dovuta ad un mai davvero definito “postmodernismo” dilagante, de Benoist ricostruisce la genealogia dell’universalismo sino al cristianesimo, passando per l’Illuminismo, la nascita della giustizia internazionale e la concezione moderna dei diritti dell’uomo.

L’Autore dunque, al contrario di quanto hanno sostenuto molti suoi detrattori (nel febbraio 2018, la Fondazione Feltrinelli ha cancellato il dibattito a cui era stato invitato in seguito alle proteste di numerosi accademici [4]), non nega l’esistenza del genere, ne critica la postulazione filosofica diffusa nella cultura politica popolare contemporanea. L’universalismo pone infatti tutta l’ala progressista delle identity politics in inaspettata continuità con il neoliberalismo. Tutte le critiche, i contributi, le analisi, concordano appunto su un aspetto del neoliberalismo: la sua adattabilità ad ogni contesto e ambiente. Questa operazione gli è possibile grazie alla sua aderenza ad un soggetto zero, universale, che gli permette di essere declinato in ogni forma mantenendo una sola costante: l’individualismo. Ciò risulta particolarmente evidente se si pensa all’etica di Ayn Rand, la principale ideologa del neoliberalismo [5]: la sua etica è universale perché si fonda sulla ragione, che distingue l’uomo dagli animali, e si fonda su due soli principi, il perseguimento dei propri interessi e la responsabilità esclusivamente personale del proprio destino.

La conseguenza logica di questa impostazione è la società come somma di individui: lo spazio pubblico diviene la somma delle esperienze personali. Ciò spinge le coscienze verso una metafisica della soggettività, che oltre ad essere l’apice dell’ascesa dell’individualismo si configura anche come antitesi della politica. Se infatti la politica ha lo scopo di influenzare il reale, la metafisica della soggettività lo rifugge. Un soggetto universale sarà pertanto in grado di determinare ogni sua caratteristica autonomamente, senza tenere conto della realtà. Se si pensa alla declinazione “negazionista” del conflitto fra la problematica ambientale e l’espansione perpetua alla base del meccanismo capitalistico, ecco che l’adesione di de Benoist al M.a.u.s.s.. appare molto più coerente.

La critica rivolta all’impianto filosofico delle identity politics va dunque fatta risalire ad un’interessante genealogia del predominio dell’individuo e della soggettività sulla realtà. Non si tratta di biologismo e non si tratta di realismo machiavellico: si tratta di capire che rinunciare a comprendere e perfino a vedere gli ostacoli alla realizzazione della propria visione politica provoca lo spostamento della discussione sul piano etico, riducendo il confronto ad una questione scandalistica. Vale la pena di notare che la stessa contrapposizione si trova nell’intervista di Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia (non esattamente due neofascisti) contenuta nel film Comizi d’amore (1964), un’indagine sull’abbandono dei tabù sessuali predicato e imposto dal boom economico: «ciò che si capisce non scandalizza, tutt’al più si può riportare ad un giudizio morale ed il giudizio è legittimo, ma non lo scandalo». Lo scandalo è la rinuncia alla comprensione, la resa dell’intelletto ed è questo il problema individuato nelle categorie politiche (che non sono tutt’uno con il loro messaggio) adottate dalla sinistra liberal progressista, ironicamente le stesse che hanno portato alla marginalizzazione di un lavoro eclettico e stimolante come quello di Alain de Benoist.

NOTE

[1] Cfr. A. de Benoist, Visto da destra. Antologia critica delle idee contemporanee, trad it. di M.. Tarchi e M.L. Galdieri, Akropolis, Napoli 1981.

[2] A. Harris, A. de Sédouy , Qui n’est pas de droite?, Seuil, Paris 1978, p. 375.

[3] P.-A. Taguieff, Sulla nuova destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Vallecchi, Firenze 2003, p. 173.

[4] Si veda Lettera aperta alla Fondazione Feltrinelli / Lettre ouverte à la Fondation Feltrinelli, in https://www.change.org/p/what-has-been-left-lettera-aperta-alla-fondazione-feltrinelli.

[5] Cfr. A. Rand, Virtue of Selfishness, New American Library, New York 1964 (ora anche in traduzione italiana: La virtù dell’egoismo, a cura di N. Iannello, Liberilibri, Macerata 20193).

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