Tania Naomi Sportiello (1996) è laureata in Lettere e sta per conseguire la laurea magistrale in Filologia Moderna presso l'Università degli studi di Catania. Nel corso dei suoi studi ha incentrato i suoi interessi soprattutto in ambito storico discutendo una tesi sperimentale su Cosimo De Medici Il Vecchio e nel mondo greco-latino tramite la partecipazione a svariati seminari e convegni.

Recensione a: F. Hadjadj, Perché dare la vita a un mortale e altre lezioni italiane, Ares, Milano 2020, pp. 224, € 14,50.

Il filosofo e scrittore francese Fabrice Hadjadj nel suo volume contenente una serie di scritti e conferenze da esso tenute, svolge un’attenta riflessione su alcuni dei temi più discussi della nostra attualità. All’interno del volume sono dunque racchiusi i saggi dai quali emerge in maniera considerevole la riflessione filosofica del nostro pensatore. Fa da apertura ai suoi contributi un’osservazione sul concetto di crisi e cultura con una particolare attenzione allo spirito della materia, intesa come una perdita di senso.

Oggi sentiamo spesso parlare di crisi (dal greco krino, “separare”) e ad essere in crisi è la stessa idea di società. Pur trattandosi di un fenomeno per molti versi riconducibile al passato, la crisi di oggi presenta aspetti nuovi nei quali l’uomo si trova a soccombere a causa di tre prospettive: tecnologica, ecologica e teocratica. Inoltre, Hadjadj si concentra sull’etimologia della parola cultura, connessa ad agricoltura, termine che ci è tramandato sin dai grandi autori latini e inteso da Catone come la lode del buon cittadino al quale si attribuiva l’epiteto di “buon agricoltore” o “buon fattore”. Spiega il Nostro che la parola cultura rimanda in primo luogo a un rapporto con la terra. Il mondo della cultura è ormai l’opposto della cultura vera e propria, che dovrebbe altresì riguardare la cura dell’anima; esso è piuttosto «un immenso divertimento, una fuga davanti al duro lavoro di coltivarsi» (p. 18). Hadjadj sostiene che elogiare la nuova cultura è spia di una vera e propria mancanza della stessa cultura:

Ciò che si chiama “il mondo della cultura” è il contrario della vera cultura, perché questa non si compie nell’accumulo di opere d’arte e di serate mondane, ma nel dispiegamento della natura umana, nella cura dell’anima, nella preoccupazione delle persone affinché crescano e fruttifichino (p. 18).

Viene a mancare la pazienza di cui la cultura ha bisogno e che era propria del buon agricoltore o di un artigiano. Sostiene inoltre che la tecnica progredisce in maniera incontrollata scontrandosi senza trovare un punto di incontro con la natura: «Il progresso dell’innovazione è un progresso di rifiuti e un’accelerazione della caducità» (pp. 44-45). Conseguenza di ciò è che l’uomo ha lasciato il logos alla logistica e al logo. L’uomo post-moderno non nutre più fiducia nel progresso e nel futuro. L’uomo tecnocratico si trova in una posizione di rottura con il passato e in tal senso l’idea di progresso minaccia l’integrità dell’uomo in vista della Gerusalemme celeste. Tali dinamiche hanno condizionato anche la procreazione trasformando il dono della vita in diritto di avere figli, non si trasmette più la vita ricevuta ma si crea una vita plasmata intorno ai nostri progetti. Per le civiltà antiche procreare accresceva la dignitas dell’uomo, oggi invece è segno di inferiorità: «La nascita per via sessuale, destinata alla contingenza, cede il passo alla fabbricazione dell’ingegneria biogenetica, più controllabile» (p. 59).

All’interno del volume Hdjadj svolge anche alcune interessanti riflessioni riguardanti la pornografia. Egli cerca di approfondire questo aspetto per provare a coglierne l’essenza, che molto spesso risulta oscura, partendo proprio da una riflessione di Lawrence: «La questione della pornografia, ai miei occhi, si riduce interamente alla questione della dissimulazione» (p. 77). La parola “Pornographia” deriva dal greco e significa “scritto che riguarda le prostitute”. Essa non è altro che la spia di un male più profondo e incarnato riconducibile al paradigma tecno-economico, non è altro che cattiva coscienza del mondo tecno-liberale: «La pornografia, è al tempo stesso sfogo ed esaltazione del mondo governato dal paradigma tecno-economico, un mondo che, sotto il perfezionamento dei suoi gadget, coltiva la disincarnazione, la pulsione e lo scarto» (pp. 95-96). In questo modo Hadjadj sottolinea come l’uomo diventa mezzo tramite cui si produce divertimento e fuga di fronte all’angoscia della morte; così il sesso perde del tutto il suo reale valore, intrappolato solo su uno schermo.

Il filosofo approfondisce anche la questione relativa alla castità prendendo spunto dalle Confessioni di Sant’Agostino, il quale offre una descrizione della maestosità con cui essa si presenta. La castità può essere considerata una virtù anche se ad oggi appare come un insieme di regole da seguire con lo scopo di reprimere la sessualità dirigendola verso un bene superiore: «La castità, facendosi carico della sessualità, e pertanto della carne in ciò che ha di più desiderabile, si oppone radicalmente alla virtualizzazione e alla tecnicizzazione dei rapporti umani» (p. 104).

Tra le varie questioni Hadjadj affronta anche il tema del suicidio. Egli lo definisce come una sorta di omicidio in quanto uccidendo sé stessi si sta comunque uccidendo un uomo. E proprio perché l’amore verso sé stessi è molto più naturale di quello verso gli altri che può essere considerato come la forma di omicidio più grave: «Uccidersi significa rifiutarsi di morire» (p. 128). Il filosofo francese si sofferma anche sul ruolo dei laici: i fedeli laici compiono le stesse cose che gli altri fanno ma lo fanno con la grazia e rendendo grazia, coscienti del fatto che Dio si è fatto uomo: «Il laico deve prendere coscienza di ciò che è, della vita battesimale, non come un ordinamento ai compiti specializzati della religione, ma come un pieno dispiegamento della Vita in lui» (pp. 151-152). Egli riflette anche sulla carità, il cui messaggio cristiano non è più rivolto all’uomo moderno ma all’uomo postmoderno che si discosta dal progresso politico e dalla razionalità. Egli si interroga sulla natura intrinseca della carità, essa «collega la finitezza e l’infinito, il carnale e lo spirituale, la fame primaria e il fine ultimo. Non si tratta di buoni sentimenti, ma di realismo» (p. 171).

Nello scritto Piccola critica della ragione compassionevole Hadjadj parla di compassione. Compatire qualcuno vuol dire provare sofferenza insieme a qualcuno; in un primo momento si può pensare però che, così facendo, si aumenta la sofferenza perché essa è raddoppiata, ma in realtà il sentimento della compassione non implica un’ulteriore sofferenza ma “essere con”, ossia lo stare a fianco dell’altro. Nell’ultimo scritto viene presa in considerazione la Vita come missione: l’uomo vive la propria vita con uno scopo preciso che è quello di trasmettere:

Essere sé stessi significa essere inviati. Realizzare la propria perfezione è riceverla e comunicarla ad altri […] come gli altri viventi naturali ci compiamo nell’interdipendenza e nel servizio reciproco, ma conoscendo attraverso la ragione queste relazioni (p. 219).

Hadjadj tramite una scrittura che unisce il suo ragionamento filosofico con acute riflessioni sul presente, attingendo spesso dal linguaggio biblico dal quale prende spunto, ci offre una lettura attenta e profonda che consente al lettore di prendere in considerazione i temi trattati sotto una prospettiva più ontologica e disincantata, portandoci ad indagare l’essenza stessa delle cose. È nell’unire tradizione e modernità, annodando il destino dell’uomo nonché la cultura e un modo di pensare aperto alla vita, che Hadjadj dimostra come e quanto valga ancora la pena di dare la vita a un mortale.

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