Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Laureato con una tesi magistrale dal titolo “Scenari dell’altro: posizione, funzione, traiettoria”. Nei suoi articoli si occupa di fenomenologia dell’estraneo, post-democrazia e psicologia interculturale.

La repressione degli impulsi distruttivi – meccanismo prodotto dall’incivilimento – perde di valore e di funzione, e gli uomini sembrano abbandonarsi a crudeltà, tradimento, a forme brute di condotta. Forme oltre-limite, incompatibili con il livello di educazione raggiunto.

Chi osserva da fuori questo scenario, non può che rimanere smarrito. Lo Stato sembra perdere di consistenza, e così chi aderisce a questo scioglimento. Il patrimonio comune, devastato, diviso e umiliato – perché ad essere umiliata non è solo la specie umana, ma i valori e le opere venute alla luce dall’intelletto e dal cuore.

In Considerazioni sulla guerra e la morte, due fatti hanno suscitato la delusione, afferma Freud: la scarsa moralità adoperata dagli Stati fra di loro e la brutalità di alcuni tra gli individui che appartengono a delle civiltà umane considerate fra le più evolute. Durante le Considerazioni, Freud si pone una domanda: «Come ci rappresentiamo propriamente il processo mediante il quale un singolo essere umano perviene a un più alto livello etico?»[1], e risponde:

Una prima risposta potrebbe essere che l’uomo è originariamente fin dalla nascita buono e nobile; ma questa tesi non merita neppure di essere discussa. Si può invece ammettere, come seconda risposta, che l’uomo sia soggetto a un processo evolutivo, per cui le tendenze malvagie verrebbero in lui estirpate e sostituite, sotto l’influsso dell’educazione e dell’ambiente civile, da tendenze rivolte al bene[2].

Prosegue precisando che, in realtà, non vi è nemmeno una estirpazione del male, giacché, nell’indagine psicoanalitica, si riscontra spesso che la più profonda essenza degli uomini è costituita da moti pulsionali elementari, presenti per il soddisfacimento dei bisogni originari. I moti che la società condanna, come l’egoismo e la crudeltà, fanno parte di questi moti elementari, altrimenti nominati moti primitivi.

Solo in apparenza i moti sembrano sottostare totalmente all’incivilimento, alla coercizione civile, in realtà, essi mutano spesso per formazione reattiva, come se l’egoismo divenisse altruismo. Molti moti pulsionali, fin dall’inizio, si presentano in coppie di opposti. In questa ambivalenza rientra anche la coppia amore-odio.

Un uomo non può essere totalmente buono o totalmente cattivo, dipende dalle circostanze. Le pulsioni cosiddette cattive, sono pulsioni che subiscono una profonda trasformazione, specie per due fattori: un fattore interno, l’erotismo, che fa percepire all’individuo il bisogno d’amore, e contribuisce alla trasformazione delle pulsioni egoistiche in pulsioni sociali; un fattore esterno, la coercizione educativa, che pretende dall’individuo un autosacrificio, una sottrazione di forza, per poter imparare a restare in comunità. A poco a poco questo secondo fattore passa all’interno: una coercizione esterna diventa una costrizione interna. «[…] si deve supporre che ogni costrizione interna, la quale si dimostri valida nel corso dello sviluppo umano, sia stata in origine, cioè nella storia dell’umanità, pressione puramente esterna»[3]. Ogni uomo, secondo Freud, soggiace a due tipi di forze coercitive: una, proveniente dall’ambiente civile che lo ospita, e un’altra tramandata dal passato, dalle generazioni precedenti. L’uomo oramai ha sviluppato una sorta di attitudine alla civiltà.

Nonostante questa attitudine, non è facile giudicare gli uomini in modo obiettivo. È vero, educazione e incivilimento in ogni forma contribuiscono alla trasformazione della vita pulsionale di ogni individuo, convertendo l’egoismo in altruismo; ma è anche vero che la stessa società civile non si cura della parte pulsionale del soggetto. Opera per la sua modifica senza conoscere il sostrato di partenza. Una sorta di obbedienza a-priori, di costrizione senza considerare la Natura Umana. Così facendo, intere società, si sono allontanate dalla loro vita pulsionale, erigendo forti morali, disabituando l’Io alla criticità. L’apparato psichico, essendo imperfetto, non può resistere a lungo a queste costrizioni rigide, e infatti, attraverso manifestazioni reattive e compensatorie, ricerca l’equilibrio. Queste manifestazioni però, a lungo andare aumentano l’intensità di reazione e compensazione: come accade in una camera magmatica, la lava spinge verso il cratere con sempre maggiore potenza, e a lungo andare senza più stazionare. Così Freud:

Quando un paese si cangia in città, o un bambino in un uomo, il paese e il bambino con ciò scompaiono. […] Nell’evoluzione psichica le cose procedono in modo affatto diverso; e la situazione, non comparabile con alcun’altra, può solo esser descritta dicendo che ogni fase evolutiva anteriore continua a sussistere accanto alla fase successiva a cui ha dato luogo. […] Lo stato psichico precedente può per lunghi anni non esprimersi esteriormente, pur continuando a sussistere tanto da potere un bel giorno tornare a divenire la forma d’espressione delle forze psichiche: e anzi l’unica loro forma di espressione, come se tutti gli sviluppi successivi si fossero disfatti e annullati[4].

Questo fenomeno si chiama regressione. Un determinato livello superiore che è stato raggiunto, una volta abbandonato, non può più essere raggiunto, mentre gli stati primitivi sembrano sempre raggiungibili. Così, nella malattia mentale, accade che le acquisizioni recenti vengono influenzate e colpite da un processo distruttivo che porta alla regressione e a un ritorno degli stati anteriori di funzionamento psichico e affettivo.

Ancora Freud:

Un tipico esempio della plasticità della vita psichica ci è offerto da quello stato di sonno a cui ci abbandoniamo ogni notte. Da quando abbiamo imparato a interpretare anche i sogni più strampalati e confusi, sappiamo che ogni volta che ci addormentiamo ci sbarazziamo, come di un abito, della nostra moralità così faticosamente acquisita, per rivestircene all’indomani. Questo svestimento morale è naturalmente senza pericoli, posto che durante il sonno siamo paralizzati e condannati all’inattività[5].

Sogno come svestimento morale, così l’ipocrita che accetta ogni forma di incivilimento accede a una regressione, ad un funzionamento anteriore. Quindi, come nel sogno per la coscienza, anche le pulsioni possono subire una regressione, un processo involutivo, a partire da quell’attitudine alla civiltà che plasma e sottrae. Anche chi combatte, anche chi accetta la guerra senza combattere è civile, non si tratta di chi ha o chi non ha un grado di incivilimento, bensì di chi è transitoriamente regredito a un grado anteriore di funzionamento psichico – è lecito pensare che in altri tempi, non di guerra, quegli stessi individui vivevano altre tendenze pulsionali.

Il secondo capitolo delle Considerazioni, intitolato Il nostro modo di considerare la morte, si apre con una osservazione di base: la morte è l’esito necessario di ogni forma di vita, è un fatto naturale e inevitabile. Ma oggi «l’evidente tendenza a scartare la morte, a eliminarla dalla vita»[6], risulta la posizione più “abitata”.

La propria morte è irrapresentabile, e ogni volta che si cerca di farlo, ci si accorge di essere null’altro che spettatori. La morte spesso viene raccontata o pensata come un fatto dalla causa accidentale: incidente, malattia, età, e in questo modo si trasforma da fatto necessario a fatto casuale.

L’indagine psicoanalitica condotta da Freud, tiene conto di due diverse maniere di trattare la morte: come la intendeva l’uomo delle origini, e cioè l’uomo preistorico; e l’altra, come la intendiamo noi con la nostra coscienza, oggi.

L’uomo delle origini aveva un atteggiamento contraddittorio nei confronti della morte: egli la prendeva sul serio, e altrettanto spesso ne annullava il significato. La storia dell’umanità, agli albori, è anzitutto Storia di assassinii. Una lunga serie di uccisioni prima fra gruppi, poi fra popoli. Come sottolineato da Freud in altre opere, nel sostrato psichico dell’umanità esiste e si mantiene nel tempo un oscuro Senso di Colpa. In Totem e tabù (1912-13), seguendo le indicazioni di alcuni studiosi e scienziati, tra cui Darwin, Freud cerca di capire la natura di questa antica colpa, ritenendo fondamentale lo studio della dottrina cristiana.

Se il Figlio di Dio ha dovuto offrire in sacrificio la propria vita per liberare l’umanità dal peccato originale, questo peccato, secondo la legge del taglione, e cioè dell’espiazione mediante una pena eguale alla colpa, deve essere stato un’uccisione, un delitto di morte. E se il peccato originale fu una colpa contro Dio padre, il più antico delitto dell’umanità deve esser stato un parricidio, l’uccisione di quel padre primigenio della primitiva orda umana la cui immagine mnestica è stata successivamente trasfigurata in Divinità[7].

Per quanto riguarda la propria morte, invece, anche per l’uomo primitivo doveva essere altrettanto irrapresentabile. Esiste dunque una sorta di ambivalenza emotiva, fin dall’inizio dell’umanità, che consisteva nel vedere diversamente la morte di un caro dalla morte di un estraneo, nemico. Anche nei confronti del familiare o dell’amico si provano sentimenti avversi, di ostilità o di odio, e quindi di fronte al corpo privo di vita di un familiare, rimane resente questa ambivalenza emotiva, in diverse proporzioni.

Di fronte al cadavere del nemico, forse l’uomo primitivo non provava granchè, se non un senso di trionfo, che oscurava la possibilità di riflettere sul mistero della vita e della morte.

Questo tipo di riflessione, di Dilemma, può essere nato di fronte alla morte di una persona amata, che allo stesso tempo era stata anche odiata in alcune circostanze. È qui che, secondo Freud, è iniziata l’umana ricerca.

Si può presumere che l’uomo primitivo, a seguito della morte dell’oggetto amato, ammise anche per sé la possibilità di tale evento, «togliendole però quel significato di annullamento della vita che prima gli appariva naturale nel caso della morte di un nemico»[8]. In questo modo, potrebbe aver concepito una prima idea di una vita ulteriore dopo la morte. Molto tempo dopo, le religioni, affermarono l’importanza di questa vita ulteriore, testimoniando che la vita stessa, la vita viva, era solamente una mera preparazione. Alcune religioni immaginarono dunque la vita anche prima della nascita, le vite anteriori, la trasmigrazione delle anime e la reincarnazione. Tutto questo per togliere alla morte il suo significato di annullamento della vita. Evidentemente tutto questo ha portato al disconoscimento della morte dalla vita civile odierna.

Oggi, di fronte al cadavere della persona amata, molte persone riflettono sull’anima, sull’immortalità, sui sensi di colpa. Da qui si svilupperanno i comandamenti morali. «Il primo e più importante imperativo della coscienza morale che cominciava a destarsi fu: “Non ammazzare.” Esso si costituì quale reazione al soddisfacimento dell’odio, occultato dal lutto, provato dinanzi al morto amato e fu esteso progressivamente agli estranei indifferenti, e infine allo stesso nemico»[9].

Come si comporta l’inconscio dell’uomo di oggi con il problema della morte? La risposta, afferma Freud, è semplice: come l’uomo delle origini. L’uomo preistorico continua a vivere nel nostro mondo psichico. L’idea dell’immortalità si mantiene anche nell’uomo odierno, e l’inconscio – gli strati più profondi della nostra psiche, fatti di moti pulsionali – non conosce il negativo, poiché gli opposti coincidono.

La morte di un estraneo produce lo stesso effetto che produceva nell’uomo primitivo, con l’unica differenza che, dopo migliaia di anni di ‘lavoro’ morale, ci si accontenta quasi sempre di pensare o di augurare la morte, non di agirla. Nei moti inconsci di ognuno, ogni giorno, qualcuno viene soppresso. Sopprimere qualcuno che ostacola, nell’inconscio, è qualcosa di quotidiano. Nell’inconscio si accumulano centinaia di desideri di morte. «Già: il nostro inconscio uccide anche per piccolezze»[10].

Come per l’uomo primitivo, anche per noi umani di oggi vi è un caso in cui i due opposti atteggiamenti nei confronti della morte si scontrano. I due opposti atteggiamenti sono: la morte che viene riconosciuta come annullamento della vita e la morte come qualche cosa di irreale. E precisamente vengono a scontrarsi con la morte di un soggetto caro. Questo succede perché il soggetto caro, l’oggetto amato, è un elemento dello stesso Io. I familiari, gli amici, sono parte dell’Io, anche se mantengono la loro quota di estraneità e ostilità. Ma questo conflitto d’ambivalenza di sentimenti non genera più etica e nemmeno dottrine dell’anima, bensì la nevrosi. Questa nevrosi emerge attraverso l’eccessiva preoccupazione dello stato di un proprio caro oppure in autorimproveri ingiustificati per la morte di una persona amata.

L’inconscio di oggi possiede la stessa capacità di rappresentazione della morte dell’inconscio dell’uomo primitivo, prova lo stesso sentimento per la morte di un estraneo ed è invece ambivalente nei sentimenti per la morte di una persona amata.

Note:

[1] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915), in Perché la guerra?, trad. it. C.L. Musatti, Torino, Bollati Boringhieri 1975, p. 23.

[2] Ivi, pp. 23-24.

[3] Ivi, p. 26.

[4] Ivi, p. 31.

[5] Ivi, p. 32.

[6] Ivi, p. 37.

[7]Ivi, p. 43.

[8]Ivi, p. 45.

[9]Ivi, p. 47.

[10]Ivi, p. 50.

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