Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Laureato con una tesi magistrale dal titolo “Scenari dell’altro: posizione, funzione, traiettoria”. Nei suoi articoli si occupa di fenomenologia dell’estraneo, post-democrazia e psicologia interculturale.

Nel 1915, a un anno dall’inizio della prima guerra mondiale, Freud scrive un breve testo dal titolo Caducità. Inizia così: «Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovine età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura»[1]. I due amici (tre con Freud) vivono diversamente questo incontro: il poeta gusta la bellezza della natura senza trarne gioia, essa stessa era per lui fonte di turbamento perché destinata  a perire. Si è propensi a credere che l’uomo, con la sua arte, con le sue opere tecniche di controllo della natura, possa uscirne vincitore, capace di far perdurare ogni prodotto, oltre le epoche, oltre «gli influssi distruttori». Ascoltata la posizione dell’amico poeta, Freud sviluppa una serie di considerazioni personali che lo portano a leggere la caducità come valore: valore di rarità nel tempo.

Per quanto riguarda la natura, Freud si rende conto che l’eterno ritorno è tratto costitutivo della natura stessa; infatti, dopo la distruzione dell’inverno, la bellezza della natura ritorna: «[…] se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida»[2]. E lo stesso vale (ed emerge nel testo) per l’opera d’arte: la sua bellezza non deve essere svilita a causa della sua limitazione temporale. È chiaro che ogni oggetto, ogni prodotto, ha grandi possibilità di essere distrutto, e in ogni epoca storica è accaduto molte volte per mano umana, non solo a causa di fenomeni di natura. Esorcizzare la fine, per mezzo di innumerevoli tecniche di allungamento della vita degli oggetti e dei corpi, ha a che fare con il lutto e nello specifico l’incapacità di sopportare la perdita, la non volontà di considerare la perdita parte integrante dell’esperienza umana. All’inizio dello sviluppo, ogni essere umano ha in sé una concentrazione di libido che continuamente curva dentro. A poco a poco che il soggetto viene ‘iniziato’ agli oggetti del mondo – al mondo stesso – la libido comincia a distribuirsi e a generare rapporti di forze con gli oggetti, con il ‘fuori’. In tal modo, nasce in ciascuno la rappresentazione di ognuna delle parti del ‘fuori’ con cui si entra in contatto; in altre parole, si innesta un quantitativo di libido legato a un pezzo del ‘fuori’, dell’a(A)ltro. Se uno di questi oggetti va distrutto o va perduto, «[…] la nostra capacità di amare (la libido) ritorna libera»[3].

Psicoanaliticamente, afferma Freud, non si comprende come mai il distacco con un oggetto sia un’esperienza tanto dolorosa, e tale sentimento perdura (ad intensità variabile e differente) anche se l’oggetto viene sostituito con un suo simile. Tale incapacità di comprensione, sottolineata da Freud, osserva Baudrillard[4], è percepita solo da quelle discipline – psicoanalisi inclusa – che, anche se sostengono la loro posizione avversa nei confronti del positivismo, si ritrovano ad operare proprio con le sue stesse modalità, in modo specifico nelle modalità di definizione, di ricerca di un perimetro, anche laddove l’azione di perimetrare significherebbe oltrepassare la soglia di mutazione. Ciò significherebbe assumere la posizione del concetto a discapito del vissuto che il concetto cerca di definire. Non comprendere come mai il distacco con un oggetto investito sentimentalmente provoca dolore, definisce già da sé una tendenza: la difficoltà di raccogliere e ordinare e dare senso a qualche cosa che concerne la sfera emozionale, primitiva in rapporto alle forze dell’intelletto. Si tratta di un attraversamento di forze inintelligibili.

La coazione alla definizione è un fenomeno positivista, il cui funzionamento è aumentato esponenzialmente dalla seconda metà dell’Ottocento, seguendo l’illusione umana di poter contornare, misurare, valutare e stabilire posizione, funzione, traiettoria di ogni oggetto e ogni vissuto interiore. È una coazione che anche oggi, all’inizio del terzo decennio del XXI secolo, è perseguita, e in modo particolare, dalle scienze umane sociali dell’Occidente (tecnico e capitalista): Occidente che non è più individuabile come l’ovest del mondo geografico ma esso stesso strutturato  a macchia di leopardo, dopo l’entrata di alcuni Stati dell’Asia – Giappone, Malaysia, Thailandia, Singapore – nella organizzazioine del sistema dei flussi non isomorfici, cui si riferisce Appadurai[5].

Con le parole di Ivan Illich:

L’ideologia che presiede all’organizzazione industriale degli strumenti e all’organizzazione capitalista dell’economia nacque vari secoli prima della cosiddetta Rivoluzione industriale. Fin dall’epoca di Bacone, gli europei cominciarono a compiere delle operazioni che discendevano da uno stato d’animo nuovo: guadagnare tempo, restringere lo spazio, accrescere l’energia, moltiplicare i beni, spregiare le norme della natura, prolungare la durata della vita, sostituire gli organismi viventi con meccanismi in grado di simularne o ampliarne una particolare funzione. Simili imperativi sono divenuti i dogmi della scienza e della tecnica nelle nostre società; non hanno valore di assiomi solo perché non vengono sottoposti ad analisi. Lo stesso mutamento di stato d’animo si manifesta nel passaggio dal ritmo rituale alla regolarità meccanica: si mette l’accento sulla puntualità, sulla misurazione dello spazio, sul computo dei voti, sì che oggetti concreti e fatti complessi vengono trasformati in quanta astratti accumulabili, equiparabili e interscambiabili[6].

Accrescere l’energia, moltiplicare i beni, spregiare le norme della natura, prolungare la durata della vita, sostituire gli organismi viventi con meccanismi in grado di simularne o ampliarne una particolare funzione, sono le priorità che detronizzano ogni cenno di fine, dimenticanza ed oblio. Si tratta della perdita di coscienza di ogni caducità, la quale stabiliva un rapporto temporale tra la persona e la sua vita, tra l’uomo e l’oggetto, tra l’uomo e la natura. In effetti, la continua e troppa novità rende insignificante ogni possibile stupore che la vita porta con sé, perdendo quel carattere di seduzione ad essa implicita[7] lasciando solo lo spazio all’azione del consumare.

In un rapporto a elevazione non definita, a crescita continua, l’oggetto diventa oggetto da consumare, la natura diventa natura da misurare e controllare; fine del rito e del simbolo, inizio dell’espulsione dell’altro. L’innesco del funzionamento narcisista patologico si spiega in termini psichiatrici, ma si rifà a una condizione tecnico-industriale. Ancora Illich: «Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota»[8]. Si tratta delle soglie di mutazione, e il loro superamento, secondo chi scrive, ha contribuito alla società odierna che esclude la condizione di caducità.

L’attraversamento della prima soglia, secondo Illich, avvicina l’uomo allo strumento, alla macchina, entrando in un rapporto di amplificazione dove l’uomo stesso è ancora in possesso di un sapere, e la macchina amplifica le possibilità dell’operatività dell’uomo in un dato scenario. L’attraversamento della seconda soglia di mutazione, invece, stabilisce la fine del senso umano in materia di operazione pratica, di sapere pratico; qui, è la macchina che decide, è l’uomo che è servo della sua stessa invenzione. La macchina detiene il sapere e organizza la sua conservazione. L’uomo serve l’oggetto, e non può fare altrimenti perché l’oggetto stesso è sede del potere e del sapere di cui l’uomo stesso ha bisogno. Un esempio: lo stetoscopio, per il medico, è lo strumento della prima soglia; tra la prima e la seconda soglia c’è una fase di transizione che corrisponde all’evoluzione dello strumento: il passaggio da stetoscopio a nuovi sistemi elettronici che via via – all’avvicinarsi della seconda soglia di mutazione – escludono l’uomo e il suo sapere e i suoi sensi. Infatti, nella prima soglia, il medico ha ancora bisogno della sua arte medica, che include l’arte del saper ascoltare e saper utilizzare. Lo stetoscopio, nello specifico, è uno strumento che amplifica le possibilità di conoscenza del medico, ma alla base egli stesso ha bisogno del suo orecchio e del sapere medico legato al senso uditivo. Attraversare la seconda soglia in termini medici significa escludere ogni apporto dell’apparato umano sensoriale dalla questione d’indagine medica. Le nuove macchine e i nuovi monitor di rilevazione del battito, della pressione arteriosa, dell’ossigenazione e del controllo della respirazione non hanno bisogno dell’arte medica; il medico si limita ad osservare e in molti altri casi non osserva ma si fida dell’osservazione dell’infermiere che riporta il dato su di un quaderno. In caso di black out o di improvviso funzionamento anomalo del macchinario, il medico dovrebbe garantire la conoscenza dello strumento della prima soglia, o ancora meglio, di se stesso come strumento di conoscenza.

L’affidamento a oltranza che l’uomo ha sviluppato nei confronti della macchina, ha determinato lo spostamento continuo del limite della conoscenza, e del tempo in cui questa conoscenza può venire appresa. Infatti, sulla scia del funzionamento della macchina, si potrebbe dire che l’uomo ha smesso di faticare riconoscendo che la macchina da lui inventata può assimilare in qualche minuto una mole di dati che egli apprenderebbe in diversi anni di formazione. Questi dati appresi sono dati senza critica. Infatti, la macchina assorbe dati attraverso una funzione di potere, non una funzione di sapere. Quest’ultimo prevede l’analisi critica e il filtraggio dei dati irrilevanti o non coerenti. Ma la rilevanza e la coerenza sono disposizioni di un sapere umano, esperienziale. Anche la macchina fa esperienza, ma un’esperienza di quantità, di misura, di estensione datistica.

Come stupirsi ancora, come apprezzare la conoscenza quando a disposizione si hanno strumenti dalla capacità illimitata? Strumenti il cui rapporto con la caducità è un rapporto di sola obsolescenza e quindi di sostituzione con uno strumento simile di maggior potenza?

Per tornare a Freud, la caducità non lascia spazio a maggiore potenza, ma a nuova vita, diversificata, e non gerarchizzabile. La dimensione caduca avvicina l’uomo al senso della fine, dell’oblio, dell’indugio pensieroso. Sentimenti il cui afflato fugge da ogni definizione, apre a nuovi interrogativi, a nuove riformulazioni. Viceversa, la maggiore potenza ottenuta dall’obsolescenza programmata dello strumento precedente, conduce alla riproduzione (ripetizione) dell’Uguale. Eccesso di ripetizione che, secondo alcuni autori[9], opererebbe una vera violenza positiva, nel senso di essere il frutto di una continua addizione. La violenza della positività non presuppone alcuna ostilità. Si sviluppa in una società pacifica, in una società ‘grassa’ che, secondo la formula di Baudrillard[10], è costituita dall’obesità di tutti i sistemi di informazione, comunicazione, produzione. Depressione, iperattività, disturbo borderline, burnout, sono tutte patologie da ricondurre all’eccesso di positività. L’Io non trova più spazio, smette di vivere, inizia così a funzionare, nel senso letterale del termine.

Tale ripetizione, tale violenza, condurrebbe ad una società positiva che per costituzione escluderebbe ogni forma di negatività. La società positiva, sostenuta dall’ideologia della resilienza, è una società che perpetua l’Uguale. Tutto ‘fila’, pochi sentono il bisogno della critica come strumento d’indagine. La società positiva snobba la pratica archeologica, la ‘discesa’ del pensiero, lo scavo. La vita diventa vita di superficie, vita dell’Uguale che si riproduce, touch screen istantaneo dove tutto viene ‘scrollato’, dimenticato, lateralizzato, impedendo ogni tentativo della differenza di infiltrarsi nella ripetizione. E la caducità è differenza che interrompe la ripetizione, che obbliga alla sosta di riflessione, «ai colpi di sonde nell’anima»[11].

L’ideologia della resilienza trasforma le esperienze traumatiche in prestazioni, i mali in chances. Il trauma non viene più sofferto, inizia a funzionare sotto la forma della sfida. L’ideologia della resilienza sviluppa il dolore come fenomeno di scandalo, impedendone la trasformazione in racconto. Il soggetto di prestazione si infligge violenza da solo. Si consuma attraverso l’ossessione della positività[12].

In preda alla coazione a produrre, ci si rapporta alle cose e al mondo non come utilizzatori, bensì come consumatori. Di ritorno, le cose e il mondo consumano i propri utilizzatori. Seguendo la riflessione di Han, l’intensità cede ovunque il passo all’estensità. Il funzionamento neoliberista dell’economia, la comunicazione digitale, l’oggettificazione umana, sono processi di tipo estensivo: non producono relazioni, solo connessioni.

Continuamente a caccia di nuovi stimoli, eccitazioni ed esperienze oggi si va perdendo la capacità di ripensare il nuovo. Il vecchio, che consentirebbe una ripetizione viva e soddisfacente, viene rimosso lasciando ampio respiro alla «logica proliferante della produzione»[13]. Le ripetizioni hanno svolto (e dovrebbero svolgere) un ruolo centrale in una società tecnica e automatica: «il loro tratto essenziale è l’accasamento»[14], cioè la possibilità di sostare, e quindi di dare spazio alla possibilità di affezionarsi alle cose: in questo senso si è parlato della seduzione che la vita offre.

Per tornare a Freud, la ripetizione dei cicli, l’abitare ciò che si ripete, osservandone le minime differenze di stagione in stagione, da essere umano a essere umano, consente di coglierne la bellezza e il senso del ciclo stesso, della fine del ciclo stesso. Il senso della fine: è in questo modo che è facile risvegliare quell’attività mentale umana, ciclica, che è il rimembrare. I ricordi vanno scovati, attraverso l’indugio, altrimenti non affiorano. Rimembrare gli anni trascorsi, eventi specifici di giorni specifici, trasformazioni della natura avvenute sotto gli occhi, gesti di persone, rimembrare questo e molto altro è possibile, soprattutto grazie al nucleo caduco di cui è costituita la natura e l’essere umano. Lo sbilanciamento tra tempo della clessidra e tempo vissuto, sbilanciamento tipico di questa epoca che fa propendere l’attenzione e il comportamento verso il tempo della clessidra, proietta il pensante fuori da sé: egli è impossibilitato ad un ritorno verso se stesso, nel modo di un dialogo interiore, verso una sorta di «esegesi del sé»[15]. Nell’abitudine allo ‘stare fuori’, nel prendere da ‘fuori’ in forma di assimilazione, si rischia (e tale rischio, presente in ogni epoca della storia umana di Sapiens, si acuisce nell’età della tecnica) di replicare gesti, mode, credenze solo per l’atto di replica e non per l’atto di critica e riflessione. Un’azione per l’azione, che a poco a poco apre la possibilità ad un’identità-collage, invece di un’identità complessa che tende all’organicità.

Note:

[1] S. Freud, Caducità, in Opere, vol. VIII 1915-1917, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 169.

[2] Ivi, p. 170.

[3] Ivi, p. 172.

[4] J. Baudrillard, Les stratégies fatales, Éditions Grasset & Fasquelle, Paris 1983 (trad. it. S. D’Alessandro, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 2011).

[5] A. Appadurai, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 1996 (trad. it. P. Vereni, Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione, Meltemi editore, Roma 2001).

[6] I. Illich, Tools for Conviviality, Harper & Row, New York 1973 (trad. it. M. Cucchi, La convivialità, Mondadori, Milano 1974, p. 56).

[7]I l tema della seduzione viene approfondito da Baudrillard in: De la Séduction, Éditions Galilée, Paris 1980 (trad. it. P. Lalli, Della seduzione, SE, Milano 2017) e in J. Baudrillard, Les stratégies fatales, Éditions Grasset & Fasquelle, Paris 1983 (trad. it. S. D’alessandro, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 2011).

[8] I. Illich, La convivialità, op. cit., p. 4, in particolare il capitolo primo dal titolo Due soglie di mutazione.

[9] Il tema dell’eccesso di ripetizione viene approfondito in: G. Deleuze, Différence et répétition, Presses Universitaires de France, Paris 1968 (trad. it. G. Guglielmi, Differenza e ripetizione, Il Mulino, Bologna 1971); J. Baudrillard, Simulacres et Simulation, Éditions Galilée, Paris 1981 (ed. it. a cura di M.G. Brega, Simulacri e impostura. Bestie Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Pgreco, Milano 2008);  B.-C. Han, Close-Up in Unschärfe. Bericht über einige Glückserfahrungen, Merve, Berlin 2016 (trad. it. V. Tamaro, L’espulsione dell’altro, nottetempo, Milano 2017).

[10] J. Baudrillard, Le strategie fatali, cit.

[11] H. Bergson, Introduction à la métaphysique, in Revue de métaphysique et de morale, Presses Universitaires de France, Paris 1903 (trad. it. V. Mathieu, Introduzione alla metafisica, Laterza, Bari-Roma 1963).

[12] B.-C. Han, L’espulsione…, cit.

[13] Id., Vom Verschwinden der Rituale. Eine Topologie der Gegenwart, Ullstein Buchverlage GmbH, Berlin 2019 (trad. it. S. Aglan-Buttazzi, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, Milano 2021, p. 21).

[14] Ibid.

[15] M. Foucault, L’Hermenéutique du sujet: cours au Collège de France (1981-1982), Hautes Études/Gallimard/Seuil, Paris 2001 (trad. it. M. Bertani, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003).

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