Francesco Carlesi (1985) è borsista di ricerca presso l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Dottore di ricerca in Studi Politici (La Sapienza), socio della Sissco e dell’associazione «Il Pensiero Storico», è docente di Storia Contemporanea e Storia delle Relazioni Internazionali presso SSML “San Domenico”. Ha scritto e scrive per riviste come «Nuova Rivista Storica», «Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale», «Nova Historica» ed «Europea» e ha curato e scritto diversi libri, tra cui La Terza Via Italiana(2018) Mussolini e Roosevelt(2022), Storia della partecipazione (2023) e Itinerari del Presidenzialismo (2025). Ha collaborato a decine di libri, tra i quali si segnala Comprendere il Novecento tra storia e scienze sociali(2021) e Giuseppe Mazzini nella storia d’Italia (2023).
Recensione di A. Martino, Semplicemente liberale, Liberilibri, Macerata 2004, pp. 235.
La recente riedizione dell’opera Semplicemente liberale di Antonio Martino, economista che fu ministro degli Affari esteri e della Difesa nel corso di una più che ventennale carriera politica nel centro-destra (1994-2018), ha il pregio di offrire numerosi spunti di dibattito in una nazione in cui il termine «liberale» non ha mai avuto grande fortuna dal secondo dopoguerra ad oggi. Come si evince già dal dibattito costituente, ad esempio, larga parte del mondo cattolico e le sinistre socialiste e comuniste ben poco avevano a che spartire con radici e obiettivi del liberalismo. E il PLI, non a caso, rivestì un ruolo marginale nel corso della Prima repubblica. Da questo punto di vista, Martino costituisce un esempio peculiare di studioso che volle incarnare un liberalismo «senza aggettivi», che non necessita cioè di correttivi esterni (pensiamo ai termini liberal-democratico, liberal-socialista ecc) per giustificare la propria esistenza, fondato su un principio ineguagliabile di organizzazione sociale: la libertà individuale. Negli otto capitoli che compongono il volume emerge con chiarezza la formazione dell’autore alla scuola di Chicago sotto l’egida di Milton Friedman, uno degli autori più citati insieme ad Hayek.
Il nucleo del pensiero di Martino risiede nella distinzione metodologica tra il «costruttivismo» tipico delle impostazioni stataliste-programmatrici (già condannate da Adam Smith, sottolinea il messinese) e l’evoluzione spontanea improntata sulla libertà dei singoli e delle imprese. Martino difende ovviamente quest’ultima opzione, dove il mercato concorrenziale, definito «strumento ottimale di raccolta e di trasmissione delle informazioni» (p. 19), sarebbe capace di selezionare gradualmente le soluzioni migliori attraverso la correzione continua e libera degli squilibri. Anche il processo di globalizzazione e lo sviluppo dei mercati finanziari, non a caso, sono definiti in termini positivi da Martino, nella loro capacità di frenare il protezionismo (oggi tornato di moda) e stimolare crescita, scambi e sviluppo. Sviluppo che è sempre frutto per l’autore della libertà e non solo delle risorse: «La ricchezza non viene ereditata, ma deve essere prodotta. (…) Ci sono paesi ampiamente dotati di risorse naturali (la Federazione russa, il Brasile per esempio) che versano in gravi difficoltà economiche, e paesi poveri o quasi del tutto privi di risorse naturali (la Svizzera, il Giappone per esempio) che hanno raggiunto livelli di reddito e benessere diffuso fra i più alti al mondo» (p. 47).
La pretesa di molti politici di poter pianificare i cambiamenti sociali (Martino ritiene poco significativo anche il Piano Marshall) e le idee keynesiane di deficit spending sono i primi bersagli della polemica dell’autore, il quale sottolinea che «la spesa pubblica raramente crea occupazione produttiva; se una politica di investimenti pubblici potesse davvero creare occupazione produttiva, il comunismo avrebbe avuto successo» (p. 25). In poche parole, interventismo statale quale «via per la schiavitù» di hayekiana memoria. Proprio l’economista austriaco andrebbe riscoperto, secondo l’autore, di fronte a una realtà che avrebbe dimostrato come «tutte le alternative stataliste all’economia aperta e libera sono state tentate, ovunque hanno prodotto risultati disastrosi» (p. 42).
Costo del lavoro, burocrazia e «vincoli ai licenziamenti e alle assunzioni» sono individuati dal professore quali principali colpevoli delle difficoltà economiche internazionali e italiane in particolare, in cui si chiama in causa anche l’eccesso di regole prodotto dall’«armonizzazione imposta dall’alto» dell’Unione Europea, di chiaro sapore costruttivista, con l’euro definito una «camicia di forza», (p. 67). Non la discrezionalità del politico, che non paga le conseguenze delle sue scelte e usa la spesa pubblica a fini di consenso, ma l’apertura massima alla libertà d’impresa e alla responsabilità individuale emergono nel testo quali ricette per il progresso. Martino sottolinea la necessità di valorizzare talenti e innovazioni in un mondo dove il «capitale umano» riveste più che mai importanza centrale: «la ricchezza è oggi ancora più immateriale di quanto non fosse in passato, costituita com’è soprattutto dall’ingegno umano» (p. 52). In questo senso, la riduzione delle tasse e la de-regolamentazione (Irlanda e Spagna vengono citati come esempi di successo basati sulla riduzione delle imposte e sulle riforme strutturali) diventano soluzioni necessarie per tagliare le gambe al «leviatano fiscale» (p. 6) che opprime le eccellenze e scoraggia gli investimenti. Dalla discrezionalità, in sostanza, bisognerebbe passare a una politica monetaria e di bilancio sottratte all’arbitrio dei governanti. Martino propone, sulla scia di Friedman, un tasso di crescita costante della quantità di moneta per garantire stabilità e sviluppo, evitando che le banche centrali diventino strumenti di finanziamento del disavanzo pubblico.
Su questa falsariga, l’autore dedica pagine incisive a quella che considera l’«erosione delle libertà» (p. 10), più “strisciante” e pericolosa di una perdita istantanea e ed evidente, prodotta dalla crescita della spesa pubblica, passata in Italia dal 10% del Pil a inizio Novecento a circa il 50% a fine secolo. Per Martino, un cittadino che lavora sei mesi l’anno per pagare tasse sarebbe, di fatto, uno «schiavo dello Stato». La soluzione risiede per lui nel federalismo fiscale, in una versione radicale ispirata alla proposta del professore americano Dwight Lee: il reverse revenue sharing. In questo modello, la potestà impositiva spetta esclusivamente agli enti locali, che devolvono poi una percentuale fissa allo Stato centrale. Ciò genererebbe una benefica concorrenza fiscale (tax competition), punendo i governi locali troppo esosi e restituendo ai contribuenti il controllo diretto sulle decisioni di spesa (pp. 134-148).
Per l’autore, al welfare State «bismarckiano», inefficiente e di natura paternalistica, bisognerebbe sostituire un welfare selettivo, volto a garantire l’accesso ai meno abbienti a settori come istruzione (la scuola italiana è definita nel libro preda di un antiquato «assetto monopolistico-napoleonico», p. 56) o sanità senza sacrificare la libertà di scelta e la concorrenza. La critica al «paternalismo statalistico» è un altro dei leit motiv del libro: Martino sostiene che la legge debba proteggere l’individuo dalla violenza altrui, non da se stesso. Che si tratti di alimentazione, fumo o droghe, Martino denuncia la «mitridatizzazione» sociale: l’abitudine alla perdita graduale di autonomia decisionale. Una citazione è emblematica in questo senso: «A me sembra assai contraddittoria questa forma di paternalismo autoritario da parte di chi crede nella democrazia: come è possibile sostenere coerentemente che gli individui sono in grado di prendere con saggezza decisioni importanti per il futuro politico dell’intera collettività nazionale, e poi ritenerli incapaci di decidere autonomamente cosa debbano o non debbano fare della loro vita?» (p. 169).
Provocatoria è infine la sua critica all’obbligo delle ricette mediche per farmaci comuni o al proibizionismo sulle droghe, che finirebbe per arricchire la criminalità organizzata senza risolvere il problema della dipendenza. Tra le sue proposte più radicali e deliberatamente paradossali per moralizzare la vita pubblica figurano la tassazione dei voti parlamentari per ridurre l’inflazione legislativa e il sorteggio dei rappresentanti, eliminando così alla radice il costo delle campagne elettorali e la corruzione connessa alla ricerca di rendite (pp. 149-164). Sono pagine che chiudono il testo insieme ad altre riflessioni ricche di spunti su demografia e immigrazione.
In conclusione, la “religione della libertà” del professore e alcune affermazioni perentorie contenute nel volume possono essere integrate, criticate e “problematizzate” richiamando, come faremo nelle prossime righe, alcuni autori e passaggi storici che si muovono da premesse opposte. Ad esempio, Martino nega alla radice qualsiasi ruolo dello Stato quale motore dello sviluppo, ma la storia italiana presentò numerosi casi che sembrano andare in direzione differente: dallˊimpegno dei liberali che costruirono l’Unità fino all’esempio dell’Iri, strumento essenziale nel quadro del “miracolo economico” e della crescita nazionale dagli anni ’30 in poi.
Come hanno notato Rosario Romeo e Guido Pescosolido, fu proprio lo Stato dopo l’Unità a guidare la Nazione verso l’industrializzazione e il progressivo inserimento delle masse nel processo civile e politico. In questo quadro si muove il cosiddetto “liberismo temperato” della Destra storica e di uomini come Marco Minghetti, il quale teorizzò la mano pubblica in ambito sociale oltre gli eccessi di economisti come Bastiat, positivamente citato invece da Martino. Per Minghetti, l’economia deve concepirsi indissolubilmente legata ad altri ambiti del sapere come il diritto e la morale. Una visione etica che assume contorni ancor più decisi in tanti protagonisti del pensiero nazionale che vanno da Genovesi e Mazzini fino alle classi dirigenti che attraversarono il Novecento: uomini come Menichella, Fanfani, Paronetto i quali ebbero un alto senso dello Stato e contribuirono allo sviluppo tricolore in maniera decisiva. Il sistema misto dell’Iri, pur con alcune evidenti criticità maturate nel tempo, divenne un esempio a livello internazionale ancora oggi degno d’attenzione, a maggior ragione nell’epoca in cui crisi e guerre stanno facendo tornare d’attualità il ruolo dello Stato per ricostruire le catene di produzione e “difendersi” a livello militare e commerciale (due aspetti sempre più interconnessi), come ha rilevato tra gli altri Mariana Mazzucato.
Da ultimo, l’individualismo che è la “cifra” del volume in esame potrebbe favorire l’atomizzazione e un “rapporto mercantile con il mondo” che indeboliscono la democrazia (e qui anche la finanza e la globalizzazione hanno giocato un ruolo, a dispetto di quello che scrive Martino) e le collettività, le quali possono vivere solo in ragione di un legame comunitario. Legame in cui lo Stato potrebbe avere un ruolo non solamente “minimo”, ma ben più nobile, come disse ad esempio nel 1959 un giurista “costituente” come Costantino Mortati (La persona, lo Stato e le comunità intermedie, Edizioni Radio Italiana, Torino 1959, p. 32), parlando di solidarietà tra generazioni e di individui che «trovano la loro integrazione necessaria nello Stato, che supera le loro limitatezze, il contingente e il caduco che è in loro; gli individui diventano essi stessi Stato, allorché partecipano consapevolmente alla vita del medesimo, allorché vivono nella loro coscienza la vita dello Stato».
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