Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

La scorsa settimana il quotidiano “la Repubblica” ha fatto uscire un articolo con titolo Il team che cura la depressione riattivando i ricordi felici, specificando che i neuroscienziati della Boston University hanno trovato il modo per «utilizzare a nostro vantaggio la memoria emotiva, abbassando il volume di un ricordo negativo e stimolandone altri più felici».

Decenni di psichiatria fenomenologica e di autori che hanno insegnato un certo modo di guardare alla depressione come forma di vita, dalle complesse architetture semantiche, dalle fulgide esperienze ricche di sentimenti coerenti (e mai il contrario): dopo tutto questo si spende ancora tempo a discutere su come silenziare certi ricordi e aprire il volume di altri. Ma dove siamo, dal disk jockey?

La sofferenza non risponde interamente né alle logiche meccaniche né alle logiche causali. Simili articoli recano danni enormi alle scienze umane, qui psichiatria e psicologia, che da tempo hanno disgraziatamente dimenticato un certo modo di fare clinica e di restare in ascolto. Tre nomi: Basaglia, Callieri, Borgna.

Da quando le maggiori testate giornalistiche italiane sono approdate nelle piattaforme digitali, hanno un nuovo interesse comune che quotidianamente perseguono: la diffusione di informazioni inutili che si sviluppano nell’ambiente di una certa psicologia da quattro soldi. In che modo lasciano la parola a questa psicologia da quattro soldi? Utilizzando il Si impersonale di heideggeriana memoria: raccontano di depressione come si deve raccontare di depressione e come la gente vuole sentirsela raccontare; si parla di animali come si deve parlare di animali; si affronta il tema della libertà così come si deve affrontare il tema della libertà. Risultato: scomparsa della testata giornalistica come luogo di rigoroso approfondimento delle tematiche attuali.

Restando nel campo delle scienze umane, se ci si limita a dare un nome alle sofferenze mentali e a fornire una serie di indicazioni meccaniche da eseguire per garantirsi la guarigione e scongiurare il proseguo della malattia, se tali sofferenze non vengono considerate dentro un motore narrativo, allora nessuno giunge alla comprensione, né il professionista né il paziente. La farmacoterapia, forse non è mai inutile dirlo, dà il meglio della sua ingegneria quando si compenetra alla terapia psicologica, perché solo attraverso quest’ultima si può conoscere quella che Bergson definiva l’organizzazione intima degli elementi interiori. Non è sufficiente accostarsi linearmente al proprio Io, considerandolo una sorta di deposito di cause ed effetti: l’Io non risponde a tale logica della dissimulazione simbolica sotto una specie di cristallizzazione verbale. La persona dovrebbe conoscere l’importanza di frequentare, appoggiandosi al verbo indugiare, idee e qualia (aspetti qualitativi delle esperienze coscienti) che hanno preso stanza presso sé. È necessario un lavoro di esegesi del sé, che riguarda gli esseri umani, e non solamente chi tra di questi, in un periodo della vita, soffre.

Ansia e depressione non sono parole e nemmeno guasti, monoliti gettati in una vita, il giorno mercoledì di una settimana di settembre. Ansia e depressione sono prima di tutto forme di vita, mondi di senso, qualia che si compenetrano, le cui catene dei pensieri e i moti sentimentali e morali vanno ad inghirlandare la vita quotidiana con una certa esattezza e prepotenza. Certo, disperazione, tedio, asetticità, superfluità, strazio, ma anche inquietudine conoscitiva, tenerezza, indugio, esegesi, speranza, densità.

Ogni sofferenza mentale è prima di tutto espressione di una singolarità vivente: quella persona, in quel periodo della vita, in quel contesto, in quella famiglia. Non si tratta mai solo di elettricità e di biochimica, non è possibile far coincidere per intero la mente con il cervello – ancora questa visione della patologia psichica solamente come disfunzione anatomo-fisiologica? Che cosa rimane della direzione indicata da Bergson, Binswanger, Minkowski, Winnicott, Basaglia? Se circola ancora con questa pervasività il versante materialista e positivista in materia psicologica e psichiatrica, sembra rimanere davvero poco della rivoluzione che durante il secolo scorso ha coinvolto in maniera così forte e originale il nostro paese. È proprio di questi giorni la presa di posizione del sindaco di Muggia Paolo Polidori. Il sindaco non vuole più nei depositi comunali Marco Cavallo, la famosa scultura azzurra costruita a Trieste dai pazienti dell’ospedale psichiatrico.

Marco Cavallo è stato il simbolo di una rivoluzione che ha avviato un certo modo di fare psichiatria e di fare psicologia. Il sindaco ha definito la scultura con il termine “ingombro”. Certo, non bisogna stupirsi per tale visione che pare ignorare o cancellare il significato di una tale scultura, perché prima di tutto è una visione consapevolmente e inconsapevolmente consolidata in sedi, ordini, dipartimenti di psicologia. Allora forse è davvero la fine di un certo modo di fare clinica, attenta ai sospiri, le lacrime singole, gli afflati. Una fine decretata da chi “non sa”, mentre per chi “sa”, è un’altra storia, che evidentemente non potrà finire mai.

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