Luca De Marco è studente di Scienze Politiche presso l'Università Luiss Guido Carli di Roma. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia contemporanea, con particolare attenzione alle relazioni internazionali nel corso del Novecento, alle dinamiche politiche dell'Italia repubblicana e all'evoluzione delle culture politiche contemporanee.

Recensione di H.A. Kissinger, Il significato della storia. Riflessioni su Spengler, Toynbee e Kant, trad. it. di G.B. Soda, a cura di G. De Ruvo, Mimesis, Milano 2026, pp. 306.

Le evoluzioni recenti dello scacchiere internazionale, come lo scoppio dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, la sfida lanciata dalla Cina alla leadership mondiale statunitense, la ricomparsa prepotente del tema del riarmo nel dibattito politico europeo, hanno dimostrato ancora una volta che la celebre tesi della end of history lanciata da Fukuyama dopo il crollo dell’Unione Sovietica non poteva essere più errata. A dir la verità ciò si era intuito da tempo: già con i devastanti attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 era parso evidente come la “nuova era” dell’ordine internazionale (in seguito alla fine improvvisa del sistema bipolare fondato sullo scontro Usa-Urss) non sarebbe stata una mitica età dell’oro, imperniata sulla pace, l’affermazione delle liberaldemocrazie e la cooperazione internazionale. Certo, dal 2020 in poi gli eventi globali hanno subito un’accelerazione impressionante: con loro hanno avuto nuova fortuna le discipline della diplomazia e della geopolitica e le questioni di politica estera sono tornate prepotentemente in scena, scavalcando per importanza e presenza nel dibattito pubblico la stragrande maggioranza dei temi elettorali. Alla luce di tutto ciò, assume notevole rilevanza la recente pubblicazione, da parte di Mimesis, della prima edizione italiana della tesi di laurea di Henry Kissinger, intitolata Il significato della storia (1950). Il motivo è spiegato, con grande efficacia retorica e facendo riferimento a Il castello di Kafka, da Giuseppe De Ruvo nella prefazione all’edizione italiana: «Il diplomatico americano è stato infatti l’agrimensore della nostra epoca. Nella sua lunga carriera politica, tra trame segrete e impareggiabile capacità di abitare l’anticamera del potere, egli ha sempre cercato di misurare quel Castello che chiamiamo mondo e che oggi ci appare incomprensibile e dunque ingovernabile» (p. 12).

Che il mondo e le sue dinamiche siano impossibili da abbracciare nella loro totalità è abbastanza inconfutabile, ma studiando in profondità il pensiero, le origini e l’operato dei grandi uomini – laddove con “grande” non si vuol dare un giudizio morale ma solamente uno riguardante l’impatto avuto da costoro sul corso della storia – si può tentare di trovare delle risposte, complete o parziali, ai grandi interrogativi dei nostri giorni. Ecco che dunque Il significato della storia diviene un testo fondamentale: lo è perché mostra un Kissinger inedito, certamente diverso dal cinico statista pronto a tutto per assicurare il predominio statunitense, persino a stringere accordi con dittatori come Mobutu, Videla e Suharto, ad appoggiare il bombardamento di civili cambogiani per indebolire la resistenza dei vietcong (atto di cui non si pentì mai, nonostante il fallimento strategico dell’operazione), a tollerare il genocidio perpetrato dall’esercito pakistano in Bangladesh. Conoscere la formazione teorica e le aspirazioni ideali di Kissinger diviene un passaggio importante per comprendere in maniera più profonda il suo operato e per cercare di intuire qualcosa del funzionamento del contemporaneo ordine internazionale, che al diplomatico statunitense deve moltissimo quanto a struttura e meccanismi.

Un’opera accademica alla ricerca della libertà

Innanzitutto occorre una precisazione: la tesi di Kissinger non era stata pensata per la pubblicazione e perciò la sua lettura non è per niente fluida né semplice, anche e soprattutto a causa di un linguaggio che il traduttore, Giovanni B. Soda, definisce: «Formale, elegante e accademico, giungendo – anche a causa dell’età – a suonare, in certe parti, vetusto» (p. 7). A tal proposito è da encomiare proprio il lavoro dello stesso Soda per tentare di rendere il testo quanto più snello e scorrevole, nonostante permanga un alto grado di complessità. La tesi si concentra sulle filosofie della storia di Spengler, Toynbee e Kant, attraverso un procedimento “anacronistico” che parte dall’analisi e la confutazione di autori cronologicamente successivi per giungere ad abbracciare, pur mantenendo un atteggiamento rigorosamente critico, la filosofia politica e morale dell’autore di Königsberg. Ciò che preme in particolare a Kissinger è l’analisi del rapporto, nel pensiero dei vari autori, tra libertà e necessità: ovvero come fare a conciliare il desiderio di libertà, insito in tutti gli uomini, con l’apparente necessità dei fenomeni storici guardati retrospettivamente. In questo modo la domanda fondamentale diviene, per dirla con lo stesso Kissinger: «Qual è il significato di una causalità che si compie sotto il modo della libertà?» (p. 24). La tesi nasce dunque sotto l’impulso di uno sforzo, di una ricerca militante da parte dell’autore di una soluzione a questo dilemma, per restituire alla libertà quella centralità di cui sarebbe svuotata da una visione prettamente deterministica della storia. Così questa volontà di innalzare la libertà a valore supremo si fa evidente fin dall’introduzione, laddove, citando Tolstoj, Kissinger afferma: «è impossibile pensare a un uomo privo di libertà a meno che non sia un uomo privo di vita» (p. 23). E allora anche la disciplina della filosofia della storia, così complessa già di per sé, assume una certa carica metafisica e quasi spirituale: «[La filosofia della storia] testimonia il desiderio dell’umanità per una comprensione della fatalità della vita, per uno slancio mistico verso l’assoluto, per un tentativo che dia significato alle domande più elementari dell’esistenza. Per questa ragione la filosofia della storia è indissolubilmente connessa con la metafisica, essa è, infatti, una metafisica di un ordine particolarmente elevato» (p. 24).

Non sorprende dunque che in questa ricerca le concezioni pessimistiche di Spengler e Toynbee, pur essendo certamente analizzate criticamente e in maniera rigorosa, finiscano per preparare filosoficamente e anti-storicamente il terreno per il trionfo di Kant, che grazie alla rivoluzionaria distinzione tra fenomeno e noumeno riesce finalmente a risolvere l’enigma: «Se la totalità della realtà si esprime unicamente nel mondo fenomenico, allora la libertà umana è davvero priva di significato […] se, al contrario, esiste una realtà noumenica al di là delle manifestazioni fenomeniche, allora, nella misura in cui l’uomo è noumenico (una cosa in sé), egli può effettivamente raggiungere la libertà» (pp. 224-225).

Ecco il successo del criticismo kantiano, sancito definitivamente da Kissinger nell’affermare, non senza un velato entusiasmo: «Nessun altro filosofo ha compreso con maggiore chiarezza le implicazioni della nostra esperienza della libertà in un mondo dominato dalla causalità» (p. 225). Ma ora, di fronte a questa vittoria di Kant (che però non è esente da critiche, anche molto acute e incisive, nelle pagine successive), si erge la necessità di analizzare più in profondità il rapporto tra questa soluzione teorica e la prassi politica del Kissinger prima consigliere per la sicurezza nazionale (1969-1975) e poi segretario di Stato (1973-1977).

Il Kissinger idealista e kantiano

È noto che Kissinger è ampiamente considerato uno dei maggiori interpreti del “realismo politico” (o Realpolitik) e che perciò i numerosi giudizi morali, che sono stati e saranno ancora pronunciati in merito al suo operato, non lo hanno mai scalfito più di tanto, convinto com’era che l’unico criterio di giudizio di un’azione politico-diplomatica fosse la sua utilità, la sua capacità di portare vantaggi agli Stati Uniti d’America. Eppure, può sembrare paradossale, Kissinger nasce idealista. Nasce idealista e addirittura kantiano! Cioè seguace del filosofo che più di tutti ha innalzato la moralità a massima guida per l’azione secondo l’indicazione: «Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre insieme come fine, mai semplicemente come mezzo» (p. 229). E questo Kissinger kantiano arriva al punto di abbracciare l’obbligazione morale secondo cui «l’imperativo categorico determina i doveri politici dell’uomo» (p. 234) e addirittura «non può esistere alcun conflitto tra teoria e prassi in ambito politico, così come non può esisterne in ambito morale» (p.235). Così l’essere kantiano di Kissinger si esplica politicamente nell’affermazione che «Il raggiungimento della pace perpetua è il più nobile dovere dello statista» (p. 235). Il Nobel per la pace di cui fu insignito nel 1973 (anno in cui il golpe militare da lui progettato e incoraggiato depose il governo cileno democraticamente eletto di Salvador Allende dando inizio alla dittatura di Augusto Pinochet) sembra così confermare l’impegno teorico-pratico di Kissinger a questo fine, pur attraverso l’uso di mezzi decisamente diversi, e dunque tradendo l’obbligo di non creare conflitto tra teoria e prassi. A ogni modo, alla luce di questa tensione ideale verso la pace non sorprende l’ammirazione espressa per l’opera maestra di Immanuel Kant in questo campo, ovvero Per la pace perpetua. Un progetto filosofico (1795), di cui Kissinger riporta vari estratti, tra cui i sei articoli preliminari (pp. 236-237) e i tre definitivi (pp. 238-240). Impossibile non notare qui le contraddizioni tra l’operato futuro di Kissinger e il quinto articolo preliminare: «Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato».

Come si risolve questa contraddizione, questo conflitto, tra l’idealismo originario e il pragmatismo definitivo di Henry Kissinger? La questione è in realtà assai più ampia e non riguarda esclusivamente l’abile diplomatico di Fürth, ma l’intero rapporto tra ideali e realtà. Particolarmente affascinante è, a tal proposito, la descrizione hegeliana dell’antropologia, come prima parte dello spirito soggettivo, contenuta nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817). Attraverso il classico schema triadico, Hegel distingue la vita umana in tre fasi: l’infanzia (tesi: essa è caratterizzata da un’armonia immediata con il mondo), la giovinezza (antitesi: è il momento del contrasto e della rottura con il mondo, è l’età degli ideali) e la maturità (Aufhebung: la fase della riconciliazione, il giovane ribelle che seppellisce l’ascia di guerra e accetta il mondo così com’è). Nella visione hegeliana dunque a una giovinezza ricca di ideali e battaglie segue una riconciliazione razionale che si potrebbe definire, con una certa accortezza, “realista”. Ma veramente a una fase idealista segue sempre una pragmatica? Oppure l’idealista viene “corrotto” non in seguito a una maturazione intellettuale e fisica, ma a causa dell’azione distruttiva di quel potere così affascinante da essere definito da Kissinger «l’afrodisiaco supremo»? O ancora, sembra assurdo, l’idealista resta sempre tale e cambiano solo i suoi metodi, e lo stesso varrebbe per lo statista americano? Uscire da questo stallo appare complesso. Curiosamente, una soluzione la offre lo stesso Kissinger in un’acutissima nota a piè di pagina: «Ogni uomo diviene un Don Quixote in forza delle speranze prodotte dalla sua creatività. I realisti che, in seguito, sconfiggono Don Quixote non sono realisti, bensì sognatori con speranze metafisiche» (p. 276). Ecco che allora assume valore la tesi di Giuseppe De Ruvo, enunciata nella prefazione, secondo cui la prassi geopolitica di Kissinger sarebbe «solo distrattamente ascrivibile alla categoria del “realismo”, qualunque cosa questa parola significhi» (p. 13) e addirittura guidata da un «idealismo disperato», nel senso che «per Kissinger la geopolitica è prassi ordinatrice, costante sforzo – Streben fatto Beruf – mirato a evitare che l’ordine viri nel caos. Imperativo categorico che impone di evitare la catastrofe. A qualsiasi costo» (p. 13). L’interpretazione è certamente suggestiva.

Heinz Alfred Kissinger è stato uno dei protagonisti principali della seconda metà del secolo scorso e, probabilmente, l’uomo più potente degli Stati Uniti, almeno negli anni delle presidenze Nixon e Ford. A suo modo, nel bene e nel male, ha segnato non solo la sua epoca, ma anche la nostra. Nel leggere la tesi di quel giovane di belle speranze, dalla cultura sconfinata e dalla sapienza accademica già sviluppatissima, non si trova nessuna interpretazione realmente innovativa dei pensieri di Spengler, Toynbee e Kant, ma si può ammirare, con la fortuna di chi conosce già gli eventi successivi, l’origine filosofica e teorica dell’azione politica dell’uomo a cui, più di tutti, si deve l’odierno world order. Difficile dire quanto quest’ultimo durerà ancora – giocare a fare i profeti è sempre rischioso – ma quel che è certo è che per studiare in maniera approfondita un edificio (il mondo contemporaneo) bisogna conoscere bene i suoi architetti, e Kissinger ne è stato certamente uno dei più illustri e impegnati.

 

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