Joel Terracina è dottorando di ricerca in Scienze giuridiche e politiche presso l’Università Guglielmo Marconi e ricercatore associato presso l’Istituto di Scienze sociali e studi strategici “Gino Germani”.

Recensione di: C. Panella, Israele, lo Stato necessario. Il mondo non ne può fare a meno, Paesi arabi inclusi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2026, pp. 230, € 18,00.

Israele è generalmente considerata l’unica democrazia liberale consolidata in Medio Oriente. Nel corso della sua storia è stata bersaglio di una serie di guerre intraprese dai Paesi vicini e da altre nazioni che aspirano a ricoprire il ruolo di potenza regionale nell’area, come l’Iran. È proprio a partire da questa complessa realtà che Carlo Panella sviluppa la sua analisi. L’ultimo conflitto, scaturito dal pogrom del 7 ottobre 2023, aveva l’obiettivo di innescare uno scontro finale contro lo Stato ebraico.

Il 7 ottobre è una data destinata a rimanere impressa nell’immaginario collettivo degli israeliani, perché ha ricordato loro la possibilità di subire un pogrom nella propria casa. Israele, secondo diversi analisti geopolitici è riuscita a respingere, dopo un primo periodo di sbandamento, gli attacchi provenienti da più fronti: da sud, da parte di Hamas; da nord, da parte di Hezbollah, a cui si sono aggiunti altri proxy dell’Iran, come le milizie Houthi dello Yemen. Infine, si è assistito allo scontro diretto tra Israele e Iran, che ha provocato la distruzione dell’apparato militare iraniano.

Secondo Panella: «le guerre di Israele sono un modo per onorare la missione per la quale lo Stato è nato: innescare i germi della democrazia e sconfiggere il jihadismo». Il giornalista guarda con particolare attenzione allo Stato israeliano, ricordando una delle conquiste che esso è riuscito a raggiungere grazie all’aiuto degli Stati Uniti, che si sono fatti garanti favorendo gli Accordi di Abramo. L’opera di Panella parte da una disamina della guerra del 7 ottobre e arriva a mettere in stretta correlazione una serie di variabili che hanno favorito anche una degenerazione all’interno del sistema politico israeliano. Panella si mostra un profondo conoscitore sia dell’area mediorientale sia delle ultime dinamiche del conflitto, che hanno avuto ricadute anche al di fuori di questa zona. Tra queste, l’autore analizza la nascita di un grande movimento propalestinese, che avrebbe favorito un clima di odio nei confronti di Israele, insieme all’utilizzo delle flottiglie per mettere in difficoltà lo Stato ebraico.

L’autore ricorda che la guerra del 7 ottobre aveva un preciso obiettivo: cancellare lo Stato ebraico e interrompere il processo di pacificazione tra gli Stati arabi e Israele favorito dagli Accordi di Abramo. La pacificazione tra Israele e gli Stati arabi della regione era inoltre collegata a un altro grande progetto: la realizzazione della cosiddetta Via del Cotone, contrapposta alla Via della Seta proposta dal governo cinese. Non si trattava, quindi, solamente di un conflitto tra gli Stati dell’area, ma di un progetto più ampio volto a creare infrastrutture in grado di collegare Europa e Asia. Le guerre mediorientali hanno sempre suscitato grande attenzione da parte dell’opinione pubblica mondiale, che si è spesso divisa tra coloro che si schierano a favore dello Stato ebraico e coloro che, invece, hanno sfilato nelle strade europee e italiane inneggiando al pogrom di Hamas e alla distruzione dello Stato ebraico.

Panella ricorda gli slogan scanditi a Roma da alcuni giovani arabi, che gridavano: «7 ottobre, giornata della Resistenza palestinese». Secondo l’autore, tali slogan si traducevano nella rivendicazione di un atto di antisemitismo. Il perdurare del conflitto mediorientale, nota l’autore, ha favorito un vero e proprio deterioramento del clima nei confronti della minoranza ebraica, tanto in Italia quanto in Europa.

In Francia, ricorda l’autore: «ottanta case e sedi di cittadini francesi di fede ebraica sono state marchiate, per sfregio, con la stella di Davide». A Berlino si è assistito all’assalto a due sinagoghe e, più in generale, l’antisemitismo ha raggiunto livelli molto elevati. Per l’autore, la ripresa dell’antisemitismo è favorita da una possibile saldatura tra il tradizionale sentimento di ostilità dell’estrema destra e quello dell’estrema sinistra filo-terzomondista.

La guerra scaturita dal 7 ottobre ha provocato anche fratture all’interno della società israeliana, che si è scontrata più volte con il primo ministro Netanyahu affinché il conflitto terminasse. Panella ricorda che alcuni generali si sono affiancati all’opposizione, chiedendo a gran voce l’istituzione di una commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre. La responsabilità, infatti, non sarebbe stata solamente attribuibile al fallimento dell’intelligence e dei militari: alcuni generali si sono dimessi, così come alcuni esponenti dei vertici politici. La società israeliana, come fa notare Panella nella sua opera, non è monolitica. Al contrario, annovera al suo interno diverse anime che hanno contestato le decisioni intraprese dal primo ministro. Un aspetto che, secondo l’autore, è stato volutamente trascurato dai denigratori di Israele, i quali tendono spesso a rappresentarla come un monolite.

Nell’opera del commentatore italiano non mancano, inoltre, critiche nei confronti del primo ministro israeliano, che avrebbe tradito, secondo l’analista, l’essenza del proprio partito e della sua ideologia politica, portando al governo esponenti di alcune formazioni estremiste che erano spesso relegate all’opposizione, come Smotrich e Ben Gvir, per ragioni di puro calcolo elettorale. I rappresentanti di queste formazioni minori, ricorda Panella, sarebbero stati contagiati dal «virus jihadista», che avrebbe comportato la negazione di ogni mediazione e di ogni trattativa. L’autore richiama così l’attenzione del lettore sulla tesi degli opposti estremismi, che finiscono per alimentare conflitti destinati a perdurare nel tempo, con conseguenze devastanti per la regione e per intere generazioni.

Il conflitto mediorientale contemporaneo è stato, e continua ancora oggi a essere, letto attraverso il prisma dell’ideologia politica, ricorda Panella. Un metodo che, secondo l’autore, non può essere accettato, poiché finisce per falsare l’interpretazione di una guerra che ha travagliato un’area instabile per sua natura.

A questo punto sorgono una serie di quesiti: come leggere e interpretare il conflitto mediorientale? Quali sono le chiavi di lettura adottare? Panella prova a rispondere a queste domande ricordando i lunghi ritardi culturali accumulati dall’Impero ottomano, la mancata nascita di generazioni di leader palestinesi in grado di portare il popolo palestinese a un vero e proprio accordo con il vicino Stato d’Israele e la presenza di una serie di miti negazionisti all’interno della società musulmana estremista. Tali miti si sarebbero tradotti nella negazione della secolare presenza ebraica nell’area e dei suoi luoghi simbolici, come il Tempio di Salomone.

Panella guida quindi il lettore nella comprensione della complessità del fenomeno mediorientale, tracciando nella seconda parte della sua opera una breve storia di quanto accaduto fino a oggi e fornendo le coordinate necessarie per interpretare il fenomeno bellico mediorientale. Nella lettura proposta da Panella, tale fenomeno non scaturirebbe dalla mancanza della terra, come sostengono alcune élite intellettuali occidentali, quanto piuttosto da una logica completamente antisemita, totalizzante e totalitaria, volta, in questo caso, a portare avanti lo sforzo bellico nel nome dello stigma islamico contro l’ebreo. Questa è la tesi sostenuta dal giornalista nella sua opera.

L’autore ricorda inoltre alcuni elementi di antisemitismo presenti nella tradizione religiosa musulmana, che si sarebbero sedimentati nel corso del tempo e avrebbero favorito l’odio verso gli ebrei e lo Stato d’Israele. Per sostenere questa interpretazione, l’analista riallaccia il discorso sia alle fonti storiche sia a quelle della tradizione religiosa. Per Panella è necessario incoraggiare le voci dei moderati islamici, che esistono sebbene siano minoritarie, per favorire l’incontro tra le diverse componenti moderate.

L’opera Israele, lo stato necessario è di agevole lettura e si inserisce nel solco di una serie di pubblicazioni dedicate alle crisi del quadrante mediorientale, come il conflitto israelo-palestinese, l’espansione aggressiva del regime iraniano, l’evoluzione dell’Islam politico e il jihadismo tanto per citarne alcune. L’autore si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle dinamiche mediorientali, ricostruendo con accuratezza i fatti e le loro conseguenze. Il lettore viene così accompagnato verso una consapevole comprensione dei fenomeni che caratterizzano il complesso quadrante mediorientale attraverso un’analisi dettagliata delle fonti storiche, religiose e politiche dell’area.

Il volume Israele, lo Stato necessario rappresenta un importante contributo per tutti coloro che vogliono avvicinarsi alla complessità del conflitto mediorientale attraverso una prospettiva geopolitica che mette in chiara evidenza le dinamiche e gli attori presenti in quell’area. Il principale merito dell’opera è proprio quello di ricondurre gli eventi più recenti a un quadro storico politico più ampio, evitando di considerarli come episodi isolati. La lettura proposta da Panella è certamente netta e non priva di elementi in grado di alimentare il dibattito contemporaneo offrendo al lettore una chiave interpretativa con cui confrontarsi. Il volume di Carlo Panella offre al lettore una chiara panoramica sulla questione mediorientale poiché fornisce al pubblico gli strumenti culturali per comprendere uno dei tanti aspetti irrisolti della politica internazionale.

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