Alessia Circelli è dottoressa magistrale in Scienze Politiche. Attualmente è dottoranda in Scienze dell’economia civile. Governance, istituzioni e storia presso l’Università LUMSA di Roma.

Recensione a La reazione totalitaria, di Lorenzo Infantino (a cura di Simona Fallocco e Nicola Iannello), Rubbettino, 2026, pp. 134.

Nell’agorà contemporanea, l’istituto della libertà individuale e le garanzie dello Stato di diritto vengono spesso percepiti come delle conquiste ormai irreversibili, proprio mentre vengono logorate ai fianchi da rinnovate pulsioni dirigiste e scorciatoie tecnocratiche. Per orientarsi all’interno di questa complessità liquida, che investe la stessa teoria politica, può essere utile ripartire dalla prospettiva storico-filosofica. Al netto della crescente polarizzazione e del diffuso senso di vulnerabilità sociale che caratterizza l’attuale scenario geo-politico, l’indagine teorica si rivela uno strumento ermeneutico fondamentale: interrogare la genesi del pensiero politico consente di decodificare le fratture della modernità e di inaugurare una nuova stagione di riflessione critica sulle insidie che minacciano la società aperta.

Muovendo dal presupposto che il totalitarismo non sia un’aberrazione accidentale, ma un preciso esito intellettuale, Lorenzo Infantino, tra i più autorevoli e originali studiosi del liberalismo europeo, orienta la sua riflessione verso la fase germinale di tale categoria politica, indagandone le matrici culturali, le derive politiche e le implicazioni antropologiche. Nel saggio postumo La reazione totalitaria, l’originalità dell’operazione storiografica risiede nell’inedito cortocircuito teorico che l’autore istituisce mettendo a confronto l’ordine inintenzionale e spontaneo della vita associata con la pretesa costruttivista di modellare dall’alto le relazioni umane, intrecciando la storia delle idee con la storia delle istituzioni.

Attraverso un denso excursus storico-filosofico, che ripercorre le principali tappe della cultura politica dal Settecento francese al positivismo di Saint-Simon e Comte, sino agli approdi di Hegel e Marx, Infantino decostruisce il mito idealizzato dell’emancipazione collettivista, mostrando come l’abbandono della consapevolezza dei limiti della ragione e della conoscenza umana abbia spianato la strada all’ingegneria sociale. Quella che la tradizione antiliberale ha spesso celebrato come la “razionalizzazione” e l’ordinamento perfetto del mondo si rivela, al vaglio dell’autore, un sistema strutturalmente ostile all’autonomia individuale, a forte vocazione impositiva e fondato sulla presunzione di poter progettare l’ordine umano ed avere un punto di vista privilegiato sulla realtà. L’analisi si sposta quindi sulla critica alla presunzione di conoscenza, della quale Infantino recepisce la stringente lezione hayekiana e popperiana: contro la pretesa scientista di monopolizzare la verità, l’autore riafferma il valore metodologico delle congetture e confutazioni, evidenziando come la conoscenza sia intrinsecamente dispersa, fallibile e non centralizzabile da alcuna autorità politica.

La prospettiva indicata da Infantino smette di essere un semplice esercizio di erudizione e diviene un dispositivo critico che interroga direttamente la responsabilità civile ed etica di ciascuno. Per scongiurare il rischio di sterili chiusure ideologiche, si rende quanto mai necessario allargare l’orizzonte e decostruire l’autoreferenzialità delle narrazioni costruttiviste, accogliendo il valore della dispersione della conoscenza. Una simile apertura critica si rivela un antidoto indispensabile soprattutto nell’attuale congiuntura geopolitica ed economica; una fase complessa in cui la dissoluzione delle coordinate identitarie e sociali e il timore reattivo nei confronti dell’incertezza alimentano la tentazione di un ripiegamento anacronistico verso vecchi e nuovi statalismi, percepiti come rassicuranti surrogati d’ordine. Si tratta, tuttavia, di un’illusione e di un esercizio di “potere” estremamente pericolosi: la memoria storica, se interrogata con rigore, ci insegna da sempre che gli arroccamenti dirigisti e la ricerca di capri espiatori preludono a derive tragiche e drammaticamente distruttive. A tal proposito, Infantino ci ricorda che uno dei pilastri della società aperta è il riconoscimento dell’importanza della cooperazione. Quest’ultima non nasce da un disegno intenzionale, ma dall’interazione spontanea tra individui che non dispongono di un punto di vista privilegiato sul mondo. La critica ai “punti di vista assoluti” è centrale: ogni tentativo di imporre una visione unica della realtà genera chiusura, irrigidimento e, in ultima istanza, dinamiche totalitarie. In questo orizzonte, il bene comune viene assunto come bussola orientativa che permette di valutare le istituzioni e le pratiche sociali: ben lontano dall’essere frutto di una pianificazione centralizzata, si configura come un bene relazionale, dinamico, che si costruisce soprattutto attraverso il riconoscimento reciproco. Dunque, la riflessione sull’ordine spontaneo indica forse la vera direzione verso cui orientare il nostro dibattito contemporaneo. Più che rivendicare un controllo verticistico o lottare per l’attribuzione di un potere assoluto allo Stato, la sfida odierna consiste nel restituire alla libertà individuale una reale vocazione universale, affinché essa si configuri come un patrimonio autenticamente condiviso e insopprimibile. La libertà, d’altronde, non è un manufatto statico da custodire gelosamente all’interno di modelli teorici, bensì un processo dinamico, aperto e costantemente mutevole. Proprio per la sua natura intrinsecamente inclusiva, essa non tollera restrizioni progettuali o recinzioni burocratiche; al contrario, esige di essere continuamente difesa e praticata, ponendosi come uno strumento collettivo al servizio delle istanze di emancipazione di ogni individuo.

Ritornando all’alveo della ricostruzione teorica, Infantino si sofferma sul lungo e articolato excursus storico che dalle radici del pensiero moderno conduce agli esiti totalitari del Novecento. Se la tradizione illuminista, comprendente figure quali Locke e Montesquieu, aveva fondato il costituzionalismo e la divisione dei poteri – argini affinati da Tocqueville contro la tirannide della maggioranza -, la modernità vi ha opposto una profonda frattura. Con il positivismo di Saint-Simon vi è il tentativo di sostituire la politica con l’ingegneria sociale e l’amministrazione.

Hegel compie poi la svolta metafisica, divinizzando lo Stato etico come depositario della storia. Marx ha consumato questo strappo, rifiutando la spontaneità dei processi sociali per assoggettare la società a un piano centrale di emancipazione. A consolidare questo attacco al liberalismo contribuiscono infine gli economisti della Scuola storica tedesca: subordinando le leggi economiche e la libertà di scelta individuale ai valori collettivi della nazione e della classe, essi hanno fornito la giustificazione teorica allo statalismo contemporaneo, preparando il terreno alle derive del Novecento. Nel delinearsi di questi modelli teorici, l’individuo cessa di essere il fine ultimo per ridursi a mero strumento del potere e delle sue utopie. Dietro la promessa del progresso collettivo si muove infatti una costante: l’arroganza di minoranze intellettuali e politiche che, in nome di una presunta sapienza superiore, pretendono di restringere i confini dell’autonomia personale. La vera posta in gioco si rivela essere così una lotta incessante intorno alla delimitazione della libertà stessa. 

Volendo interrogare il nostro presente senza indulgenze, la diagnosi appare netta: si avverte, oggi come allora, una faglia profonda tra i centri di decisione – intenti a orientare d’autorità la società – e un corpo sociale attraversato da una motivata sfiducia nelle istituzioni. Salvare lo spazio liberale significa prendere atto dell’esistenza di un equilibrio precario. La libertà non nasce da un decreto né si nutre esclusivamente di norme imposte dall’alto: è il risultato, sempre reversibile, della tensione tra l’autorità verticale dello Stato e l’azione orizzontale degli individui. Precisamente questo snodo – dove la spinta totalitaria si scontra con l’individualismo metodologico – può far nascere nuove riflessioni sul futuro delle istituzioni. Una sfida concettuale e pratica che ci ricorda come ogni ordine politico non sia uno spazio di rifugio o un dispensatore di certezze, ma un terreno di scontro sempre aperto, privo di garanzie d’approdo, dove i confini della libertà e i limiti del potere richiedono una costante e consapevole ridefinizione. 

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