Alberto Giovanni Biuso, professore ordinario di Filosofia teoretica nel «Dipartimento di Scienze Umanistiche» dell’Università di Catania, insegna Filosofia teoretica, Metafisica e Filosofia della religione. Ha anche insegnato Epistemologia, Sociologia della cultura, Storia dell’estetica, Filosofia della mente e Filosofia della storia. È membro del Comitato scientifico di numerose riviste italiane ed europee; dirige la rivista Vita pensata. Tema privilegiato della sua ricerca è il tempo, in particolare la relazione tra temporalità e metafisica. Altri temi di cui si occupa sono: la mente come dispositivo semantico; la vitalità del pensiero classico greco e romano; le strutture ontologiche e i fondamenti politici del Web; la questione animale come luogo di superamento del paradigma umanistico; l’Antinatalismo. Il suo libro più recente è Episteme. Scritti di filosofia della scienza (2026). Dettagliate e aggiornate informazioni sulla sua attività scientifica e didattica si trovano sul sito www.biuso.eu

Recensione di Orazio Licandro, Il manoscritto ritrovato. Politica, religione e diritto al tempo di Giustiniano , Carocci, Roma 2025, Pagine 323

 

Tra Roma e Costantinopoli si muove questo libro, tra la Prima e la Seconda Roma. Si muove con agilità di scrittura, con ricchezza erudita, con rigore metodologico e con un’idea molto chiara della profonda ibridazione che l’intera storia di Bisanzio e in particolare l’epoca di Giustiniano operarono tra il diritto romano, la teologia cristiana e la filosofia greca. L’occasione e il cuore stesso del volume è un codice palinsesto anonimo e senza data, ritrovato nel 1820 dal cardinale e filologo Angelo Mai nella Biblioteca Vaticana, il Vat. gr. 1298, che contiene un trattato del VI secolo. Il titolo del codice è περὶ πoλιτικῆς ἐπιστήμης. Si tratta dunque di «un trattato di scienza politica, la cui composizione è databile oltre ogni ragionevole dubbio all’età giustinianea, strutturato in forma dialogica tra due personaggi il patricius Menodoros e il referendarius Thomasios, non altrimenti identificati, impegnati in un serrato confronto sulle forme rei pubblicae per declinare l’ideale βασιλεία nella temperie dell’assolutismo imperiale del VI secolo d.C.» (p. 20). Attraverso accurate e plausibili argomentazioni Orazio Licandro data il testo tra il 529 e il 532, attribuendolo a degli intellettuali e funzionari imperiali individuati tramite un’indagine che poco ha da invidiare a un romanzo giallo. Di questo testo la Biblioteca di Fozio aveva presentato una nota di lettura (la numero 37), dopo la quale nulla si era più saputo, sino appunto alla scoperta del codice per opera di Mai. Codice che però contiene soltanto una piccola parte del testo (che Fozio afferma essere composto da sei libri) e precisamente la parte conclusiva del libro IV, dedicata all’arte della guerra, e una più ampia parte del libro V, dedicata alla natura, all’origine e agli scopi del potere imperiale.

L’indagine sul Vat. gr. 1298 è tanto più accurata in quanto essa si apre a questioni assai più ampie di filosofia e storia del diritto e, ancora più in generale, di storia della cultura antica e tardoantica. I due grandi punti di riferimento del dialogo tra Menas (il maestro) e Thomas (l’allievo)  sono costituiti da Platone e da Cicerone. Il primo è il fondamento dell’idea stessa di una scienza politica, di una πoλιτικῆς ἐπιστήμης, ma i due interlocutori se ne allontano ogni volta che la prospettiva di Cicerone si fa diversa rispetto a quella del grande modello platonico. Licandro si dice convinto che «l’Anonimo abbia attinto non solo al De re pubblica ma a un corpus assai più ampio degli scritti ciceroniani» (p. 112), pervenendo a «una forte e originale visione dello Stato, nel binomio inscindibile di istituzioni e politica, in cui quei due poli, inconciliabili in Platone, potessero armonizzarsi» (p. 282). Platone tende infatti a escludere il demos da ogni incarico di governo; il dialogo difende invece una forma mista e temperata della quale sono parti e protagonisti il sovrano, un gruppo di ottimati e il popolo. Ai quali in uno Stato cristiano si aggiunge la presenza delle istituzioni ecclesiastiche e di una teologia politica. La posizione platonica è totalmente politico-teoretica: il potere va a chi meglio lo sa esercitare perché meglio conosce le realtà immanenti e trascendenti, a chi è immerso nella conoscenza. Le istituzioni democratiche sono invece e inevitabilmente vittima di demagoghi che solo una cosa sanno e ben conoscono: come ottenere il plauso delle masse, il loro sostegno e – di fatto – la loro complicità. Nel pensiero platonico «conoscenza, filosofia e politica erano stretti da un vincolo saldissimo mentre nelle esperienze reali, quasi sempre contrapposti» (91).

Cicerone e molti altri, tra i quali l’autore del trattato politico riscoperto, modulano invece istituzioni e politica, cercando di garantire le prime dalla tempesta e dai mutamenti che sempre travagliano la seconda. A questo scopo il potere va certamente (d’accordo con Platone) a chi mostra di meritarlo, a chi meglio lo saprebbe gestire a vantaggio dell’intero e non di una parte soltanto, ma senza cadere nell’illusione che capacità e merito da soli siano in grado di generare le forme e le istituzioni più sicure e più eque. È necessario invece contemperare interessi, strutture e origini, è necessaria insomma una costituzione mista che già per questo risulta sottratta alle istanze di un potere esclusivo e di parte. Non quindi un ceto sociale che escluda gli altri, ancor meno una aristocrazia ereditaria o un solo uomo, sin troppo tentato dalle sirene dell’autocrazia, ma una costituzione mista che attinga alla tradizione repubblicana e ciceroniana di Roma innestandovi elementi neoplatonici e cristiani. È questo l’orizzonte del περὶ πoλιτικῆς ἐπιστήμης, la cui tesi è così sintetizzata da Licandro:

«una riedizione in forma attualizzata della riflessione e degli schemi ciceroniani, espressioni dei quadri mentali e culturali dell’aristocrazia ottimate tardo repubblicana, secondo cui il populus, quale ‘soggetto istituzionale’ nella sua forma assembleare, fosse cosa assai diversa dalla volgare plebe urbana preda dei demagoghi più abili e pericolosi che, negli ultimi decenni della vita repubblicana, non solo si inseriva con pratiche violente nella dialettica politica ma con la sua forte e costante presenza inquinava persino i corretti meccanismi di funzionamento dei comizi. La circolarità delle idee e delle matrici culturali è evidente, perché attraverso Cicerone si risale a Platone e al criterio informatore della competenza, alla base della sua avversione alle masse popolari, ignoranti e manovrate dai demagoghi (203).

E questo spiega perché Menas e Thomas, nel poggiarsi sulla migliore tradizione del pensiero senatorio interpretata da Cicerone, vedessero nel Βασιλεύς affiancato da un gabinetto di governo composto dai migliori ἄριστοι l’assetto istituzionale più equilibrato e temperato. I giustinianei si rifacevano a Cicerone perché avevano sotto gli occhi l’esperienza diretta del fondatore del principato, Augusto, che tradusse in prassi istituzionale l’impianto teorico dell’oratore» (234).

La concordia tra Βασιλεύς, ἄριστοι e δῆμος è la concordia stessa della comunità politica. L’autocrazia dell’imperatore è temperata dalla molteplicità del corpo collettivo, il disordine sempre potenziale del corpo collettivo è temperato dalla volontà ultima di un sovrano che per la teologia politica di Bisanzio è un’imitazione di Dio. Originale e significativo è che l’Anonimo accolga anche la possibilità del sorteggio «quale strumento per la scelta del nuovo imperatore» (179), uno strumento niente affatto bizzarro ma che risulta coerente con la cultura istituzionale romana e anche con alcune pagine di Platone.

Come si vede, questa eruditissima (centinaia sono le note) e insieme vivace opera di Orazio Licandro risulta fedele a una delle sue principali ed esplicite intenzioni: «Evitare facili e frettolose letture, in fin dei conti, è la vera e modesta ragione di questo libro» (234). Tutto infatti sembra chiaro ma niente vi appare di semplicistico. È un risultato reso possibile non soltanto dal rigore metodologico e dalla sicura competenza dell’autore ma anche e specialmente da un evidente amore per i testi, i codici, i libri, le opere. Tanto che sembra che Licandro parli di se stesso quando ricorda e commenta una magnifica pagina di Teodoro Prodromo (dall’Inno a Giovanni Agapeto, ed. Manaphis, 239-241; pp. 283-284) nella quale il poeta bizantino del XII secolo fa dei libri il luogo stesso dell’intelligenza e della dignità umana.

A darne testimonianza è questo stesso volume, il cui tema sembra ed è il rapporto tra potere e cultura nel mondo greco, romano, bizantino ma attraverso il quale appaiono in filigrana alcuni dei problemi più significativi della teoria e della prassi politiche del XXI secolo

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