Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com
Allorché l’umanità raccoglieva le macerie della più devastante guerra della Storia e l’Europa occidentale celebrava la vittoria sul Nazifascismo, nell’agosto 1945 George Orwell pubblicò una breve opera che, seppur narrativa, rimane di attualità e rilevanza per il pensiero politico. Allora, molti – troppi – intellettuali occidentali guardavano con ammirazione all’URSS come modello alternativo al capitalismo, l’autore ebbe il coraggio di nuotare controcorrente. La fattoria degli animali nacque fin da subito come un monito severo contro i pericoli del totalitarismo. Una parabola allegorica che rivela perché ogni rivoluzione comunista segue lo stesso tragico schema, che poi si è puntualmente verificato: dalla liberazione alla corruzione, dalla speranza all’oppressione. L’opera rappresentava una sfida al clima intellettuale dell’epoca, già dominato dalla simpatia per l’esperimento sovietico e dalla convinzione che il socialismo reale potesse offrire una terza via tra fascismo e liberalismo.
Orwell – laburista – aveva vissuto in prima persona le contraddizioni del socialismo autoritario durante la Guerra Civile Spagnola e assistito alla repressione staliniana contro i compagni trotskisti. Il trauma lo aveva vaccinato contro le utopie che affascinavano molti suoi contemporanei, permettendogli di vedere con lucidità cinica i meccanismi attraverso cui le rivoluzioni egualitarie si trasformano, non a caso, puntualmente in dittature oligarchiche. La genialità dell’allegoria animale stava nella sua capacità di aggirare la censura e i pregiudizi ideologici dell’epoca. Presentando la storia come una favola di animali da fattoria, Orwell poteva criticare Stalin e il comunismo sovietico senza essere etichettato come reazionario o agente capitalista. L’espediente letterario permetteva ai lettori di accettare verità scomode sulla natura del potere che avrebbero rifiutato se presentate in forma di analisi politica diretta. È subito chiaro, nell’opera, come la rivoluzione, per sua natura, contiene già in sé i germi della propria corruzione.
Gli animali della fattoria si sollevano contro il padrone Jones per costruire una società egualitaria. Ma i maiali che guidano la ribellione finiscono per adottare gradualmente tutti i vizi umani che inizialmente condannavano. Dormono nei letti, bevono alcolici, camminano su due zampe, fino a quando i contadini vicini non riescono più a distinguere tra i maiali e gli uomini durante un banchetto. Questa dinamica evidenzia una delle preoccupazioni centrali del liberalismo: la concentrazione del potere in un’élite rivoluzionaria corrompe inevitabilmente gli ideali di partenza. Con la sua insistenza sulla separazione dei poteri e sui controlli istituzionali, il liberalismo classico nasce dalla consapevolezza che il potere assoluto corrompe assolutamente, per dirla con Lord Acton. La tradizione da Locke a Montesquieu aveva già identificato il pericolo secoli prima della Rivoluzione del 1917. Dopo la rivoluzione, i maiali giustificano il privilegio di tenere le mele come “cibo per il cervello” necessario alla leadership.
Questa prima piccola disuguaglianza stabilisce un precedente che si intensifica gradualmente, portando alle esecuzioni di massa e alla dittatura di Napoleon. Il liberalismo ha sempre messo in guardia contro la pendenza scivolosa del potere statale. I teorici liberali come Friedrich von Hayek avevano previsto che una volta accettato il principio dell’intervento statale per il “bene comune”, sarebbe stato quasi impossibile porre dei limiti. La teoria della “strada verso la schiavitù” trova qui una perfetta illustrazione: ogni piccola concessione di libertà per la presunta sicurezza o uguaglianza apre la strada a concessioni sempre maggiori. E i maiali orwelliani trasformano il linguaggio in uno strumento di dominio totale. Il portavoce Squealer modifica i comandamenti della fattoria durante la notte: “Nessun animale deve bere alcolici” diventa “Nessun animale deve bere alcolici in eccesso”. Questo processo culmina nella celebre assurdità: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri”.
La manipolazione del linguaggio è sempre stata una preoccupazione centrale del liberalismo, che enfatizza l’importanza del dibattito razionale e della comunicazione onesta. Pur non essendo un liberale ortodosso, Orwell condivideva con il liberalismo questa preoccupazione per l’integrità del linguaggio come prerequisito della libertà politica. La tradizione liberale aveva già identificato nella propaganda e nella manipolazione semantica i nemici della democrazia costituzionale. Napoleon alleva i cuccioli in isolamento per trasformarli nei suoi feroci cani da guardia, mentre mantiene gli altri animali nell’analfabetismo, impedendo loro di leggere i comandamenti modificati. L’ignoranza diventa uno strumento di controllo sociale sistematico. La deliberata creazione di ignoranza è l’antitesi dei valori liberali. Che vedono nell’accesso all’informazione e nell’educazione critica i mezzi per prevenire la tirannia. Snowball, il maiale che aveva guidato gli animali in battaglia e progettato il mulino a vento, viene successivamente descritto da Napoleon come un traditore in combutta con Jones fin dall’inizio.
I pensatori liberali hanno sempre riconosciuto che la manipolazione è un prerequisito della tirannia. Figura di transizione tra conservatorismo e liberalismo, Edmund Burke aveva sottolineato come le tradizioni e la memoria collettiva servano da controllo naturale contro gli eccessi del potere. La tradizione liberale vede nella storiografia indipendente e nella libertà accademica delle salvaguardie essenziali contro la riscrittura autoritaria del passato. I teorici liberali hanno sempre riconosciuto il pericolo della manipolazione dell’opinione pubblica. La “mano invisibile” di Adam Smith presuppone mercati dell’informazione trasparenti e competitivi. Quando l’informazione viene monopolizzata, i meccanismi di autoregolazione sociale che i liberali considerano fondamentali cessano di funzionare. La tradizione liberale ha sviluppato concetti come il “marketplace of ideas”. Proprio per contrastare il monopolio informativo che Orwell descrive. Le pecore vengono addestrate a recitare slogan insensati e a soffocare qualsiasi dissenso belando per minuti interi.
Passano facilmente dal “Quattro gambe buono, due gambe cattivo” al “Quattro gambe buono, due gambe meglio” quando i maiali iniziano a camminare eretti. Il conformismo non è naturale, ma deliberatamente costruito attraverso tecniche di condizionamento sociale. Già John Stuart Mill in On Liberty aveva già identificato la “tirannia dell’opinione pubblica” come un pericolo per la libertà individuale. Il liberalismo vede nell’uniformità di pensiero un sintomo di società malate, preferendo la diversità di opinioni e il dibattito aperto. La tradizione liberale considera il dissenso e il non conformismo come segni vitali di una società libera, non come minacce da eliminare. Dal punto di vista liberale, l’opera di Orwell conferma molte delle previsioni teoriche che i pensatori liberali avevano formulato ben prima della Rivoluzione Russa. Il liberalismo può rivendicare una notevole capacità predittiva. Le paure espresse da Alexis de Tocqueville sulla “tirannia della maggioranza” si sono rivelate accurate.
I mezzi autoritari contraddicono inevitabilmente i fini egualitari. Il liberalismo ha sempre sostenuto che l’uguaglianza economica forzata dallo Stato avrebbe prodotto una nuova forma di disuguaglianza politica parecchio oppressiva. La celebre distinzione tra “animali uguali” e “animali più uguali” dimostra come il tentativo di eliminare tutte le disuguaglianze attraverso il potere coercitivo crei inevitabilmente nuove gerarchie basate sul controllo politico in fin dei conti. Con tutti i suoi difetti e contraddizioni – ben visibili e criticati a destra come a sinistra – il liberalismo emerge dalla critica orwelliana come l’unico sistema politico che ha sviluppato meccanismi per prevenire la concentrazione assoluta del potere. La separazione dei poteri, lo stato di diritto, la libertà di stampa, l’educazione pubblica, i mercati competitivi e la protezione dei diritti individuali sono gli unici antidoti provati contro la trasformazione dei liberatori in oppressori.
La lezione fondamentale che il liberalismo trae da Orwell è che le libertà politica ed economica sono indivisibili. Non si può abolire la proprietà privata senza abolire la libertà politica, giacché chi controlla i mezzi di produzione controlla anche i mezzi di comunicazione, educazione e coercizione. Il libro è da interpretare così non solo come una critica del comunismo, quanto come una conferma indiretta dei principi fondamentali del liberalismo costituzionale, l’unico sistema che ha dimostrato di poter mantenere le promesse di libertà e dignità umana che le utopie totalitarie hanno tragicamente tradito. Ancora oggi nuove forme di autoritarismo sfidano le democrazie liberali. E l’opera di Orwell mantiene la sua scottante attualità, ricordandoci che la vigilanza in democrazia rimane il prezzo della libertà e che i principi liberali di controllo del potere, pluralismo e rispetto per i diritti restano le migliori difese contro la trasformazione dei sogni di giustizia in incubi totalitari.
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