Viviamo una fase particolarmente delicata per quanto riguarda la politica scolastica, soprattutto perché, da parte dei decisori politici, viene veicolato un messaggio di assoluta ambiguità. Con la pubblicazione delle nuove “Indicazioni Nazionali”, non solo quelle recentissime dedicate ai Licei, ma anche quelle precedenti, riferite alla scuola Primaria e Secondaria di primo grado, si ha l’impressione che, finalmente, la discussione sulle discipline sia tornata centrale nel discorso pubblico dedicato all’istruzione. Prescindiamo adesso da giudizi di merito; è un fatto che anche sulle pagine dei quotidiani siano stati pubblicati interventi a favore o contro lo studio (o l’eventuale eliminazione) di determinati testi, o sulla necessità che l’analisi di alcuni autori, decisivi per la storia del pensiero e della cultura, sia ancora garantita. Non solo, ma alcune personalità di indubbio prestigio nei loro rispettivi campi disciplinari hanno partecipato al lavoro delle sottocommissioni, la cui responsabilità era appunto quella di individuare contenuti indispensabili, nonché motivarli dal punto di vista formativo e metodologico.
L’impressione è però che tale dibattito sia in buona parte tendenzioso, e contribuisca a mascherare l’autentica direzione verso cui, anche attraverso le nuove “Indicazioni nazionali”, si vuole orientare la scuola italiana; una direzione che è la stessa perseguita in questi ultimi tre decenni dalla politica di riforma della scuola, di tipo antidisciplinare e tecnocratico, e alla base di molti dei deficit cognitivi riscontrati in modo sempre più evidente nelle ultime generazioni di studenti.
Si tratta di un’osservazione quanto meno curiosa; perché si scontra con l’evidenza di indubbie autorità delle singole discipline che hanno offerto, in alcuni casi certamente con genuino entusiasmo, la loro collaborazione. Ma tale apparente evidenza, invece, rimarca a nostro parere una certa incapacità da parte del mondo della cultura, ma anche di eminenti studiosi, di comprendere qual è l’autentica posta in gioco oggi nella scuola italiana. Come denunciato dal filosofo dell’educazione anglo-olandese Gert Biesta, l’intenzione è quella di sostituire l’insegnamento con l’apprendimento, di ridurre la trasmissione dei contenuti di cultura a processi di metacognizione, per cui quegli stessi contenuti non possiedono valore in sé, ma per la capacità strumentale di tradursi in varie competenze le quali, una volta applicate, non mantengono più alcun legame col sapere che le ha veicolate. Un sapere che può, da questo punto di vista, tranquillamente essere dimenticato.
Non è il caso, in queste righe, di rendere ragione del fatto che tale conseguimento di “competenze” è un’illusione. Per ora ci limitiamo a sottolineare perché, a nostro parere, questo attuale dibattere sulle discipline sia una sorta di manovra distraente, per evitare invece di comprendere come mai prima d’ora il sapere disciplinare e i contenuti di cultura, nel corso della pratica didattica, rischiano di essere sviliti di tutto il loro valore formativo. Come abbiamo detto, le proposte di nuovi contenuti e metodi sono formulate da diverse sottocommissioni, ma il loro lavoro si inserisce all’interno di un progetto più generale. Non a caso, i documenti dei contenuti disciplinari, divisi per i diversi indirizzi liceali, costituiscono solo gli Allegati delle “Indicazioni Nazionali”, successivi a una ben più significativa Premessa. E in tale Premessa l’ambiguità cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo contributo emerge in tutta evidenza. Vi compare infatti un’impostazione retorica che aveva caratterizzato già significativi documenti ministeriali degli scorsi anni, licenziati da passati esecutivi. Una parte rilevante di tale Premessa contiene certo affermazioni impegnative, riguardo al valore dei contenuti disciplinari, allo studio serio come sforzo individuale, al docente quale studioso e ricercatore delle rispettive materie d’insegnamento. Ma, successivamente, tutte queste belle intenzioni vengono piegate alle classiche esigenze pedagogistiche, giustificate come indispensabili nella attuale “società della conoscenza”: dalla valorizzazione delle soft skills, alla modifica degli ambienti di apprendimento, alla finalità prioritaria dell’acquisizione di competenze, tra cui svettano, immancabilmente, l’«imparare a imparare» e la «imprenditorialità».
Ancora una volta, ed è un’impostazione ormai che si ripete da diversi decenni, le discipline vengono relegate a “apparato servente”, come suggeriva un lontano documento ministeriale, di una pratica che mira all’acquisizione di competenze. È un fatto che, nell’elaborazione delle Indicazioni, gli insegnanti non siano stati, di fatto, coinvolti. Fino a quando non avranno un effettivo protagonismo nella politica scolastica, l’involuzione culturale in atto è destinata a proseguire.
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