Gerardo Nicolosi (1965) è professore ordinario di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena. Insegna Storia contemporanea e Storia dei movimenti e dei partiti politici.

Recensione di Piero Ignazi (a cura di), Marco Pannella. La passione della politica, Viella, Roma 2026.

 

In occasione del decennale della scomparsa di Marco Pannella, Francesco Merlo, in un bell’articolo molto ossequioso apparso su “Repubblica”, ha scritto di una vera e propria ondata di “necro-romanticismo nazionale”: ora tutti pronti a piangerlo, moltissimi a detestarlo quando era ancora in vita. Merlo aveva visto giusto, sbagliava però quando lamentava il fatto che Pannella non era stato ancora oggetto di attenzioni di livello universitario: alcuni studi di natura scientifica esistono e tra questi va ora menzionato il volume M. Pannella. La passione della politica (Viella, Roma 2026), curato da Piero Ignazi, che si avvale del contributo di storici, politologi, sociologi, costituzionalisti.

Tra gli interventi “di quadro”, oltre a una puntuale ricostruzione di Simona Colarizi, risulta molto utile quello del curatore del volume, che nei quattro momenti in cui distingue la parabola politica di Pannella, cioè il periodo universitario, la stagione dei diritti civili, il protagonismo parlamentare e poi il periodo dell’impegno contro la fame nel mondo e per l’affermazione del diritto sul piano globale, individua alcune costanti, tra le quali «il disinteresse per la gestione ordinaria della quotidianità politica», scrive Ignazi, una continua tensione verso il disordine organizzato. Un rifiuto del fatto scontato portato sino alle estreme conseguenze, come nel caso della difesa del “Parlamento degli inquisiti” dopo Tangentopoli da parte di chi aveva fatto dell’anti-partitocrazia il suo cavallo di battaglia. C’è una bella e molto sentita pagina di Lorenzo Strick Leavers sulla scelta di Pannella di non cavalcare la tigre del montante discredito nei confronti dei partiti tradizionali che aveva combattuto per anni, ciò che in realtà a guardar bene non è poi tanto sorprendente: c’era in questo atteggiamento di Pannella la difesa dell’istituzione, delle prerogative parlamentari e poi c’era anche il grande garantista, al quale di certo non sfuggiva che con Tangentopoli si stava realizzando un vero stravolgimento delle garanzie di giustizia in Italia.

Così come d’altronde in vari contributi viene ricordata la decisione del Partito Radicale di cambiare il terreno di azione dopo il successo del 1979, quando con 18 deputati, 2 senatori e 3 europarlamentari era diventato il primo tra i partiti laici minori. La decisione di spostare il focus sulla questione della fame del mondo e poi di sciogliere il partito per la creazione di un soggetto trans-nazionale era un’altra dimostrazione del rifiuto di ogni rendita di posizione. Ridefinire il tutto ma, attenzione, con un punto fermo: la centralità del leader, l’imprescindibilità dalla sua persona, anche questo un aspetto che emerge in più punti nel volume.

Altro grande tema è quello del legame di Pannella con la tradizione del liberalismo italiano: soprattutto Panebianco, Quagliariello e Griffo mettono bene in luce questo tentativo di rilancio di una strategia liberale, che avviene in stile certamente non convenzionale. Pannella ha sicuramente un dna di liberale in purezza: lo si ricorda come giovanissimo lettore di «Risorgimento liberale», il giornale di Pannunzio, e poi come militante nella Gli, l’organizzazione giovanile del PLI, dove ha un importante apprendistato di politique politicienne. Vien subito da pensare alla complessità dell’operazione di traghettare Croce ed Einaudi, ma anche Salvemini e Rossi, in direzione di giovani per i quali quei nomi significavano ben poco, per non dire nulla o, nella migliore della ipotesi, erano l’emblema di una Italia di parrucconi incipriati. Il primo Partito Radicale di Pannunzio e Carandini al quale Pannella aveva aderito, opportunamente citato nel contributo di Panebianco, era un partito “in doppio petto”, sociologicamente e direi anche antropologicamente lontano anni luce dall’ “underground a pugno chiuso” di Andrea Valcarenghi.

Grazie al ricorso ad un nuovo registro e ad un nuovo lessico, sul quale si batte molto in questo volume, Pannella declina il suo liberalismo in chiave diversa,  ma in fondo rimanendo coerente su un punto e cioè la convinzione del valore assoluto della libertà, cioè la libertà prima di tutto. A me sembra che anche in questo libro ci sia una nuova conferma di quanto, pur nella diversità dei tempi, dei luoghi, dello strumentario cui si faceva ricorso, anche il Partito Radicale di Pannella si inserisse nella tradizione del liberalismo italiano, certo, profondamente rinnovandola. Se si pensa alla centralità del diritto, al rispetto delle regole – quello che faceva dire a Pannella che bisognava avere «non il culto dello Stato, ma il senso dello Stato» – è facile cogliere questa ascendenza. È proprio il rispetto delle regole a segnare la distanza tra il PR e i movimenti e i partitini della nuova sinistra, con i quali pure Pannella entra in rapporto, ma sempre puntando a svolgere nei loro confronti una funzione di avanguardia liberale.

Stesso dicasi per la lotta alla partitocrazia, altro tema che appartiene tutto alla tradizione liberale italiana, da Panfilo Gentile a Giuseppe Maranini, e che non voleva dire eliminazione dei partiti come strumenti di azione politica, così come l’inclinazione verso la democrazia diretta – tipicamente radicale – non significava screditare il Parlamento. Il problema erano le derive del parlamentarismo e dei partiti e soprattutto l’idea che i partiti venissero prima dello Stato o che si identificassero con lo Stato, ciò che nascondeva una natura intimamente totalitaria. Così come mi sembra che possano considerarsi come espressione di quella cultura politica anche il credere nella potenza del dibattito, del confronto dialettico, certo anche sino alla prolissità estenuante, e poi l’importanza del momento informativo, altra idea tipicamente einaudiana e salveminiana, di cui Radio Radicale, altra creatura pannelliana, è testimonianza vivente e di cui forse in questo volume si sarebbe dovuto trattare.

Il libro tocca vari altri aspetti della battaglia politica di Pannella: l’europeismo, di cui scrive Lucia Bonfreschi, l’impegno per i diritti civili, la battaglia referendaria per il divorzio, la non violenza, la rottura rappresentata dal PR rispetto alle forme di organizzazione partitica tradizionale e alle modalità di comunicazione politica, dove il corpo umano assume importanza centrale, cui dedica un bel contributo Edoardo Novelli. Davvero difficile non ricordare la potenza comunicativa del corpo di Pannella smagrito e provato dagli scioperi della fame, del corpo muto e imbavagliato davanti alle telecamere della RAI in protesta contro il silenzio referendario, del corpo “sandwich” trasformato in mezzo di comunicazione ambulante o del corpo nudo, come quando nel 1995 al Teatro Flaiano di Roma 8 radicali si presentarono nudi per protestare ancora una volta contro la disinformazione referendaria: «nudi perché nuda è la verità» fu lo slogan lanciato da Pannella.

In diversi passaggi del volume si tocca il tema della percezione di un paese che cambia e di un conseguente nuovo modo di fare politica, che sono parte sostanziale della vicenda di Marco Pannella. Quando si scrive che i Radicali riuscivano a vedere aspetti e mutamenti della società italiana che gli altri partiti non vedevano, o non volevano vedere, si dice qualcosa di vero: il PR era un piccolo partito dalle grandi antenne, che è riuscito in determinati momenti ad entrare in sintonia con una società civile molto più avanti della sua classe politica, spesso incatenata a vincoli ideologici o legata a logiche autoreferenziali, una di queste era e forse è ancora l’antifascismo – e di qui il famoso calembour pannelliano del  “fascismo degli antifascisti”.

Il volume è ricchissimo di suggestioni e riesce a sfuggire ai toni dell’apologia. Ignazi, Panebianco scrivono anche di deriva carismatica del partito e di “declino” della proposta politica di Pannella, quando alcune sue battaglie non hanno più la stessa presa, anche se ciò non significa che quelle battaglie non fossero sacrosante, come quella per denunciare l’indegna situazione delle carceri italiane, che è stata forse l’ultima barricata dietro la quale ha lottato Marco Pannella.

Chi scrive ha avuto modo di parlare con Pannella una sola volta, in occasione di un convegno organizzato alla Sapienza su Radio Radicale e il suo archivio, che è di valore immenso per tutti gli storici della politica. Ricordo che quando una affermata docente di archivistica parlò dello scarto, Pannella si avvicinò a me, che avevo già svolto il mio intervento, e mi disse all’orecchio: “qui si vuole nascondere la verità e uccidere la democrazia!”, del tutto indifferente al fatto che lo scarto è una operazione di selezione qualificante delle fonti senza la quale non è possibile organizzare un buon archivio. Ecco, ho sempre ritenuto questa sua esternazione come altamente indicativa della reale cifra politica di Pannella, riassumibile in una idea “esagerata” di democrazia, noncurante del fatto che invece anche la democrazia necessita di un’azione quotidiana di qualificazione e selezione dei processi attraverso i quali ci si rapporta alle istituzioni. Una noncuranza che è stata una caratteristica e forse anche un limite dell’attività politica di Pannella e si pensi solo all’abuso dello strumento referendario.

Ciò non significa che Marco Pannella non abbia lasciato sul campo una cultura politica di livello, facendo anche sì che il “piccolo” Partito Radicale fungesse negli anni da laboratorio di classe politica, anzi direi anche di classe dirigente, che si è mossa con destrezza nelle istituzioni, nelle imprese, nelle università, nel giornalismo. Il libro in questione è uno strumento molto utile per capire come tutto ciò sia stato possibile.

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