Flavio Felice (1969) è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università degli Studi del Molise; Research Ordinary Professor alla Catholic University of America, Washington DC.

Recensione di Giovanni Orsina, Controrivoluzione. La storia politica del nostro tempo, Marsilio, 2026, pp. 246.

 

Secondo Giovanni Orsina, autore del bel volume Controrivoluzione. La storia politica del nostro tempo, la storia politica e culturale dell’Occidente contemporaneo conosce una svolta decisiva negli anni Sessanta con l’affermarsi di quella che definisce una «rivoluzione dal volto umano». Si tratta di una trasformazione profonda che non punta più soltanto a modificare istituzioni e rapporti di potere, ma soprattutto a liberare l’individuo dai vincoli della tradizione, delle appartenenze collettive e delle autorità percepite come oppressive.

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, tuttavia, la spinta rivoluzionaria perde progressivamente il proprio carattere politico. Le aspirazioni al cambiamento non vengono meno, ma si spostano verso altri ambiti, in particolare l’etica, il diritto e l’economia. L’emancipazione non è più affidata alla mobilitazione collettiva o alla lotta politica, bensì alla trasformazione dei comportamenti individuali, all’espansione dei diritti e all’accesso alle opportunità offerte dal mercato. In questa prospettiva, l’etica promuove tolleranza e inclusione, il diritto tutela e amplia le libertà personali, mentre l’economia di mercato diviene il principale strumento di autorealizzazione.

Parallelamente si assiste a una crescente centralità della magistratura. In Italia, già dagli anni Sessanta, prende forma l’idea che i giudici possano svolgere un ruolo decisivo nell’attuazione dei principi costituzionali, compensando le difficoltà dei partiti nel tradurli concretamente in pratica. La giurisdizione tende così a trasformarsi in uno dei principali luoghi di definizione e applicazione dei valori collettivi.

Dalla crisi del Novecento politico nasce quello che Orsina definisce «ordine storico radicale», un assetto che raggiunge la propria piena maturazione dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo del comunismo. Al centro di questo nuovo ordine vi è l’individuo, concepito come soggetto autonomo e titolare di diritti sempre più estesi. Le sue fondamenta poggiano su tre dimensioni strettamente intrecciate: una morale universalistica, il diritto e il mercato.

Contrariamente alle interpretazioni che attribuiscono al neoliberismo, qualsiasi cosa esso voglia sigificare, una natura prevalentemente economica, Orsina sostiene che nessuna di queste tre sfere prevalga realmente sulle altre. Esse si sviluppano in modo autonomo ma convergente, contribuendo insieme alla costruzione di una società fondata sull’autonomia individuale, sull’estensione dei diritti e sulla fiducia nelle capacità regolatrici del mercato.

Le trasformazioni culturali successive agli anni Sessanta rispondono, secondo l’autore, a tre esigenze fondamentali: soddisfare la domanda di emancipazione individuale, assorbire le spinte utopiche nate con la contestazione e garantire il governo di una società sempre più individualizzata e depoliticizzata. Da qui derivano la diffusione di una morale egualitaria e universalista, il continuo ampliamento dei diritti civili e sociali e la crescente fiducia nei meccanismi economici. Questi tre elementi, pur condividendo lo stesso orizzonte valoriale, non risultano però sempre perfettamente armonici e possono entrare in tensione tra loro.

Gli anni Novanta rappresentano il momento di massimo successo dell’ordine radicale. La fine dell’alternativa comunista accelera processi già avviati e consente all’Occidente di sviluppare pienamente la propria vocazione individualista. Si diffonde una forte fiducia nel progresso, nelle istituzioni internazionali e nella possibilità di governare la globalizzazione attraverso strumenti giuridici, economici e culturali.

In questo contesto prende forma quella che Orsina definisce la cultura dell’«et-et», contrapposta alla logica dell’«aut-aut» tipica della modernità precedente. Si afferma infatti la convinzione che non sia più necessario scegliere tra opzioni considerate incompatibili: sviluppo economico e tutela dell’ambiente, identità locali e apertura globale, libertà individuale e solidarietà sociale sembrano poter convivere senza conflitti. La politica stessa viene progressivamente subordinata a sistemi ritenuti più efficienti e razionali, come il mercato, il diritto, la scienza e la tecnologia.

Le leadership politiche degli anni Novanta riflettono pienamente questo clima culturale. Figure come Tony Blair, Bill Clinton, Jacques Chirac e Silvio Berlusconi presentano il futuro come uno spazio nel quale le tradizionali contrapposizioni possono essere superate. Analogamente, numerosi intellettuali e commentatori descrivono la globalizzazione come una straordinaria opportunità di progresso. Alla base di questa visione vi è la convinzione progressista, sebbene diversamente orientata, che la storia proceda verso un costante miglioramento e che il futuro sia destinato a risolvere le tensioni del presente.

Nel XXI secolo, tuttavia, questo paradigma entra progressivamente in crisi. L’ordine radicale perde infatti le basi che ne avevano sostenuto la legittimazione. Se il liberalismo aveva tradizionalmente trovato forza nel rapporto con il passato, nelle esigenze del presente e nella fiducia nel futuro, la rivoluzione culturale degli anni Sessanta ha indebolito il legame con la tradizione, mentre la fine della Guerra Fredda ha profondamente modificato il contesto storico. A sorreggere l’ordine radicale rimane così soprattutto la fiducia nel progresso.

Quando anche questa convinzione comincia a vacillare, emergono le fragilità del sistema. Sempre più orientato verso una concezione moralistica e pedagogica della politica e sempre più concentrato sull’emancipazione individuale, l’ordine radicale tende a perdere contatto con le esigenze concrete delle persone. Inoltre, l’estensione continua del consenso richiesto attorno a determinati valori rischia di restringere gli spazi del pluralismo, trasformando il liberalismo progressista (radicalismo) in una nuova forma di ortodossia culturale.

Da questa crisi prende forma quella che Orsina interpreta come una controrivoluzione populista. I movimenti populisti contestano l’ordine radicale ma, al tempo stesso, ne riflettono alcuni tratti fondamentali. Entrambi tendono infatti a trasferire il conflitto politico sul terreno morale: l’ordine radicale, in nome dell’universalismo dei diritti, e il populismo, contrapponendo il «popolo autentico» alle élite considerate corrotte e distanti.

Con il declino dell’ordine radicale ritorna così la politica, ma in una forma più conflittuale e polarizzata. Al centro della nuova frattura emerge l’opposizione tra astratto e concreto. Da un lato vi è l’individuo universale dell’ordine radicale, svincolato da appartenenze storiche, territoriali e culturali; dall’altro, il populismo rivendica il valore delle comunità, delle identità e delle esperienze vissute.

Si sviluppa così una contrapposizione che attraversa gran parte delle società occidentali: da una parte le élite urbane, istruite e cosmopolite, dall’altra gruppi sociali più radicati nei territori e meno coinvolti nei processi della globalizzazione. È il conflitto tra le astrazioni elaborate dalle élite e la concretezza dell’esperienza quotidiana, tra ciò che Orsina, richiamando Stefano D’Arrigo, sintetizza nelle immagini del «sentitodire» e del «vistocogliocchi».

I movimenti populisti propongono una maggiore partecipazione diretta dei cittadini, un controllo più stretto sulle istituzioni e modelli economici orientati ai bisogni concreti delle persone. Tuttavia, osserva Orsina, anche il populismo incontra difficoltà nel dare una forma politica stabile alla propria domanda di concretezza, soprattutto quando si affida a concetti altrettanto astratti, come quello di «popolo». Per questo motivo le versioni nazionali e identitarie del populismo appaiono oggi più solide e durature rispetto a quelle di matrice progressista e, per questo motivo, non meno preoccupanti.

Di fronte alla crisi dell’ordine radicale emergono quindi due possibili vie controrivoluzionarie: una che conserva il metodo rivoluzionario invertendone i contenuti, ossia la «rivoluzione al contrario», e un’altra che rifiuta la logica rivoluzionaria stessa, il «contrario della rivoluzione». Orsina guarda con cautela a entrambe le prospettive e critica anche le correnti accelerazioniste, che continuano ad affidare al futuro la soluzione delle contraddizioni del presente.

La conclusione dell’autore è improntata a un realismo moderato e, dal punto di vista di chi scrive, richiama alcuni elementi centrali del liberalismo classico che la rivoluzione dell’ordine storico radicale aveva progressivamente accantonato. La libertà non può nascere né dalla rivoluzione permanente né dal semplice ritorno a un passato idealizzato. Essa richiede equilibrio, compromesso, senso del limite e consapevolezza della complessità della natura umana. Più che nuovi progetti salvifici, occorrono pratiche quotidiane di correzione e riequilibrio, capaci di ricostruire il legame tra individui, comunità e istituzioni. L’antidoto agli eccessi del presente, si pensi agli eccessi del politicamente corretto e del wokismo, non consiste dunque in una nuova utopia, ma in un paziente esercizio di realismo politico e antropologico, fondato sul riconoscimento dei limiti dell’azione umana e della pluralità delle esperienze storiche e sociali.

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