L'autore è un docente della scuola pubblica italiana, che preferisce scrivere sotto pseudonimo.
Di recente, e a cicliche riprese – come avviene in ogni società che non sappia più pensare a partire da un’analisi lucida del reale, ma si agiti emotivamente al fluire dell’attualità, ovvero dell’effimera schiuma della vita collettiva – si è tornati a parlare dell’importanza della scrittura a mano, perlopiù in (falsa) opposizione all’uso della tastiera nell’attività didattica; e poi della scrittura corsiva, che favorirebbe la fusione sillabica più di quanto faccia lo stampato.
Io voglio fare di più. Voglio spendere due parole a favore della calligrafia, ovvero dell’arte di tracciare la scrittura in modo armonioso ed elegante, onorando l’uniformità nella varietà dei segni grafici. La scuola dovrebbe occuparsene più di quanto faccia. Non sono affatto mosso dalla nostalgia verso un tipo di scuola ormai trascorsa, come molti detrattori del Gessetto (sito gestito da insegnanti e dirigenti scolastici, che ha un certo seguito) ribadiscono senza trovare altri argomenti; mi muove la persuasione che la bellezza continui ad avere un potere che non svanisce col trascorrere del tempo; la convinzione che la bellezza formale, anche quella esteriore della scrittura, sia parte dell’espressione umana e conferisca un valore condiviso a ciò che diversamente rimane soggettivo, intestino o addirittura criptico.
Se ancora non esistono studi che attestino i benefici diretti della pratica della calligrafia sul piano strettamente cognitivo, è possibile che siano in arrivo. Il punto però non deve essere questo. Esistono verità che non possono essere decretate per via scientifica, ma meritano tutta la nostra attenzione se non vogliamo ridurre l’umanità al vuoto simulacro del fare all’interno di un orizzonte funzionalistico, meccanico, sterile, freddo.
Ci sono molti modi di educare i bambini alla bellezza, a un certo tipo di sensibilità estetica, fin dalla più tenera età. Li si può portare ai musei, a visitare i centri storici più magnificenti; li si può circondare di oggetti dal design raffinato; li si può guidare nella visione di film d’autore, nell’ascolto della musica o nella semplice analisi delle immagini che ci bombardano. Poche tra queste attività hanno le potenzialità specifiche che la pratica quotidiana della calligrafia, guidata e corretta, ha sempre rivelato anche in civiltà diverse da quella occidentale.
Ammirare la bellezza fuori da sé è cosa ben diversa dal cercare di riprodurla attraverso il proprio gesto, segno dopo segno, rigo dopo rigo. L’osservazione, la copia, l’emulazione e il raffronto hanno rappresentato per secoli la propedeutica necessaria all’elaborazione di un proprio stile, un avviamento ad una estetica disciplinata, il tirocinio di ogni espressività individuale: che si tratti di espressività grafica oppure intellettuale cambia poco. Conta innanzitutto che l’autore sappia misurarsi con qualcosa che gli preesiste: con uno stile, con un ritmo, con un’armonia ch’egli sappia riconoscere e fare propria, anche in vista di una successiva rielaborazione.
Al di là dell’autoreferenzialità, dell’opacità e del solipsismo che caratterizza una porzione dell’arte contemporanea, non si può raggiungere alcuna espressività se non dopo avere acquisito una “grammatica” di base, un codice comune nel quale tutti si riconoscano e sulla base del quale tutti siano messi nella condizione di giudicare il particolare apporto individuale, la cifra di ciascuno. Non possono esserci né bellezza né armonia se non riconoscendo la pre-esistenza di forme (e formule) da interpretare rispettandone le regole. Così, se le lettere dell’alfabeto sono certamente tra le prime forme simboliche cui il bambino deve dare corpo attraverso la propria motricità fine, la loro attenta riproduzione da parte sua rappresenta una precoce occasione in cui egli assuma un ruolo creativo nel senso più alto, e cioè rivolto al bello: un bello che origina fuori da lui (la calligrafia presenta regolarità che non sono affatto il frutto della spontaneità dello scolaro) e finisce coll’appartenergli orgogliosamente, diventando parte del suo modo di esprimersi, di essere.
Per apprezzare l’idea della calligrafia non occorre muovere dalla palese dis-funzionalità comunicativa delle cosiddette “zampe di gallina”, cioè delle scritture illeggibili, incomprensibili, di molti scolari odierni. Certi scarabocchi – piaccia o no – rivelano una mancanza sostanziale di rispetto verso il lettore, giacché lo trattano alla stregua di uno spione che si impicci di questioni private; tuttavia preferisco sottolineare come la riconquista di una valenza estetica della scrittura rappresenti prima di tutto un bene per chi scrive: in questa lenta acquisizione pratica e spirituale possono infatti svilupparsi il senso d’autoefficacia, il piacere del vergare la pagina, l’interesse verso la bellezza della scrittura pure nei suoi aspetti contenutistici, e – perché no – anche la soddisfazione di esibire ad altri un’opera grafica che desti meraviglia ed ammirazione, risulti intelligibile e chiara, senza alcuna ricercatezza forzosa.
Un’ultima cosa. Oggi non sono pochi i rabbiosi detrattori delle pratiche di questo tipo, che essi definiscono vecchie, reazionarie, inutili, sottolineando come i bambini odierni manchino di importantissime esperienze locomotorie e di manualità globale e fine, assorbiti per molte ore al giorno dall’uso del cellulare. Essi perorano la causa di una scuola che si adegui alle decadute capacità dei bambini (che invece ne hanno moltissime, sebbene restino inespresse!), come se la decadenza non dipendesse anche da ciò che viene loro insegnato e richiesto.
La mia replica non può non essere secca: se la scuola si fosse sempre adeguata allo stato di fatto, accettando – anzi, assecondando! – i limiti dei bambini e delle bambine in nome delle condizioni date, non avrebbe mai svolto alcun ruolo di promozione sociale e culturale; non avrebbe sottratto all’analfabetismo, sovente avviandoli alla laurea, o persino ad illustri destini, milioni di bambini nati in ambienti poveri di stimoli culturali e materiali; e gli insegnanti non sarebbero stati che stupidi ratificatori dei destini più tristi.
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