Orazio Maria Gnerre (1993) è laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ed in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Politiche ("Legalità, Culture Politiche e Democrazia") presso l’Università degli Studi di Perugia. Autore di vari libri e saggi scientifici, tra i quali Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco (Mimesis, Milano/Udine 2018), tradotto e pubblicato anche in lingua portoghese; Dialogo sul conflitto (Editoriale Scientifica, Napoli 2019) scritto insieme a Gianfranco La Grassa; Materiali. Reinterpretare la Rivoluzione conservatrice (Editoriale Scientifica, Napoli 2021); Nihil medium. Carl Schmitt tra passato e futuro (Morlacchi, Perugia 2024); Conflitto e strategia. Il realismo critico di Gianfranco La Grassa (Editoriale Scientifica, Napoli 2025), scritto insieme a Piotr Zygulski.

Recensione a Andrea Guidi (a cura di), Culture, guerra, strategie e contesti da Machiavelli al Novecento, Vecchiarelli, Manziana 2021.

 Il libro curato da Andrea Guidi raccoglie saggi di vari autori, incluso Guidi stesso, tra i quali Jean-Louis Fournel, Jean-Claude Zancarini, Jean-Jacques Marchand, Gabriele Pedullà, Sandro Landi, Arnaldo Testi e Stefano Saracino. Come ben si evince anche dal titolo dello stesso volume, l’intenzione è quella di trasportare in un certo qual modo l’“esperienza” machiavelliana, e nella fattispecie le sue elucubrazioni politiche e militari, nella recente contemporaneità. Il salto temporale è qui doppio, poiché si corre (come da titolo) dal periodo a cavallo tra il XV ed il XVI secolo al Secolo breve, e da quello – chiaramente – alla nostra epoca. Quest’ultima, pur non essendo esaminata nello specifico, è chiaramente l’erede di questioni e fenomeni di lunga durata che proprio dal Novecento si proiettano su di noi. Il fatto è abbastanza evidente già a partire dall’introduzione dello stesso Guidi, avente a che fare con «il popolo, la moltitudine e i cosiddetti “populismi”». Il popolo è questione che lega l’insegnamento e l’opera di Machiavelli e suoi contemporanei al periodo della modernità politica del XIX secolo (tema che ricorrerà, poi, nel contributo di Arnaldo Testi), ma che balza finalmente alla politica di massa, alla fase critica del conflitto politico, e sullo scenario della politica mondiale proprio col Novecento: rivoluzioni, crisi del capitalismo, istituzioni alternative, scontro ideologico sono tutti elementi che compongono il quadro, al contempo sanguinoso ed eroico, del secolo trascorso. Epperò, è il tema del populismo che, applicando un suffisso al termine “popolo”, entità riscoperta nell’Ottocento e riattivata nel Novecento, si dimostra cinghia di trasmissione tra il Novecento e il nostro secolo. Se uno dei temi del libro (che peraltro ci trova piuttosto concordi) ricalca l’incoerenza dei significati di uso pubblico e mediatico del concetto di “populismo” con quello originario, indagando la semantica della politica, ciò significa in effetti che le intenzioni sono chiaramente quelle di apprendere qualcosa, da Machiavelli come dal Novecento.

La lettura di questo tipo, tendenzialmente contemporaneistica, o meglio rivolta alla contemporaneità, è data anche dal richiamo alle “moltitudini”, chiaro concetto di ascendenza negriana-hardtiana che ha segnato il periodo della riflessione critica soprattutto del primo decennio del nostro secolo. La questione populistica, per essere chiari, è la stessa su cui diversi spazi del pensiero critico (e della prassi politica che ne deriva) si è aperta successivamente. Le tradizioni del populismo e del “moltitudinarismo”, seppur distanti, appartengono allo stesso ambito della riflessione e, come notato in un certo qual modo nel testo, al medesimo spazio del ragionamento politico. L’intenzione di farle dialogare, oltre ad essere cosa rilevante, è anche questione di vivo interesse. Potremmo dire, continuando a circoscrivere l’ambito in cui, in fondo, anche questo testo si inserisce, che queste due sedimentazioni del discorso politico critico, una del primo e la seconda del secondo decennio del Duemila, sono messe in dialogo proprio dalle origini, dalle radici di questo tipo di riflessione nello spazio italiano. Molto è stato scritto sul ruolo di Machiavelli nell’apertura di una strada verso il cuore del problema politico inteso non nella sua staticità ma nel suo nucleo caldo dell’attrito e della violenza. Il testo a cura di Guidi prosegue su questa strada, aperta, spianata ma non conclusa, e su cui riteniamo ci sia ancora molto da dire. La conflittualità, protoplasma del politico, è un lietmotiv, certo, ma uno di quelli che convince, e ciò perché propone parametri interpretativi, evidentemente, estremamente attuali. Se il conflittualismo, però, risulta così attuale (specialmente in un’epoca critica così accelerata come la nostra), questo significa che anche la genealogia del conflitto è qualcosa di utile per la comprensione di tanti aspetti che dischiudono il pensiero ai temi più interni dello studio della politica.

Ciò, chiaramente, non è un “esoterismo” della politica, malgrado questo atteggiamento studi tra le varie cose anche gli arcana imperii. Segretezza, menzogna, dissimulazione sono tanti aspetti che, sin da Sun Tzu, appartengono ad un certo tipo di produzione tematica. Machiavelli non ne è escluso, ma il paradosso di questo tipo di approccio si pone relativamente all’elemento della divulgazione che fa il paio con la scrittura. Questi elementi, infatti, riconducono il Segretario fiorentino, e gli studi conflittualisti sul suo conto, all’ambito della guerra, a quella dimensione in cui, per dirla con Clausewitz, le categorie belliche e politiche si confondono, o meglio si polarizzano sullo stesso asse a seconda dell’intensità. La scoperta dell’ontologia comune a politica e guerra è stato uno di quei temi che, grazie proprio al popolo divenuto attore della storia, si è fatta in quel periodo clou a cavallo tra i secoli XIX e XX che costituisce, a tutti gli effetti, uno dei richiami principali del libro. La seconda scoperta che ci è stata donata in decenni di studio della questione è, però, quella per cui la prima scoperta è, in un certo qual modo, sempre una riscoperta. Machiavelli è stato, quindi, una di quelle personalità che ha trovato nuova luce sotto l’ottica dello studio della polemicità della politica. La sua riattivazione ciclica, di cui questo volume è un esempio tra moltissimi, è relativa a questo fenomeno.

Abbiamo quindi già citato uno dei nessi concettuali del testo, quello tra “culture” e storia, laddove le culture in questione sono quelle politiche che si manifestano in determinate fasi critiche della storia tutto sommato sovrapponibili per analogia (abbiamo parlato del salto secolare tra XV e XVI secolo che ripropone alcune sue forme in quello tra XIX e XX). In una serie di rimandi, grazie al contributo di Gabriele Pedullà, vediamo anche come questo tipo di approccio sia stato anche quello dello stesso Segretario fiorentino, che si è riferito ad eventi storici incastonati nel passato più antico per interfacciarsi con il presente drammatico e conflittuale. Il suddetto contributo estende ancora di più la catena di riferimenti storici analogici, portandoci al confronto, attraverso Machiavelli, addirittura con Ciro e Alessandro Magno. Il contributo di Testi, invece, come detto, opera un balzo in avanti fino all’idea di popolo e al populismo del XIX secolo in America, questione che ovviamente rimanda a chiari riferimenti al presente politico-elettoralistico (il libro, peraltro, è stato pubblicato prima del secondo mandato di Trump, quindi il capitolo in questione riflette una serie di questioni). Questi rimandi e riferimenti alle varie culture politiche sono, a loro volta, assimilabili ai “contesti” a cui ci si riferisce nel titolo. Ma i contesti sono, parimenti, anche gli scenari su cui si combattono le battaglie: il libro presenta in copertina proprio una battaglia tra lancieri, così da ricordarci questo tipo di immagine. “Guerra” e “strategie” sono gli altri riferimenti presenti nel titolo, e qui veniamo al secondo nesso concettuale. Il rapporto tra culture politiche e storia, in effetti, si esprime nella guerra, e lo stesso machiavelli è, notoriamente, stato un teorico dell’arte militare. Dal momento del conflitto politico a quello del conflitto armato vi è un solo ipotetico passo virtuale, e il libro lo compie mettendo in rapporto la questione della conflittualità politica, generata dalla soggettivizzazione di alcune unità umane (torniamo a “popolo”, “populismo”, “moltitudine” che sono anche i temi del contributo di Sandro Landi), con quella della conflittualità organizzata e predisposta all’applicazione della violenza. In questo ambito si inseriscono i contributi dello stesso Guidi e della compagine francese che partecipa all’opera, e che si è notoriamente già distinta proprio in questo tipo di studi machiavelliani.

Il volume si completa con altri due contributi, uno dello stesso Guidi, l’altro di Saracino, su temi di contorno: la vendita delle carte di Machiavelli e i lasciti familiari, e la questione relativa a Barbara, la leggendaria amante del Segretario fiorentino. Questi due testi sono di indubbio interesse storico, e malgrado siano eccentrici rispetto al tema del lavoro generale, risultano essere particolarmente significativi.

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