Orazio Maria Gnerre (1993) è laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ed in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Politiche ("Legalità, Culture Politiche e Democrazia") presso l’Università degli Studi di Perugia. Autore di vari libri e saggi scientifici, tra i quali Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco (Mimesis, Milano/Udine 2018), tradotto e pubblicato anche in lingua portoghese; Dialogo sul conflitto (Editoriale Scientifica, Napoli 2019) scritto insieme a Gianfranco La Grassa; Materiali. Reinterpretare la Rivoluzione conservatrice (Editoriale Scientifica, Napoli 2021); Nihil medium. Carl Schmitt tra passato e futuro (Morlacchi, Perugia 2024); Conflitto e strategia. Il realismo critico di Gianfranco La Grassa (Editoriale Scientifica, Napoli 2025), scritto insieme a Piotr Zygulski.
Recensione a Gino Agnese, Marinetti/Majakovskij. 1925. I segreti di un incontro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019, pp. 110.
Quest’anno è venuto a mancare Gino Agnese, importante studioso della comunicazione e dell’arte contemporanea, nonché biografo di Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni. La profonda conoscenza di Agnese del futurismo sia italiano che inteso come fenomeno internazionale è tutta riflessa all’interno di questo suo libro, che documenta con dovizia di particolari l’incontro avvenuto tra i due massimi esponenti di questa corrente artistica, in Italia e in Russia. L’evento, come raccontato dalla penna di Agnese, avvenne in concomitanza dell’Esposizione generale parigina del 1925, promosso dalla storica amica di Majakovskij, Elsa Triolet.
Il racconto dell’incontro si dipana in avanti e indietro nel tempo, seguendo i complessi percorsi umani, culturali e artistici di queste due personalità che hanno profondamente segnato la cultura novecentesca. Fanno da sfondo tutta una serie di personalità coinvolte profondamente nell’antefatto e negli eventi successivi a questo avvenimento, che fu uno snodo solo apparentemente insignificante della storia culturale del XX secolo. Invece, come si evince dalla ricostruzione dell’Autore, questo rendez-vous tra i due artisti – che non fu il primo ma sicuramente quello più importante – assume un valore di non poco conto, tenendo conto delle grandi movimentazioni politiche e culturali all’interno delle avanguardie e delle società nazionali che le avevano prodotte e ospitate.
La scena fu, come detto, il grande evento dell’Esposizione universale parigina, che già di per sé rappresentò un punto di svolta nella concezione dell’arte nel nuovo secolo. La nascita dell’Art déco rifletteva infatti un’epoca in cui l’industrializzazione stava prendendo piede all’interno della società, e di conseguenza si ingenerò un dialogo tra gli artisti e i produttori su come unire questi due ambiti (appunto, arte e produzione) all’interno di un sinolo indissolubile. La cornice di questa conciliazione tra utile et dulce era costruita e promossa dagli Stati, motori o coadiutori di questa profonda trasformazione sociale. Non solo gli Stati però rappresentarono il nerbo costitutivo del rapporto arte-politica di quel periodo, ma anche i movimenti rivoluzionari ed eversivi, che a volte riuscivano a farsi Stato.
La politica, in tal senso, si trasmetteva dalle avanguardie artistiche ai movimenti e da questi agli apparati statali, riformando la cultura generale. In questo senso, il libro si concentra in modo abbastanza esplicito sulla funzione delle avanguardie per i fenomeni storico-politici del fascismo italiano e del sovietismo. La questione diviene, quindi, anche ideologica. È così che sono scandagliate le relazioni tra l’avanguardismo e i movimenti politici, tenendo ben presente come l’interazione tra questi due ambiti sia stata mutua e circolare.
Il libro racconta quindi tutta una serie di passaggi della storia politica che sono di grande importanza se si vuole comprendere il ruolo dell’arte nella politica della prima metà del XX secolo. Non si tratta unicamente del complesso rapporto tra il futurismo italiano e il fascismo di Mussolini, rapporto che viene descritto come altalenante sin dalle sue origini. Viene analizzato altresì il ruolo che il futurismo e le altre avanguardie analoghe rivestirono per l’Unione Sovietica, in rapporto ai diversi leader (Lenin, Trockij, Stalin…). Grande importanza viene data a Lunacharskij e alla sua interpretazione dell’arte, alla sua vicinanza sia al futurismo russo che alla figura ormai internazionale di Marinetti. Viene dipanato anche il complesso rapporto che si sviluppò tra Marinetti e il neonato Stato dei soviet, complicato dalle evidenti relazioni dell’artista italiano col fascismo.
Epperò nel libro si tratta anche del riconoscimento diplomatico dell’URSS da parte dell’Italia fascista, e del fatto che lo stesso Marinetti, pur critico di alcuni elementi teoretici del comunismo, valutasse favorevolmente la Rivoluzione d’Ottobre: «Non accettiamo lezioni né vogliamo darne». Un passaggio importante riguarda quindi lo scambio argomentativo tra Lunacharskij e Gramsci su Marinetti e futurismo italiano. Importanti anche le questioni prese in esame da Agnese sulla considerazione del sovietismo nel cosiddetto “fascismo di sinistra”, così come pure l’esistenza di un nucleo futurista italiano pur legato a Marinetti e posizionato all’estrema sinistra, con interessi nel sindacalismo rivoluzionario e nella teoria comunista.
Il testo di Agnese è molto utile per chi volesse comprendere la strutturazione di una certa cultura modernista che ha dato il via ai grandi rivolgimenti che hanno creato, ai primordi del Novecento, la cultura contemporanea. Si recepisce in filigrana il portato di un’epoca consapevolmente pan-politica, in cui il ruolo dell’impegno politico e della militanza permeavano finanche l’arte che, in un modo o nell’altro, non era mai percepita come fine a sé stessa, ma come elemento di un processo maggiore di riforma mondiale. Dove questa riforma portasse forse non era del tutto chiaro, o comunque era elemento di scambio dialettico, quando dialogico quando conflittuale. Gli sviluppi di certi conflitti argomentativi diverranno, in meno di due decenni, catastrofici.
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