Maria Teresa Pacilè è dottoressa di ricerca in Scienze politiche e contrattista di ricerca in Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Messina. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sul pensiero etico-politico di Hannah Arendt e Jacques Derrida e sull’analisi della teoria democratica deliberativa. È autrice di articoli scientifici e interventi a convegni di rilevanza nazionale e internazionale, nonché di due monografie: Un segreto al cuore della soggettività. Percorsi etico-politici in P. Ricoeur, E. Lévinas e J. Derrida (Roma 2021) e La politica e il male. Sulla fragilità della democrazia (Salerno 2023). È membro del comitato di redazione della collana “Progetto Polis”, presso Editoriale Scientifica, della collana “Cultura Politica” presso Edizioni Nuova Cultura.
Con A. Cannizzo e F.M. Di Sciullo ha di recente curato il volume Libertà minacciata. La democrazia occidentale tra consolidamento e nuove sfide (2025).

In un bel testo da poco edito, Carlo Galli interroga la “necessità della politica” da intendere non come sostanza o fondamento, ma come un’enigmatica “qualità dell’esistenza”, mai “pienamente disponibile alla libera determinazione dell’uomo” (Galli, La necessità della politica, 2026, p.8). Cangiante, sfuggente, resistente a ogni tentativo di piena concettualizzazione, la politica si realizza nell’indispensabile squilibrio dei poteri, divisi in forze contrapposte che oggi si offrono in nuove forme, da analizzare attentamente.

Proprio mentre si insinua nel sentire comune la rassegnazione che della politica, soprattutto democratica, occorra ormai sbarazzarsi in quanto totalmente sostituita da nuovi centri di potere economico, finanziario e tecnocratico, essa si riafferma in modo ineludibile: la politica ritorna con forza nello scenario internazionale come esperienza di aperta illibertà. È per questo che – come propone Galli – è necessario sostare “dentro” la sua necessità, da non considerare una condanna, ma un compito, “tanto non aggirabile nella sua forma universale, quanto non immutabile nelle sue forme determinate” (p.25). In particolar modo, occorre tornare ad interrogare la democrazia liberale, quel fragile compromesso tra principi tra loro diversi (democratico e liberale), oggi in fase di profondo mutamento.

La democrazia liberale, infatti, è stata la “forma politica che ha posto la necessità del potere al servizio della libertà di tutti” (Galli, p. 198), tentando di perseguire, pur in modo imperfetto, libertà, uguaglianza e giustizia. Per quanto a partire dal 1989 sia stata posta come “il risolto enigma della storia”, l’essenza della civiltà occidentale e l’eschaton, il punto di piena realizzazione del suo progresso, ha sin da subito mostrato delle fragilità: la sua instabilità – che è la sua debolezza e, al contempo, la sua forza – è legata all’esigenza di tenere insieme in un delicato equilibrio unità e pluralità, uguaglianza politica e differenza sociale; una serie di contraddizioni strutturali che non devono essere spoliticizzate, ma rese transitoriamente compatibili, come intuito già due secoli fa da Tocqueville.

In un contesto differente, segnato dalla Rivoluzione Francese e dai suoi violenti esiti nel terrore giacobino, il giovane giurista francese scrive taglienti pagine durante il periodo di studi in America, affascinato – e intimorito al tempo stesso – da quell’inedita “creatura” istituzionale rappresentata dal sistema federale degli Stati Uniti e dall’“irresistibile rivoluzione democratica” che in esso stava prendendo corpo. Nella prefazione alla seconda edizione di De la démocratie en Amérique (1840), “sotto l’impressione di una specie di terrore religioso” così argomenta: “Una grande rivoluzione democratica si sta infatti attuando tra noi: tutti la vedono, ma non tutti la giudicano nello stesso modo. Alcuni, infatti, considerandola una novità puramente accidentale, sperano di riuscire ancora a fermarla; mentre altri pensano che niente e nessuno possa più resisterle” e procede, poco dopo: “C’è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli?” (Tocqueville, La democrazia in America, vol. II, 1968, p.19).

Pur sorpreso dalla novità e dalla pervasività del fenomeno cui assiste, Tocqueville ne comprende immediatamente i rischi: “Dove ci stiamo dunque dirigendo?” – si domanda, incapace di darsi una risposta esaustiva. La democrazia, infatti, si afferma come una nuova forma politica prodotta da un nuovo tipo di società: non più il modello dell’Ancien Régime, ma un diverso spazio sociale costituito da individui che, attraverso il “provvidenziale” sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni, hanno sperimentato “più” libertà ma, senza i vincoli “gerarchici” della divisione in ceti, rischiano di non saper più costruire appartenenze significative. Dunque di “chiudersi” all’interno di una libertà solo privata, svuotata di ogni capacità di incidenza nello spazio pubblico. E questo accade ancora oggi.

Per comprendere alcune trasformazioni della democrazia, è necessario allora affinare lo sguardo: andare oltre l’analisi, pur essenziale, delle istituzioni per comprendere ciò che si cela aldilà di esse, nelle paure e nelle aspettative dei cittadini democratici. L’ormai obsoleta formula della “crisi” o del “tramonto” della democrazia rischia, infatti, di diventare un guscio vuoto se privata della profondità di uno sguardo a tutto tondo che permetta di cogliere una crisi dell’uomo democratico, che deve essere investigata. E su questo l’eredità di Tocqueville è ancora feconda: la brillante antropologia dell’homo democraticus offerta nelle pagine di De la démocratie en Amerique mette in luce le possibili degenerazioni che la società democratica può vivere – e che oggi stiamo attraversando in tutta la loro pervasività. Il lusso di un’esistenza solo privata ha reso i cittadini “estranei” gli uni agli altri, indifferenti alle questioni pubbliche e pronti a delegare ogni diritto a un’autorità superiore in cambio di ordine e sicurezza. Il conformismo di massa, la sottomissione al “dispotismo della maggioranza”, l’inclinazione all’assenza di pensiero critico conducono a quella “fuga dalla libertà” (Fromm 1942) che contraddistingue il cittadino democratico anche durante i regimi totalitari del Novecento, i cui “spettri” continuano a spirare nelle democrazie del secondo dopoguerra. Queste ultime, infatti, in una progressiva indistinzione tra spazi di libertà privata e arene pubbliche, possono ormai esser considerate il “regno” dell’homo consumens, saturo emotivamente e impegnato a “consumare” la democrazia come fosse un prodotto di mercato (Arendt, Vita activa, 1958).

Anche oggi la vulnerabilità del sistema liberaldemocratico emerge nell’intrinseco dinamismo tra principio liberale e principio democratico, nel potenziamento del primo a scapito del secondo – che conduce a forme di “liberalismo antidemocratico” – o nell’esasperazione del secondo, in un preteso abbattimento di ogni limite posto al potere del popolo – che degenera in nuove “democrazie illiberali” o “democrature”, volti “sfigurati” di una democrazia in crisi (cfr. Urbinati, Democrazia “sfigurata”. Il popolo fra opinione e verità, 2014). Nell’epoca del capitalismo neoliberale, il mercato – e non più la politica – costituisce il trascendentale della convivenza umana: per questo, contro ogni “confine” politico, la società deve essere il più possibile “aperta” alla competizione, e lo spazio pubblico lentamente eroso a favore del privato. Quella che, con un’espressione destinata a segnare il dibattito politologico attuale, Colin Crouch ha definito “post-democrazia” (2003) può esser dunque letta non solo come lo spostamento degli effettivi centri decisionali fuori dal dibattito democratico a favore di nuove lobby economiche e finanziarie, ma come l’esito di un processo di “de-democratizzazione” dall’interno delle istituzioni liberaldemocratiche, svuotate di sostanza ed energia.

Ciò che viene messo in discussione è il carattere liberale sia delle democrazie che dell’ordine internazionale, in nome di un potere senza più limiti. È per questo che occorre continuare ad interrogarsi – coltivando l’eredità di Tocqueville – sui presupposti sociali e antropologici che rendono possibile ciò cui stiamo assistendo. Privato di ogni corpo intermedio che lo possa adeguatamente rappresentare, il cittadino postdemocratico tende a polarizzarsi agli estremi dello spettro politico. All’apatia dello spettatore passivo e disilluso si accostano il risentimento e la frustrazione strumentalizzati dai nuovi populismi autoritari; alla “democrazia dello spettacolo” (Manin 1995) si sostituisce quella che potremmo definire una “postdemocrazia militarizzata” (Galli, p.232), in cui i conflitti diventano “iperpolitici” e il dissenso viene patologizzato.

Per comprendere le “nuove figure della postdemocrazia” (Galli, p.241) sarà necessario allora tornare ad interrogare i bisogni dell’homo democraticus, le sue ansie e le sue insicurezze, su cui fanno leva i nuovi dispotismi, come aveva già intravisto Tocqueville nelle pagine finali della sua opera, quando evidenziava le possibili involuzioni democratiche in governi centralizzati e “dolcemente” paternalistici. Il nuovo dispotismo di tipo amministrativo “è particolarmente temibile nelle epoche democratiche” poiché “sarebbe più esteso e più mite, e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli” (De Tocqueville, p.811).

Difficile non intravedere in queste pagine del classico tocquevilliano alcuni degli elementi caratterizzanti i nuovi “regimi ibridi”, sospesi tra democrazia e autoritarismo, radicati nell’“umano troppo umano” bisogno di sicurezza di individui indifesi rispetto a dinamiche socioeconomiche pervasive e incontrollabili, di fronte alle quali si sentono impotenti.

Bisognerà, dunque, comprendere se questa nuova inquietudine generalizzata sia solo ciò che rende “disponibili” all’avvento di nuovi leader autoritari e nuove democrazie illiberali, come temuto da Tocqueville, o se sia possibile far fiorire una nuova forma di “disponibilità”, in grado di accogliere l’esperienza di vulnerabilità condivisa di nuovi cittadini autenticamente e consapevolmente democratici (cfr. Serra, Se l’immanenza non basta, 2025). Perché, forse, la democrazia è stata a lungo sopravvalutata ma, riconoscendo la propria imperfettibilità, può ancora rimettersi in discussione grazie all’impegno di individui certamente inquieti, fragili, ma non senza risorse; mai del tutto disarmati, almeno del coraggio di provare a salvare ciò che ormai appare “insalvabile”. Anche quando tutto sembra esser perduto.

 

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