Georgia Schiavon, giornalista, è dottore di ricerca in Filosofia. Ha pubblicato la raccolta di poesie Scala erotica, il volume Felicità antica e infelicità moderna: l’epicureismo e Leopardi, lo studio Jorge Luis Borges. I paradossi di Zenone: dei precipizi ne "Il giardino dei sentieri che si biforcano", alcuni saggi sull’eterodossia nel Friuli del Rinascimento e diversi articoli su argomenti letterari e storici. Ha tenuto conferenze su Epicuro, Giulio Camillo Delminio, Giacomo Leopardi, Giuseppe Berto, Jorge Luis Borges e interviste sul disastro del Vajont, sul caso dei marò e sulla prima guerra mondiale.
La guerra: la prima tragedia della letteratura occidentale pervenutaci integra, i Persiani di Eschilo, porta in scena un avvenimento recente della storia di Atene, la battaglia di Salamina del 480 a. C., che segnò la fine delle guerre persiane, decretando la vittoria greca. I Persiani è l’unica tragedia conservata ad avere per oggetto la storia: i grandi tragediografi antichi attingono infatti a episodi e personaggi della mitologia, della quale rielaborano le vicende; Eschilo stesso definì le sue tragedie come «briciole del banchetto di Omero». E tuttavia la riflessione di Eschilo sulla guerra rimanda necessariamente alla guerra per antonomasia, quella della Grecia contro Troia: come sarà poi per le Storie di Erodoto, la maggiore fonte contemporanea sulle guerre greco-persiane, nei Persiani l’Iliade è paradigma e ipotesto. Ma anche, su un piano ulteriore, essa dialoga con il pensiero filosofico contemporaneo, allora ai suoi albori. Come sempre nella tragedia, la sciagura particolare, individuale, viene elevata a condizione universale: la guerra diventa allora il terreno in cui si può riconoscere il proprio altro, il proprio nemico, fino a identificarsi con esso.
I Persiani, che fu rappresentata per la prima volta a Atene durante le grandi Dionisie del 472 a. C., ottenendo la vittoria, andrà in scena dal 13 giugno al teatro greco di Siracusa (www.indafondazione.org/i-persiani2026/), dove fu peraltro riproposta probabilmente nel 470 a. C. dallo stesso Eschilo, ospite del tiranno della città, Ierone, attorno al quale gravitavano i maggiori poeti e filosofi greci del tempo: oltre al tragediografo, Simonide, Pindaro, Bacchilide, Parmenide.
Attraverso la rappresentazione della sconfitta di Serse, Eschilo indaga le motivazioni e le cause dell’agire umano; il rapporto tra la libertà individuale e il destino. Innanzitutto la hybris, una colpa esiziale per i Greci, che conduce inevitabilmente l’essere umano alla rovina. Nel prologo il coro di anziani fedeli lasciati da Serse a Susa a custodia della città racconta di atti inauditi: il re dei re, figlio di Dario, che conduce l’esercito persiano con lo «sguardo di serpente sanguinario», ha osato soggiogare l’Ellesponto, facendone unire le sponde, il continente asiatico e quello europeo, con due ponti di navi per la traversata dell’esercito. Come riporta Erodoto, il primo tentativo fu sventato da una tempesta, che distrusse il lavoro: Serse, infuriato, fece addirittura flagellare l’acqua dello stretto con trecento colpi di sferza, maledicendolo. L’ombra del re Dario, richiamata dall’aldilà dalle libagioni della sua sposa, la regina Atossa, e dalle invocazioni del coro, deplora la dissennatezza di suo figlio, che ha osato sfidare Poseidone, e ricorda poi che durante la presa di Atene (seguita alla sconfitta degli Spartani di Leonida alle Termopili) l’esercito persiano profanò addirittura i luoghi sacri e le statue degli dei.
I confini della colpa di Serse, tuttavia, non appaiono nettamente definiti. Sul suo agire influiscono fattori umani e divini. Innanzitutto, egli è l’erede di un impero che è stato destinato dalle Moire, le divinità che presiedono il destino, alla guerra. Eschilo ripercorre la storia delle conquiste dei Persiani, da Medo a Ciro il Grande a Cambise fino a Dario. Essi hanno portato l’impero alla sua attuale grandezza, ma nessuno di loro – ricorda Dario – ha compiuto azioni tali da attirargli l’ira degli dei. Il giovane Serse sente il dovere di dare continuità alle imprese dei suoi predecessori, ma a istigarlo, come racconta Atossa, sono anche dei cattivi consiglieri, che lo denigrano e lo accusano di viltà.
Nel libro VII delle Storie Erodoto racconta che fu Mardonio, cugino di Serse, mosso dall’ambizione di diventare governatore della Grecia, a incitarlo a compiere la vendetta contro Atene per l’appoggio dato dalla città greca alla rivolta antipersiana di Mileto, all’inizio del V secolo a. C.: la spedizione inviata da Dario, guidata da Dati e Artaferne, si era conclusa infatti con la sconfitta dell’esercito persiano a Maratona, nei pressi di Atene, nel 490. Nella mente di Serse la punizione di Atene diventa il pretesto per una guerra di conquista, quella guerra che gli avrebbe permesso non solo di assurgere alla gloria dei suoi predecessori, ma addirittura di superarla, portando, con la dominazione della Grecia, «i confini della terra persiana fino al cielo di Zeus».
Eppure Serse ascolta anche gli ammonimenti dello zio Artabano, che lo invita a desistere da un’impresa che potrebbe mettere in pericolo la stessa esistenza dell’impero. E, se in un primo momento si adirerà con lui, riflettendo sulle sue parole giungerà a mutare opinione. Ma, stando a Erodoto, una visione avuta in sogno lo farà tornare sulla decisione di muovere guerra alla Grecia: è quindi un elemento a cui viene data un’interpretazione soprannaturale a convincere infine lui e lo stesso Artabano che la spedizione risponde al volere degli dei.
Nei Persiani, come spiega Vincenzo Di Benedetto nel suo saggio su Eschilo, L’ideologia del potere e la tragedia greca, è il coro a farsi portavoce di una visione che sembra scagionare l’uomo dalla totale responsabilità delle proprie azioni, per ribadire una concezione arcaica, risalente a Omero, che lo vede in balia della divinità, di una realtà che non può essere dominata: «Ma quale uomo mortale eviterà l’inganno astuto di un dio? […] Con lusinghe benevole, infatti, Ate adesca il mortale nelle sue reti, da cui non gli è possibile sottrarsi con la fuga». È il dio che ha ingannato Serse: la sua mente è annebbiata da Ate, la divinità che fa precipitare l’uomo nell’errore e nella rovina.
L’araldo giunto a Susa dalla Grecia, nel riferire ad Atossa e al coro i fatti di cui è stato testimone oculare, attribuisce la sconfitta dei Persiani all’avversità degli dei, favorevoli ad Atene: un nume, secondo un’immagine omerica, ha fatto pendere la bilancia dalla parte dei Greci. È un dio che ha mandato una finta spia greca a Salamina per ingannare Serse, facendogli credere che i Greci sarebbero scappati dall’isola nottetempo, mentre invece hanno colto di sorpresa i Persiani alle prime luci dell’alba, massacrandoli. Ed è la mancanza di conoscenza del futuro che gli fa inviare nell’isola di Psittalia i migliori tra i suoi uomini, nell’attesa che i Greci in fuga dalla vicina Salamina vi cerchino rifugio: ma saranno invece questi ultimi a fare strage dei nemici. Ma l’errore umano (l’hamartia, il difetto di conoscenza che secondo Aristotele caratterizza i protagonisti delle tragedie) è inevitabile, poiché, mentre il dio è onnisciente, l’uomo è, secondo una prospettiva già omerica, nepios, inconsapevole.
Il re dei re, partito da Susa alla guida di un esercito smisurato, sicuro della sua forza, certo della vittoria, ora, sul promontorio da cui ha osservato la battaglia, grida e si straccia le vesti. I brandelli del suo abbigliamento, tutto ciò che – egli stesso lo dice – gli resta al suo ritorno a Susa, sono la rappresentazione iconografica della peripeteia, del rivolgimento della sua sorte.
Nel preannunciare la prossima definitiva disfatta dei Persiani a Platea, l’ombra di Dario esorta che i mucchi di cadaveri rimasti sul campo di battaglia siano da monito a chi vuole accrescere senza limiti il suo potere e le sue ricchezze: «nessuno inorgoglitosi della sorte che possiede dissipi una grande felicità infatuandosi di altri beni: Zeus sovrasta come vindice dei pensieri troppo superbi, giudice severo». La hybris che Zeus fa pagare, tuttavia, non è solo il volere oltre misura, ma è la stessa identità (nell’inno a Zeus dell’Agamennone, Eschilo scrive: «chi prima era stato grande […] neppure più si dirà che è esistito; e chi venne poi, se ne va dopo essersi imbattuto in uno più forte di lui») che inevitabilmente si afferma come differenza, attraverso la differenza: in Geofilosofia dell’Europa Massimo Cacciari sostiene appunto che è proprio lo scontro con i Persiani a rendere i Greci edotti della loro identità; un’identità che emerge solo dal confronto con la differenza, con l’altro da sé.
Come rileva Emanuele Severino ne Il giogo, la visione di Zeus di Eschilo è affine alla concezione che ne ha la filosofia a lui contemporanea, in particolare quella eraclitea. Nei frammenti di Eraclito Zeus appare emancipato dai suoi connotati mitologici, assurgendo a simbolo dell’unità del tutto: «il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame». Zeus è il divenire, la lotta tra gli opposti, la loro guerra; ma è anche il luogo della loro identità. Il nemico sconfitto è allora uno specchio nel quale guardare se stessi. L’identificazione con esso diventa strumento di una praemeditatio malorum: una riflessione che è un tentativo di elevarsi alla prospettiva di Zeus, di prendere le distanze da quel male che inevitabilmente irrompe nelle vite umane. Come Eschilo scrive nelle Supplici, «il pensiero di Zeus […] dappertutto sfolgora, anche nella tenebra».
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