Flavio Felice (1969) è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università degli Studi del Molise; Research Ordinary Professor alla Catholic University of America, Washington DC.

Recensione a Russell Ronald Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256.

A sette anni dall’uscita del libro di Russell Ronald Reno, The Return of the Strong Gods, pubblicato da Regnery Gateway, è arrivata anche l’edizione italiana per Liberilibri con il titolo Il ritorno degli dèi forti. L’opera rappresenta una dura critica all’idea di “società aperta”, considerata dai teorici del post-liberalismo come una delle principali cause della crisi dell’Occidente contemporaneo, oltretutto incapace di impedire il ritorno degli dèi più oscuri che hanno funestato l’occidente durante buona parte del XX secolo. Si tratta di un autentico processo all’ideale della “società aperta”, di cui Reno e i teorici del post-liberalismo rappresentano i più autorevoli e fieri pubblici accusatori.

Secondo questa corrente di pensiero, i principali responsabili della diffusione dell’ideale della società aperta sarebbero Karl Popper e Theodor Adorno. Essi avrebbero convinto le classi dirigenti del secondo dopoguerra che l’origine dei totalitarismi fosse la cosiddetta “società chiusa”. In questo contesto si inserisce la riflessione di Reno, oggi direttore della rivista “First Things”, fondata dal compianto padre Richard John Neuhaus. Padre Neuhaus, insieme a Michael Novak e a George Weigel, contribuì ad avvicinare il pensiero sociale di Giovanni Paolo II al liberalismo classico di tradizione anglosassone e, ironia della sorte, oggi, proprio quella rivista è fortemente impegnata a sostenere il capo d’accusa nei confronti del liberalismo e della società aperta.

Per Reno, la “società chiusa” è quella fondata sui cosiddetti “dèi forti”: convinzioni solide, valori morali condivisi, forti appartenenze comunitarie, legami con la tradizione, il territorio e il passato. Sono tutti quegli elementi che danno coesione alle società e alimentano il senso di appartenenza collettiva.

Dopo la Seconda guerra mondiale, secondo i teorici del post-liberalismo, si sarebbe però diffusa una cultura ostile a queste passioni forti, considerate pericolose perché associate al fanatismo e alla violenza. Fede religiosa, famiglia e identità nazionale — temi simili allo slogan “Dio, patria e famiglia” — sarebbero stati guardati con sospetto, quasi fossero il preludio a nuove forme di fascismo: l’apripista per il ritorno del “fascismo eterno”.

Al posto degli “dèi forti” sarebbero allora emersi gli “dèi deboli”: tolleranza, dialogo, dubbio, uguaglianza e benessere materiale. Questi valori vengono presentati come strumenti per costruire una società aperta capace di relativizzare le verità assolute e di indebolire i legami comunitari tradizionali. In questa prospettiva, realtà come famiglia, Chiesa e nazione verrebbero considerate semplici residui di una mentalità tribale da superare.

Il post-liberalismo critica inoltre alcuni principi fondamentali delle democrazie liberali: l’abbattimento dei confini nazionali, la perdita della sovranità degli Stati, la politica tecnocratica e post-ideologica e il predominio dell’ordine internazionale liberale. Una parte di queste critiche, in modo paradossale, viene condivisa anche da alcuni ambienti della sinistra che attribuiscono al neoliberalismo, qualunque cosa esso significhi, molte delle crisi contemporanee.

Secondo Reno, il progetto della società aperta avrebbe fallito perché gli “dèi forti” non sono mai davvero scomparsi. Al contrario, starebbero riemergendo figure simboliche come l’eroe, il re, il guerriero o il pirata, che incarnano il bisogno di identità, appartenenza e conflitto politico. In questo quadro, il populismo contemporaneo non sarebbe soltanto una reazione alle inefficienze delle élite, ma anche l’espressione di un desiderio collettivo di uscire dall’immobilismo burocratico e tornare a difendere con decisione interessi personali e bene comune.

Per questa corrente della destra americana, il principale avversario non è tanto la sinistra, quanto il neo-conservatorismo favorevole alla società aperta. Da qui nasce il termine “cuckservative”, come mi è stato spiegato da un caro amico statunitense, usato in senso dispregiativo, un insulto per indicare un conservatore considerato troppo arrendevole verso le idee progressiste.

Tuttavia, ci preme far presente come i teorici del post-liberalismo offrano una rappresentazione deformata del pensiero di Popper. Il filosofo austriaco, infatti, criticava soprattutto il dogmatismo e il razionalismo assoluto, senza negare l’importanza del cristianesimo nella formazione della civiltà occidentale. A questo proposito richiamo l’attenzione sull’opera di Dario Antiseri: Karl Popper. Protagonista del secolo XX (Rubbettino, 2002).

Pur sostenendo che la società aperta sia incompatibile con ogni forma di assolutismo ideologico, Popper non riduceva la democrazia liberale allo scetticismo morale. Egli riteneva che le norme morali dovessero essere continuamente discusse e sottoposte a critica, senza che nessuno potesse arrogarsi il diritto di possedere la verità definitiva.

Il vero nemico della società aperta, quindi, non sarebbero le passioni forti o le convinzioni profonde, ma la pretesa di conoscere in modo assoluto il corso della storia, atteggiamento che può appartenere tanto ai progressisti quanto ai reazionari. La pretesa di conoscere non solo come vada il mondo, ma anche di intendere come esso dovrebbe andare, di sapere oltre ogni ragionevole dubbio quale sia il verso della storia e, per questa ragione, di sentirsi in diritto e in dovere di imporlo come esito necessario, anche con lacrime e sangue.

Contrariamente alle accuse dei teorici del post-liberalismo, la società aperta immaginata da Popper permette la convivenza di ideali differenti all’interno della stessa comunità politica, mantenendo al tempo stesso la libertà e la dignità della persona. In questo senso, come sostiene Rocco Buttiglione nel libro Sulla verità soggettiva. Esiste un’alternativa al dogmatismo e al soggettivismo? (Rubbettino, 2015), la democrazia liberale può essere vista come una conseguenza del principio personalista, profondamente legato alla tradizione cristiana.

Infine, la società aperta di Popper non coincide affatto con una società priva di regole o completamente anarchica. Si tratta piuttosto di un sistema nel quale le norme possono essere corrette e migliorate attraverso il confronto razionale e democratico, seguendo un metodo basato su problemi, congetture e confutazioni. L’obiettivo polemico di Popper non era la ricerca della verità, ma la convinzione che essa potesse essere posseduta una volta per tutte in modo definitivo e assoluto.

La tesi del post-liberalismo è ormai nota e il libro di Reno non si sottrae a questa prospettiva: il liberalismo, una volta realizzato il proprio ideale di emancipazione individuale, sebbene solo tendenzialmente, finisce per aprire la strada al proprio superamento. Secondo questa prospettiva, l’affermazione dei diritti individuali, sempre più estesi e potenzialmente illimitati, avrebbe comportato anche l’indebolimento dei legami sociali che tenevano unita la comunità. Da qui deriverebbe la necessità di prendere atto della crisi dell’ordine liberale, fondato su “dèi” considerati “deboli”, come la società aperta, la globalizzazione e il confronto critico, e di cercare nuove forme di convivenza. Tuttavia, i teorici del post-liberalismo sembrano indicare solo in modo vago una possibile alternativa, richiamandosi a un rinnovato spirito comunitario capace di restituire centralità ai cosiddetti “dèi forti”: religione, nazione e famiglia.

Va inoltre osservato che il post-liberalismo, nato nel contesto della cultura politica statunitense, risente dello slittamento di significato che il termine “liberale” ha subito negli ultimi decenni. Negli Stati Uniti, infatti, “liberale” è ormai spesso sinonimo di “progressista”, con un progressivo distacco dal liberalismo classico.

Questo mutamento linguistico ha spinto gran parte del conservatorismo americano ad abbandonare del tutto il termine “liberale”, cedendolo completamente agli avversari politici. Così facendo, il liberalismo è stato identificato con fenomeni molto lontani dalla sua tradizione originaria, come alcune espressioni della woke culture e del progressismo contemporaneo.

A questo punto sorgono alcune domande decisive. Se il liberalismo viene accusato di aver fallito, quale modello istituzionale propone realmente il post-liberalismo? In che modo immagina di organizzare il potere per evitare derive autoritarie o arbitrarie? È comprensibile che una società aperta e il confronto critico possano apparire scomodi, ma quale alternativa viene proposta? Forse una società silenziosa e priva di dissenso, dove nessuno possa mettere in discussione il potere? Se oggi si ritengono inaccettabili alcune opinioni espresse nello spazio pubblico, cosa accadrà quando saranno le nostre idee a essere considerate illegittime? Dovremmo forse accettare senza opposizione la censura di giornali non allineati o l’emarginazione di docenti e intellettuali contrari ai nuovi “dèi forti” imposti dal potere?

Se la democrazia liberale si fonda sulla società aperta e sul confronto critico: le idee si combattono con le idee, allora una democrazia post-liberale, rinunciando a questi principi, rischia inevitabilmente di trasformarsi in una “via verso la schiavitù”. Rinunciare al dibattito e alla libertà di confronto significherebbe privarsi di una delle dimensioni più autentiche e vitali dell’esperienza umana. Il liberalismo, infatti, sostituisce il conflitto delle armi con quello delle idee: il ferrum con il verbum, e trova nella critica il proprio elemento essenziale.

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