Juan Arias Martínez (1932-2024) è stato un giornalista, filologo, ex sacerdote e scrittore spagnolo. Ordinato sacerdote nei Missionari del Sacro Cuore e divenuto Segretario Generale dell’ordine a Roma, studiò teologia, filosofia, psicologia, filologia e lingue semitiche. Dopo aver ottenuto da Paolo VI la dispensa dal sacerdozio, si sposò e continuò a lavorare intensamente come autore di temi religiosi e come corrispondente della stampa ispanica in Vaticano. Fu corrispondente di El País a Roma, in Vaticano e successivamente in Brasile, accompagnando san Giovanni Paolo II nei suoi viaggi e redigendo le relative cronache. Collaborò anche con il supplemento culturale Babelia, svolse il ruolo di Difensore del lettore e curò le relazioni del giornale con le università. Membro del comitato scientifico dell’Istituto Europeo di Design, ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce di Ufficiale dell’Ordine al Merito Civile spagnolo, il Premio Castiglione di Sicilia come miglior corrispondente straniero e il Premio alla Cultura del governo italiano. Come filologo, è noto per aver scoperto nella Biblioteca Vaticana l’unico codice esistente scritto in aramaico, considerata la lingua parlata da Gesù.

È vero che Spagna e Italia sono due popoli così simili? Sono in molti a pensarlo. Per quanto mi riguarda, dopo aver passato quasi metà della vita in Italia, sono sempre più convinto che, al contrario, siamo due popoli profondamente diversi. In quasi tutto, se si eccettuano il sole, le arance e l’olio, magnifici, peraltro, in entrambi i paesi.

Ciò che inganna molti, quasi come un miraggio, è la simpatia e l’attrazione quasi istintiva tra i figli di Dante e quelli di Cervantes. Potrebbe benissimo anche essere però che la ragione di tale reciproca attrazione consista proprio nella diversità che ci distingue. A dimostrazione della reciproca attrazione si invoca spesso il fatto che si tratti di due popoli latini. Latini lo sono anche i francesi però, e non è la stessa cosa. Oppure che siamo mediterranei, ma figlia di questo mare è anche la Grecia, un paese rispetto al quale le cose sono diverse. Comunque, a parte questa curiosa attrazione — che potrebbe trovare fondamento nella comune virtù del saper accogliere gli altri — per il resto siamo due paesi molto differenti.

Si è arrivati a credere che spagnoli e italiani si capiscano subito senza aver studiato prima le rispettive lingue. Nulla di più falso. Sono due lingue che non si possono comprendere, e men che mai parlare, se non si studiano a fondo. Infatti, tutti gli uomini pubblici di entrambi i paesi finiscono per ricorrere all’interprete.

Un’altra cosa che può trarre in inganno è che l’Italia è forse l’unico paese al mondo con una tale capacità di accoglienza e così scarsi sentimenti sciovinisti che basta che tu conosca dieci parole della sua lingua perché ti facciano i complimenti dicendoti che la parli divinamente. Ma entrambe le lingue sono diverse quanto la gente che le parla. Una volta fui testimone, nella trattoria [1] romana “La Toscana”, nei pressi della Fontana di Trevi, di qualcosa di molto curioso e sintomatico. Uno spagnolo appena arrivato dalla Francia si lamentava del carattere antipatico dei francesi e mi diceva: «Qui è un piacere, ti capisci subito con la gente». E sostenne una lunga conversazione con un cameriere, tra risate, pacche sulle spalle e scambio di foto e indirizzi. Ma ciò che non capirono fu che durante tutto il tempo lo spagnolo parlava di un argomento e il cameriere di un altro. Capirsi, nemmeno per sogno, ma entrambi se ne andarono convinti di aver parlato della stessa cosa. Se Camilo José Cela ha potuto recentemente dire a Roma che il castigliano è come “un toro infuriato”, l’italiano è mille leghe distante da tale furia taurina, dato che ricorda piuttosto il saltellare di un agnellino nei campi.

Ci sono parole spagnole che agli italiani suonano come frustate, a cominciare da cabrón. Che tragedia per un italiano la jota, la ge, o la zeta [2]. Ho amici che da quindici anni continuano a chiamarmi Kuan. Immaginate se mi chiamassi Jorge. Ci sono parole come cincel, zancajear o zurriagazo, che sono cinese quando le pronuncia un italiano, così come è quasi impossibile che uno spagnolo riesca a pronunciare correttamente il nome del grande scrittore siciliano Sciascia. Inoltre, l’italiano usa infinitamente più di noi la metafora, la metonimia, l’eufemismo e ogni tipo di figura retorica. Mai gli italiani sono così drastici linguisticamente come gli spagnoli quando devono offendere o difendersi, o dare ordini o condannare.

Ma non è solo la lingua. Lo spagnolo è radicale e drastico quasi in tutto: atteggiamenti, espressioni… L’italiano è possibilista e conciliatore. Lo spagnolo si spezza, l’italiano si piega. Il carattere spagnolo è fatto d’acciaio; quello italiano, di gomma. Qui la gente lotta a mani aperte, tra noi a pugni chiusi. L’Italia è il paese della diplomazia. Quella vaticana è nata qui e continua a essere insuperabile. Insegna che nessun sì e nessun no devono essere mai definitivi. Per questo, per un italiano tutto è possibile e non esistono strade senza ritorno.

Né esiste per loro legge senza sotterfugio, pur essendo stati gli inventori del Diritto. È un popolo che sopporta molto male la legge e finisce per farsela a su misura. Quando venne introdotta l’imposta sul valore aggiunto (l’IVA), dopo meno di un mese era già uscito un libriccino intitolato I 100 modi per non pagare l’IVA.

L’italiano non sopporta la disciplina né le file e, ogni volta che può, le salta. E questa astuzia ha già un nome all’estero: fare “all’italiana”.

Lo spagnolo è passionale; l’italiano, sentimentale. Il Don Chisciotte non avrebbe potuto essere concepito a Roma, a Napoli o a Firenze, benché Cervantes conoscesse e avesse viaggiato in questo paese.

L’eroismo come concetto non è italiano. In questo paese gli eroi sono sempre individuali, anche se molto numerosi nella sua storia. Né il dogmatismo né il fanatismo, né l’intransigenza o il nazionalismo sono frutti italiani.

Il machismo è spagnolo, ma è italianissimo il mammismo [3]. In Italia quasi tutto ha un certo sapore femminile, e i bambini sono sempre i re della casa.

Qui l’arte ha genere femminile, e ci sono oggetti che in Spagna non potrebbero mai essere femminili e qui invece lo sono, come l’automobile o l’acquavite. Curiosamente, i fiori e il miele sono invece maschili. Dei fiori, un amico mio italiano m’ha detto una volta che forse dipende dal fatto che gli italiani li considerano “gli organi sessuali delle piante”. E credo che abbia ragione.

In italiano piacciono le forme sferiche, tipiche del genere femminile. Rotonda è persino la pizza, e quasi l’infinito numero dei loro tipi di pasta. Il balón, in italiano, è femminile (la palla), e pure l’equipo di calcio (la squadra).

È molto femminile il desiderio innato di piacere che ha ogni italiano. Per questo spremono la fantasia — che hanno a fiumi — affinché tutti restino contenti. Nei bar puoi ordinare un caffè anche in quindici varianti differenti. Al cinema c’è poltrona e poltronissima [4], che da noi sarebbe come dire butaca e butaquisima [5]. E nel campo dei gelati è ormai impossibile contare le varietà. Ce ne sono persino di semifreddi. E in nessun paese d’Europa ci sono così tanti partiti politici e con così tanti differenti correnti all’interno di ciascuno di essi come in Italia. Qui devono esistere sempre infinite possibilità per tutto e per tutti. Ogni italiano si sente un artista, un poeta o un inventore. Credo che sia il paese con il maggior numero di cittadini che hanno pubblicato qualcosa nella loro vita, anche a proprie spese. O che si vantano di aver inventato qualcosa, o che abbiano provato almeno una volta a dipingere. E l’italiano medio ha un dominio della sua lingua molto superiore al nostro.

Hanno nel sangue il senso dell’estetica, e lo riflettono persino nella minestra. La bellezza è l’unico dogma in un paese che non ama le ideologie. E sono artisti nell’arte di cavarsela.

Senza fantasia, questo paese sarebbe già morto di fame. Perché è gente che crede più nei favori che nella giustizia, più nell’amico che nello Stato, più nelle raccomandazioni che nel Governo. Cercano la raccomandazione persino tra i morti. E la morte è un altro abisso che separa i due popoli. Il “viva la muerte” è quanto di meno italiano si possa concepire. Qui nessuno drammatizza la morte, la rimuove.

Il Venerdì Santo non si nota. Gli piace la Pasqua, la vita. C’è un culto incredibile per i morti, ma concepiti come vivi, come intercessori. Quando passa un carro funebre è facile che uno spagnolo si tolga il cappello o si faccia il segno della croce. Qui è più facile trovare qualcuno che faccia gesti molto espressivi, come toccare ferro o legno o qualcos’altro.

Qui non si nomina mai nelle conversazioni né sulla stampa la parola “cancro” riferita a una persona malata. Si dice che Tizio o Caia stanno male. Si dice che stanno “poco bene[6]. Lo sfogo mistico di Teresa d’Ávila “muoio perché non muoio” è quanto di più lontano dalla spiritualità di Francesco d’Assisi.

In un altro campo, l’invidia è tipicamente spagnola, mentre la gelosia è italiana. E gli psicologi conoscono bene la profonda differenza tra questi due sentimenti.

Al contrario, l’onore, la cavalleria, la fedeltà alla parola data sono virtù tipicamente spagnole, mentre è italiana la furbizia, la famosa furberia. Per loro, riuscire a infrangere impunemente una legge “a la torera[7] più che un disonore è un’impresa. Da qui la diffidenza del turista straniero quando arriva in Italia. Tutto ciò è probabilmente frutto di un’abilità ancestrale di fronte al dominatore di turno. Qualcuno mi ha detto che l’Italia era come una grande autostrada da cui è passato mezzo mondo saccheggiandola, e che perciò in questo paese si sono così affinati i meccanismi di difesa.

Come è molto italiano anche il non dire mai di no. In Spagna si dice sì, signore, in Italia signor sì, che è molto più reverenziale. Iniziare dicendo no è per un italiano come confessare la propria impotenza. Se l’orgoglio è spagnolo, il desiderio di compiacere il prossimo, di conquistare più amici, di aiutare qualcuno a uscire da un impiccio sono tutte qualità molto italiane. C’è chi pensa che si tratti di una disponibilità interessata, dato che gli italiani hanno, come carattere, una propensione congenita alla mafiosità, concepita nella sua accezione ancestrale di bisogno di un padrino che lo difenda contro uno Stato percepito come ostile. È, dicono, come se l’italiano intuisse in ogni favore fatto un potenziale amico e protettore. È possibile, ma dopo tanti anni in Italia confesso che, se un giorno mi trovassi nei guai, vorrei avere accanto un italiano.

Con uno spagnolo mi sento più sicuro, tuttavia, quando mi giura qualcosa. Della sua parola mi fido di più. Ed è qualcosa che sente e invidia lo stesso italiano, che sogna per il suo paese un supplemento di serietà, mentre credo che lo spagnolo adori, al contrario, quell’elasticità congenita dell’italiano, per il quale tutto finisce per sistemarsi, perché le parole fine o impossibile non appartengono alla sua cultura, poiché in questo paese tutto può ricominciare e tutto può finire in un miracolo.

(Traduzione di Nicola Farinelli. Traduzione, autorizzata dagli eredi, di un articolo apparso sul quotidiano “El Pais” il 28 marzo 1984).

NOTE

[1] In italiano nell’originale (NdT).

[2] Rispettivamente le lettere “j”, “g” e “z” (NdT).

[3] In italiano nell’originale (NdT).

[4] In italiano nell’originale (NdT).

[5] Butaca è appunto poltrona, mentre butaquisima è una parola che non esiste, è una specie di traduzione letterale, un superlativo inventato di butaca per rendere il concetto in spagnolo (NdT).

[6] In italiano nell’originale (NdT).

[7] Espressione idiomatica molto difficile da rendere nella nostra lingua: significa eludere le regole in maniera disinvolta, ma al tempo stesso anche spavalda, non senza una nota di eleganza. Un po’ come fa il torero quando evita il toro con gesto elegante (NdT).

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