Katiuscia Vammacigna, nata e cresciuta a Brindisi, si laurea in Filosofia a Lecce, specializzandosi a Parma, dove insegna per diversi anni. Tornata a Brindisi, si dedica a passioni quali scrittura, teatro, filosofia. Frequenta corsi di scrittura creativa e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 2018 si classifica seconda nel concorso letterario Verso l’altro, promosso dall’associazione Jonathan di Brindisi, con il racconto La mia terra non ha nome. Sempre nel 2018 riceve una menzione di merito per il Premio Letterario Nazionale Città di Mesagne con il racconto Odore di salsedine su Tunisi. Si definisce ironica, appassionata e curiosa di indagare ancora sè stessa e il mondo attraverso la scrittura.

Recensione a: I. Đikić, Metodo Srebrenica, trad. it. di S. Ferrari e M. Puljić, postfazione di T. Pančić, Bottega Errante Edizioni, Udine 2025, pp. 285, € 17,00.

Ivica Đikić, con il suo Metodo Srebrenica, ci consegna un romanzo documentario, una cronaca criminale, in cui illustra al lettore, attraverso la ricostruzione di fatti storici e testimonianze, non le cause del genocidio di Srebrenica, ma il metodo della sua pianificazione ed organizzazione. È la cronaca di tre giorni e tre notti del luglio 1995, attraverso le azioni del pianificatore per eccellenza dell’uccisione di oltre ottomila uomini: il colonnello Beara, la mente di un crimine di guerra, dietro il quale si celano altre menti e altre mani. Quella di Đikić è una ricerca dettagliata, attraverso gli atti del Tribunale internazionale dei crimini dell’Aja, di processi, testimonianze e altri documenti, quali il Dossier sul 10° reparto guastatori del Comando supremo dell’Esercito della Repubblica serba.

Ciò che produsse […] morte nel luglio 1995 sul territorio di Srebrenica, Bratunac e Zvornik fu un’improvvisata struttura del male, costruita personalmente dal colonnello Beara […], per mostrare al generale Mladić […] di essere capace di organizzare un eccidio (p. 137).

Ljubiša Beara, alto ufficiale dell’Armata Popolare Jugoslava (JNA), sarà incriminato nel 2002 e consegnato al Tribunale dell’Aja, per il più grande assassinio di massa con motivazione etnica in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Đikić era partito nel 2005 per Srebrenica, per scrivere un reportage nel decimo anniversario del genocidio. Poco o nulla sapeva dell’uccisione dei musulmani bosniaci di Srebrenica. Il suo romanzo documentario nasce dall’esigenza di «comprendere l’incomprensibile» (p. 22). La guerra in Bosnia ed Erzegovina, scoppiata nel 1992, fu una guerra interetnica tra musulmani, serbi, croati, jugoslavi, bosniaci. Il disfacimento della Federazione jugoslava era iniziata con la morte di Tito l’unico che aveva tenuto insieme serbi, croati, sloveni, musulmani, macedoni, montenegrini, albanesi (p. 30). Con la sua morte, il dogma della «fratellanza e dell’unità dei popoli e delle nazionalità» (ibid.), era crollato.

Dopo il riconoscimento dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia, fu riconosciuta anche l’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina, dove, però, nel 1992, comincia la guerra civile. I musulmani, i croati e i cittadini di non appartenenza serba furono condotti in campi di raccolta. Oltre cinquantamila persone furono cacciate dalle loro case. Nel 1993 i musulmani chiamarono la loro nazione Bosgnacca e loro furono denominati bosgnacchi. La cittadina di Srebrenica nel 1991 contava il 73% di abitanti musulmani sul 37% di serbi e divenne presto uno degli obiettivi dei serbi di Slobodan Milošević. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 1993 proclama Srebrenica zona protetta, sotto la tutela del battaglione olandese dell’UNPROFOR, giunto nel 1995. Di fatto Srebrenica sarà lasciata al suo tragico destino:

Il comando del battaglione olandese dell’UNPROFOR, di stanza a Potoĉari, tra Srebrenica e Bratunac, rimase passivo nella difesa di Srebrenica e dei suoi abitanti […]. Su Srebrenica, Bratunac e Zvornik, calò il sipario e il mondo ignorò […] cosa succedeva dietro quel sipario (pp. 46, 48).

Il compito di trovare un modo per l’eliminazione dei bosgnacchi fu affidato al colonnello Beara, capo della Direzione di sicurezza del Comando supremo, che a partire dal 14 luglio 1995, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, mise in movimento il meccanismo di morte del metodo Srebrenica. Il generale Ratko Mladić, dopo la presa di Srebrenica da parte dell’esercito serbo, passava in rassegna i prigionieri rassicurando che «a nessuno sarebbe successo niente» (p. 57). Ma già nei giorni del 13 luglio e 14 luglio furono organizzati smistamenti forzati di prigionieri bosgnacchi in centri improvvisati e fucilazioni sommarie, con i corpi ammassati in fosse comuni. Beara doveva pensare a come lasciare meno tracce possibili, «prima che il mondo ne venisse a sapere qualcosa, prima che qualcuno riuscisse a […] fermare il tutto» (p. 67).

L’autore ci porta nelle notti insonni di Beara, intento a scegliere i luoghi per eliminare i prigionieri bosgnacchi, incontrando l’opposizione di pochi e determinato ad eseguire gli ordini di Mladić, portando a termine un’operazione coperta dal massimo grado di segretezza, ma di cui molti erano a conoscenza. Così, Đikić ci svela che oltre ai fidati alti ufficiali scelti dallo stesso Mladić, tra cui Beara, Tolimir, Nikolić, Popović, sapevano dell’operazione altri alti ufficiali dell’esercito serbo, del corpo della Drina e del 10° reparto guastatori dell’Esercito della Repubblica Serba. Lo sapeva anche Rakić, ministro degli affari interni della Repubblica serba. Lo sapeva un certo numero di sottoufficiali e soldati e le truppe di polizia, inserite nell’operazione Srebrenica. Il metodo Srebrenica messo in atto dal colonnello Beara prevedeva, tra l’altro, di trovare uomini fidati che portassero a termine l’esecuzione dei prigionieri bosgnacchi, con rapidità, prima che «nella testa di qualcuno germogliasse il seme del dubbio […], tra le file di un esercito stanco […] come può diffondersi una fiamma sugli aghi secchi dei pini» (p. 125).

Đikić sottolinea il fatto che furono pochi coloro che si opposero all’assurdità dell’eccidio e della guerra e tra questi cita il contrammiraglio Barović, comandante della Marina Militare Jugoslava, il quale piuttosto che ordinare alla sua flotta di rivolgere le armi contro i fratelli croati, sparò un solo colpo di pistola, ma contro se stesso. Il suicidio di Barović scosse i vertici della Marina Militare e lo stesso Beara che, però, non mise fine al suo metodo, interpretando quella morte come un episodio di viltà o fragilità psicologica (p. 140). Il metodo Srebrenica doveva trovare compimento. Già nel pomeriggio del 12 luglio, cominciò il trasporto di civili dai dintorni del campo UNPROFOR a Potoćari. Il coordinamento e la scelta dei luoghi dell’esecuzione fu affidato a Nikolić. Durante le operazioni Mladić, con un atteggiamento di falso protettore portava doni ai bambini, tranquillizzando le persone terrorizzate, mentre in realtà voleva solo vendicarsi dei turchi e consegnare Srebrenica alla minoranza serba, secondo il disegno del capo serbo Slobodan Miloševic che aveva come obiettivo, l’ampliamento territoriale della Serbia. Il punto più difficile dell’attuazione del metodo Srebrenica fu per Beara procurarsi gli esecutori materiali dell’eccidio.

In base agli ordini di Mladić, egli aveva deciso di usare il 10° reparto guastatori, istituito nel 1994 e formato da unità non di origine serba, classici mercenari che avevano firmato un contratto con l’Esercito della Repubblica serba. Beara confidava anche sulla squadra di intervento della brigata di Višegrad e sulle unità speciale di polizia. Aveva bisogno di soldati fidati che non avessero paura, per far partire la catena di montaggio di morte, smistando i prigionieri bosgnacchi sul suo sanguinoso nastro trasportatore. Iniziarono così, dal 14 luglio, le esecuzioni di massa: «Ogni momento risuonava da qualche parte un grido, poi una raffica, gemiti, lamenti […] interrotti dai lampi di kalashnikov» (p. 204).

Il giorno del compleanno di Beara furono fucilati circa duemilacinquecento uomini. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio avvenne l’uccisione di prigionieri in tutti e quattro i campi maggiori: Petkovci, Roĉević, nella scuola di Kula e nella Casa della cultura a Pilica. Fu «un eccidio confuso e caotico, un fuoco ossessivo da fucili che parevano saltellare tra le braccia di uomini che non erano assassini professionisti. Sulle facce dei soldati si leggevano lo shock e l’orrore […]» (p. 241). Beara e Popović decisero che i prigionieri della scuola di Kula sarebbero stati uccisi all’alba del 15 luglio, sul terreno del «patrimonio militare di Branjievo» a pochi km da Kula. Per l’esecuzione furono scelti dieci soldati della formazione del tenente Pelemiš, «cani da guerra» (p. 225) abituati ad uccidere e ai più fidati fu ordinato di uccidere chiunque si rifiutava di sparare sui prigionieri. Il 16 luglio, otto appartenenti al 10° reparto guastatori, si mossero, su ordine del tenente Pelemiš verso il magazzino delle merci di Branjievo, dove all’alba arrivarono gli autobus pieni di bosgnacchi provenienti dalla scuola di Kula, nel villaggio di Pilica (p. 227).

A Branjievo e a Pilica furono uccisi gli ultimi ottomila uomini musulmani prigionieri. Nelle uccisioni furono coinvolti anche civili a cui furono messi in mano fucili, mentre venivano incitati a sparare, come se fossero in una partita di tiro al bersaglio (p. 232). Le notizie sul metodo Srebrenica, il meccanismo di produzione di morte ideato e coordinato dal colonnello Beara, cominciava a filtrare tra l’esercito e la gente comune. Tra il 13 luglio e il 16 luglio 1995, sul territorio di Bratunac e Zvornik, a pochi km da Srebrenica, erano stati uccisi ottomila bosgnacchi maschi. Avevano partecipato direttamente alle uccisioni circa un centinaio di soldati, poliziotti e civili. Molti di loro non saranno mai processati. Finalmente Beara si era guadagnato la stima di Mladić e la divisa bianca di alto ufficiale della Marina. Il 17 luglio Beara lascia Srebrenica. «Il suo lavoro era terminato. Tutti gli uomini catturati erano stati eliminati» (p. 247). Con gli accordi di Dayton, del novembre 1995, furono stabilite le condizioni di pace in Bosnia ed Erzegovina. Srebrenica restò alla Repubblica serba.

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