Silvio Nastasi (1998), conseguita la laurea magistrale all’Università di Pisa con una tesi su Agostino, nella medesima Università è attualmente dottorando in "Scienze dell’Antichità e Archeologia" con un progetto di ricerca sulle Locutiones in Heptateuchum.

Recensione a: M. Pera, Lo sguardo della Caduta. Agostino e la superbia del secolarismo, Morcelliana, Brescia 2022, pp. 201, € 18,00.

Giunge a conclusione il trittico di studi di Marcello Pera sul secolarismo dopo la pubblicazione di Cristianesimo e diritti umani (Marsilio, Venezia 2015) e Critica della ragion secolare. La modernità e il cristianesimo di Kant (Le Lettere, Firenze 2019). Presentato programmaticamente come un saggio, questo lavoro si propone di illustrare la reazione di Agostino d’Ippona alla pretesa intellettuale di confidare ciecamente nella ragione dinanzi ai grandi dilemmi dell’uomo e dello Stato. La finitezza di tale illusione viene sintetizzata nell’espressione “lo sguardo della Caduta” che dà il titolo al volume. Mediante un percorso lungo oltre quindici secoli – in cui non mancano i raffronti tra Agostino e altre personalità filosofiche, su tutte Platone, Galileo, Kant – il lettore è indotto a riflettere sull’attualità del pensiero agostiniano.

La ‘conversazione con Agostino’ approfondisce svariati temi: «i limiti della ragione, la giustificazione delle norme morali, la fondazione religiosa dello Stato, il destino delle civiltà terrene, l’uso della forza in materia religiosa, la natura e la pratica della conoscenza scientifica» (p. 9). Alla base di quest’analisi la consapevolezza di vivere, oggi come allora, in un mondo sempre più secolarizzato e che cerca disperatamente di affrancarsi dalla religione – e, segnatamente, dal cristianesimo. Al suo posto, Pera segnala il sorgere di nuovi dèi pagani come il relativismo, che in modo opposto al cristianesimo rinuncia all’esistenza di una verità assoluta. Pertanto, nonostante sia stato dato alle stampe già da alcuni mesi, questo volume assume un significato particolare all’indomani della morte di Papa Benedetto XVI, il quale ha fatto della lotta alla ‘dittatura del relativismo’ un punto cardine del proprio magistero.

La breve ma suggestiva introduzione getta luce sulle tensioni sociali ed intellettuali del tempo di Agostino, con particolare riferimento alla lotta tra pagani e cristiani e al sacco di Roma del 410. La pesante accusa rivolta al cristianesimo di essere responsabile del declino dell’Impero provoca la reazione di Agostino che culmina nella stesura del De civitate Dei (413-426 d.C.). Con quest’opera egli tramuta definitivamente la nuova fede in una vera e propria ‘cultura’ su base filosofica. Nel testo si affiancano alla reazione antipagana molteplici riflessioni sullo Stato; la prospettiva escatologica – e non politica – fa giungere alla conclusione che la città vera non è quella dell’uomo, ma di Dio. Se verso di essa deve essere il tèlos dell’esistenza umana, allora il cristianesimo non è la causa, ma rappresenta una speranza e una soluzione al decadimento di Roma.

Il primo capitolo è intitolato L’incredibile vanità dei filosofi secolari e presenta in esergo un passo dal De civitate Dei che ben riassume non solo il pensiero agostiniano, ma anche lo spirito del libro di Pera: «Noi uomini non abbiamo le forze che occorrono per scoprire la verità con la pura ragione» (Confessiones 6, 5, 8). Viene dunque enunciato il paradigma del secolarismo, riassumibile in tre tesi:

  1. il mondo sensibile è distinto e separato da quello intellegibile;
  2. il mondo intellegibile è modello perfetto di quello sensibile;
  3. la ragione può ascendere da sola dal mondo sensibile a quello intellegibile e può cercare di replicare il secondo nel primo.

Mentre Platone, Aristotele e Plotino attribuiscono al pensiero una natura divina, Agostino non ne ammette l’autosufficienza in quanto renderebbe inutile Dio. Tale autàrkeia non può che essere considerata come una forma di superbia da parte dell’uomo: la formula plotiniana «Nulla impedisce che noi diventiamo uguali a Dio con le nostre virtù proprie» (Enn. I 2 [19], 1) equivale al peccato originale.

L’autosufficienza della ragione ‘divina’ è incompatibile con il cristianesimo: per ascendere all’intellegibile gli stessi filosofi ammettono che l’anima vada prima ‘purificata’, ma per Agostino ciò non può avvenire autonomamente. Inoltre, la fiducia accordata alla ragione provoca un ottimismo etico dei filosofi smentito dalla condizione sociale infelice dell’uomo e dello Stato. L’analisi della doppia religione pagana – quella ‘dei filosofi’ vera ma inutile, quella ‘civile’ utile ma falsa – si risolve in un paradosso. Il secolarismo inteso come fiducia nella ragione non rappresenta la risposta adeguata al bisogno di felicità; alla superbia secolare si contrappone l’umiltà del Cristianesimo. La consapevolezza dell’infelicità e della finitezza delle sole forza umane costituisce ‘lo sguardo della Caduta’ di Agostino.

A partire da questo tema si sviluppa la riflessione nel secondo capitolo che intende confrontare tale prospettiva ed il liberalismo. La teologia politica agostiniana si propone di mettere in luce le implicazioni della fede nella vita sociale. Nello Stato – una creazione umana e non divina – l’uomo consapevole della sua finitezza arriva ad una svalutazione dei beni secolari utili ma non veri (uti, non frui: virtù, arte, politica, scienza) a vantaggio di quelli eterni. Lo ‘sguardo della Caduta’ viene connotato in tre aspetti:

  1. l’uomo è responsabile del peccato originale;
  2. esso è inestirpabile, malgrado gli sforzi umani;
  3. solo la grazia divina può salvare l’uomo.

Pera discute varie proposte di ‘inferenze liberali’ ravvisate in questo modello di teologia politica agostiniana, come i principi di libertà politica e proprietà privata. Essi non vengono ritenuti da Agostino dei diritti originari dell’uomo; l’unico ius innato è la legge divina che impone non diritti, ma doveri (cfr. pp. 75-76). Ancora, Pera confuta la tesi che interpreta Agostino quale padre intellettuale dello Stato ‘minimo’. Né, d’altra parte, egli intende costruire uno Stato cristiano ricadendo nello stesso errore dei filosofi, poiché esso non garantirebbe la felicità sulla terra: perfecta tranquillitas in hac temporali vita non potest adprehendi (De civitate Dei 19, 27).

L’interessante paragrafo Cristianesimo ‘distaccato’ (pp. 85-87) chiude il capitolo con una lista ragionata di punti di contatto tra la dottrina liberale e l’agostinismo. La conclusione di Pera è che il liberalismo sia debitore di Agostino proprio nei termini del già teorizzato ‘sguardo della Caduta’. Il liberalismo non può essere interpretabile come una secolarizzazione del cristianesimo.

Nel terzo capitolo Stato, religione e coercizione è discussa la necessità di una fede come fondamento dell’entità statale. Pera richiama la definizione presente in Cicerone di ‘Stato’ basato su iuris consensus et utilitatis communio (De re publica 1, 25, 39). In De civitate Dei 19, 24 Agostino discute tale definizione ritenendo di dover escludere il primo elemento: il perseguimento degli interessi (utilitates) è l’unico fine dello Stato. In quanto tale, esso non è dissimile da una ‘banda di ladroni’ in senso ampio: lo stesso Cicerone si chiedeva retoricamente remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? (De re publica 3, 14, 24).

Tuttavia, per il bene prìncipe – la pace – Agostino ritiene che non sia sufficiente la forza, ma è necessaria la fede cristiana (epistula 138, 2, 10). La rovina di Roma sta nella sua genesi ‘fratricida’ e non pacifica, laddove il Cristianesimo propone una base migliore. Dunque, se da una parte viene rilevata l’impossibilità dell’autonomia della politica dalla religione, dall’altra si nota che l’ideale della Civitas Dei non formula né esclude un modello di Stato teocratico.

Il quarto capitolo Scienza e scrittura. Ragione e fede indaga il rapporto tra conoscenza scientifica e fede cristiana. La scienza è vista con diffidenza da Agostino in quanto irrilevante per la salvezza e derivata dalla curiositas, vizio opposto alla superbia (pp. 115-116). Tuttavia, esistono alcune conoscenze necessarie che servono per ascendere «alle cose immateriali e sempiterne» (De vera religione 29, 52). Allo stesso modo lo scopo dell’interpretazione della Scrittura non è la conoscenza scientifica, ma la salvezza. Da qui si innesta un discorso sul liberalismo scientifico, ed in particolare sull’autonomia della scienza rispetto alla fede e sulla libertà della ricerca scientifica. È presentato un interessante confronto su questi temi tra Agostino e Galileo (pp. 128-133): Pera supera le apparenti analogie tra i due e chiarisce la diversità di obiettivi dei rispettivi sistemi concettuali. L’analisi del problema giunge a toccare due testi fondamentali del magistero della Chiesa quali l’enciclica Humani generis (Pio XII, 1950) e la costituzione conciliare Gaudium et Spes (1965), nella quale alla scienza è riconosciuta autonomia metodologica ma non ontologica.

Le Conclusioni prendono le mosse dagli assunti di Karl Popper secondo i quali il razionalismo può essere guida per l’Occidente ed il liberalismo può vivere senza religione. Dopo una critica a tali teorie, Pera ribadisce la necessità di recuperare lo «sguardo della Caduta» nel mondo contemporaneo, in cui «l’euforia per l’emancipazione da Dio è seguita dallo sconforto per le mancate promesse». Lo «sguardo della Caduta» torna, infine, anche nell’Appendice sull’influenza agostiniana in Kant. Dalle opere dei due filosofi viene proposta una serie di testimonianze su temi comuni di natura etica, politica e antropologica. I tre dogmi dello «sguardo della Caduta» sono riscontrabili in Kant in chiave morale. Alla cristianizzazione della ragione di Agostino fa da contraltare la razionalizzazione del cristianesimo di Kant.

La lunga preparazione dell’opera è evidente dalla gran quantità di citazioni delle quali il testo è disseminato. In particolare, appare felice la scelta di presentare i passi direttamente in traduzione italiana pur non tralasciando di indicare le parole-chiave dei concetti in lingua originale. La lettura del saggio si rivela istruttiva non soltanto per un pubblico di esperti, ma anche per quanti desiderano riflettere sui paradossi della civiltà contemporanea occidentale. È possibile immaginare un mondo slegato dai valori del cristianesimo? Il relativismo o il razionalismo possono ambire al ruolo di guida morale? Cosa significa interrogarsi ancora oggi sul rapporto tra religione e potere politico e, ancora, tra conoscenza scientifica e fede cristiana?

Un’antica massima sapienziale recitava “nihil novi sub sole”: per chi, ieri come oggi, si accorge di avere uno «sguardo della Caduta» il messaggio di Agostino risulta attuale.

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