Mario Montorzi (Livorno, 1951), avvocato, già professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, vi ha insegnato anche Diritto Comune.

Raffaele Aiello, maestro infaticabile, in memoriam

Con la morte di Raffaele Aiello, scompare non solo un Maestro infaticabile ed acuto della Storia del Diritto italiano, ma viene anche meno un formidabile imprenditore e promotore culturale che, già decenni addietro, inaugurò in Napoli una vera e propria ‘officina avanzata’ di investigazioni e ricerche storico-giuridiche.

Il motore e l’occasione di propulsione del cantiere culturale che allora si aperse furono un’ottica ed una sensibilità rivolte soprattutto allo studio della storia del Mezzogiorno d’Italia. E fu anche, in particolare, il predominante interesse storico costituito dalla singolare identità culturale e sociale che il Regno dell’Italia meridionale, da sempre proiettato nel centro del mare di mezzo, a diretto paragone e contrasto con la realtà dei dominati del turbinoso Medio Oriente mediterraneo e del sabbioso – ancorché oggidì inaspettatamente ferace di ricchezza – Settentrione africano.

Un Regno che, schierato lungo questa perigliosa marca di confine, fu vera e propria “Frontiera d’Europa”, come si sarebbe intitolata la rivista fondata da Raffaele Aiello: sin dal 1995, essa, con i propri saggi, avrebbe affiancato (ed in molti casi anche anticipato) i contenuti degli studi monografici – sia storico-giuridici, che filosofici e politici tout court –, che sarebbero stati destinati a comparire nella collana di “Studi e testi”.

Tale collezione, indubbiamente, rappresentò una formidabile produzione scientifica e editoriale, ricca come fu di decine di volumi, e fu a sua volta destinata a crescere, in misura e qualità cospicue, non solo all’ombra e sotto la guida di Raffaele Ajello, ma si ritrovò anche a costituire un comune punto di incontro fra diverse Scuole storico-giuridiche, quando si affiancò nella cura e conduzione della stessa il contributo di Ennio Cortese e di Vincenzo Piano Mortari.

Ne fu ispirata una Scuola, che non ha esitato talvolta a vivacizzarsi di interessi ed approcci assolutamente estranei – fino ad allora – al panorama culturale della Storia del Diritto Italiano,.

E, in definitiva, quella connotazione al tempo stesso geografica, materiale e culturale che contraddistingueva il complessivo humus civile, istituzionale e politico del Regno del mezzogiorno italiano, veniva a comporsi entro il quadro complesso e raffinato che ne traeva Raffaele Ajello, per disegnare il proprio percorso di investigazione e riflessione.

In un lucido programma di apertura politica e culturale, Ajello stesso finiva per dettare una linea complessiva di ricostruzione e di interpretazione della funzione del diritto e del ceto dei giuristi all’interno di quel contesto istituzionale del Mezzogiorno d’Italia.

Giacché, come ebbe a notare con precisa lucidità lo stesso Ajello[1], nel Regno

… la letteratura giuridica non riconobbe quasi mai palesemente di praticare anch’essa, in sostanza, un ancor più scaltrito realismo ‘materiale’. I giuristi erano legati ad una cultura d’impianto idealistico medievale che era divenuta loro profonda struttura mentale. Se buone ragioni di strategia politica, culturale e cetuale imponevano di far propri i calcoli del realismo detto poi machiavelliano, altre ragioni non meno valide consigliavano di non perdere i vantaggi della collocazione tecnica e sacrale. Porre in primo piano non il diritto, ma la «verità effettuale» avrebbe fatto perdere ai giuristi ed alla monarchia preziosi e consolidati punti d’appoggio ideali e tecnici ed avrebbe imposto d’inquinare con manifeste compromissioni politiche ed economiche la forza religiosa, etica, super partes della Scientia Juris. Più realisticamente produttiva apparve ai giuristi la soluzione di servirsi del formalismo tecnico a fini politici, ossia per legittimare i comportamenti del principe, per coonestarli comunque.

Furono, d’altronde, ben noti a Raffaele Aiello gli inconvenienti e gli inciampi sacrali che, per antico retaggio simbolico, il potere politico portava necessariamente con sé; del resto, come ebbe ad ammettere Ajello stesso,

la ‘théologie de l’administration’ era un male antico. Il mito della ninfa Egeria, da cui i legislatori si fingevano ispirati per dare un crisma di sacralità ai loro atti, ricorre in Machiavelli, in Montaigne, in genere nella letteratura libertina, ed in Pascal, in Spinoza, in Gravina. Helvetius[2], nel nuovo clima illuministico, riferiva dell’inganno a proposito degli Incas. E poiché il diritto non doveva esser più fondato sul fatto, consigliava all’imperatore peruviano di «confessare al popolo, per bocca sua o dei suoi successori, la menzogna utile e necessaria di cui s’era servito per renderlo felice»: in tal modo si sarebbe tolto alle «leggi quel carattere divino che, rendendole sacre e inevitabili, era d’ostacolo ad ogni riforma, e le avrebbe forse rese un giorno dannose allo Stato[3].

Con Raffaele Ajello scompare davvero colui che per decenni ha esercitato con acume filosofico e sottile ingegno critico un’illuminante e costante ricognizione della storia, della cultura e della razionalità illuministica e laica da sempre presente, pur se da sempre contrastata, nella tradizione italiana.

Si sentirà lungamente la mancanza dei suoi stimoli investigativi, delle sue inquietudini analitiche, della sua umanità di Maestro sempre calda e sempre disponibile al dubbio ed alla ricerca, metodicamente ed inguaribilmente soltanto feconda e curiosa.

Ora rimane indubbiamente, dopo di lui, il retaggio di una esplorazione intellettuale prestigiosa e vivacissima, documentata nella sua intima frequenza e familiarità con il nerbo della migliore cultura post-crociana: l’irrequieta apertura di questo grande studioso meridionale si documenta anche e visibilmente nel suo ‘cosmopolitismo disciplinare’, che ha portato Raffaele Ajello – con vivacità e rigore non dispersivo – a misurarsi con le più rigorose ed avanzate istanze della cultura storica e filosofica contemporanea.

Quella di Ajello è stata, dunque, un’avventura culturale appassionata ed appassionante, che lo ha posto costantemente a confronto, con vigile consapevolezza e con un’informatissima dottrina, con le tradizioni più impegnative e prestigiose della cultura europea post-idealistica ed anche post-marxiana.

Stretto in quella che egli sentiva come una vera e propria aporia dialettica in cui si dibatteva l’eredità e la continuità della tradizione illuministica italiana – in un brano lucido e quasi sprezzante per la luce sinistra che gettava sui connotati assolutisti e totalitari dello Stato moderno, in cui risuonavano memorie lontane e nitide dei suoi Arcana juris[4] Raffaele Ajello ebbe ben chiaro che

il pensiero illuministico ha agito in due opposte direzioni al fine di colmare il divario tra teorie e fatti, e di evitare che … due opposte ‘fallacie’ trovassero giustificazione l’una dall’altra. Ha operato contro i due opposti normativismi, idealistico e naturalistico: ha discreditato la deontologia idealistica dimostrando che l’idea non corrisponde ipso facto alla realtà; ha criticato la pretesa di ergere a dover essere la mera constatazione dell’esistenza demolendo il concetto del consensus gentium e dimostrando, come già fece Descartes, che i fatti non in sé e per sé, ma una volta percepiti debbono essere valutati. L’elemento caratterizzante non è la loro esistenza e presenza fattuale bruta, ma il tipo di spiegazione che se ne dà, ossia il loro inserimento in questo o quel campo teorico previo, entro paradigmi interpretativi variamente collaudati[5].

Forse non è senza motivo che si può proporre, quasi in epigrafe a questo breve ma sentito intervento di rimpianto e commiato, la citazione di un luogo autobiografico di Giorgio Falco, che Raffaele Ajello stesso recuperò e allegò con evidente intento adesivo, se non addirittura palesemente autobiografico, per esprimere il senso del suo stesso, personale impegno storiografico, di storico della cultura e, insieme e pertanto, anche di storico del diritto:

C’insegnavano tutto […], ma nessuno ci diceva una cosa assai semplice […] che a lavorare di storia bisogna, oltre a tutta l’erudizione, fare esperienza di vita e leggere molti buoni libri, né storici soltanto, leggerli non per scopo immediatamente utilitario (ed eternamente passivo) di questo o quel contributo, ma per farsi le ossa e i muscoli, per formarsi una cultura, cioè un patrimonio d’idee, un credo da cui possa germogliare una nuova esigenza e l’eterna confessione o l’eterno dialogo della storiografia[6].

Di questo rinvigorito insegnamento, e del modo che esso ispira, sin dai lontani tempi di Niccolò Machiavelli, di scendere in biblioteca a congresso con gli antichi sapienti per discutere di etica e di politica da pari a pari con loro, e per praticare appunto e provvidamente, “l’eterno dialogo della storiografia”, volentieri noi tutti, oggi, ci riconosciamo obbligati ed affettuosi debitori di Raffaele Aiello.

[1] Raffaele Ajello, Presentazione, in: «Frontiera d’Europa – Società, Economia, Istituzioni. Diritto del Mezzogiorno d’Italia», Rivista Storica Semestrale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1995, N. 1, p. 19.

[2] Helvetius, De l’esprit, Paris 1758, Disc. II, cap. XIII.

[3] Raffaele Ajello, Formalismo medievale e moderno Napoli Jovene, 1990, p. 124.

[4] Raffaele Ajello, Arcana juris. Diritto e politica nel Settecento italiano, Napoli Jovene, 1976, pp. 138-40.

[5] Raffaele Ajello, Formalismo medievale e moderno, Napoli Jovene, 1990, p. 118.

[6] Raffaele Ajello, Il collasso di Astrea: ambiguità della storiografia giuridica italiana medievale e moderna. Napoli Jovene, 2002, p. 397.

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