Peter Genito (1972) è narratore e poeta performer. Lavora come bibliotecario a Firenze. Tra le sue opere: Dal buio al cuore. Poesie e pensieri 1999-2011 (2011), A fioca nen. Racconti (2014) Lecce Homo romanzo (2016), Fanfiuchè poesie (2019). Ha curato l’antologia Tredici. I poeti del Bandino (2020). Labirinto di sangue (2024) è il suo terzo romanzo.
Secondo l’inchiesta di 404 Media (17 e 26 agosto 2026), poi ripresa da TechCrunch e verificata nei suoi elementi essenziali anche da Snopes, un’unità interna a un centro logistico Amazon di Las Vegas, denominata VGT3, riceve grandi partite di libri (acquistati in blocco sul mercato antiquario) ne taglia le rilegature, scansiona tutte le pagine e una volta completata la scansione distrugge i volumi fisici. Amazon, interpellata, ha dichiarato di acquistare libri “attraverso canali commerciali per sviluppare e migliorare i prodotti e i servizi usati dai clienti”, senza entrare nel merito della distruzione dei volumi.
Non si tratta di digitalizzazione. I progetti di digitalizzazione bibliografica, da Google Books a Internet Archive a HathiTrust producono un oggetto che resta riferibile come opera: immagini di pagina in sequenza, metadati descrittivi, la possibilità, in linea di principio, di risalire al testo integrale. Il processo descritto a VGT3 serve esclusivamente a estrarre rapidamente testo utile all’addestramento statistico di un modello linguistico: le immagini di pagina prodotte non vengono conservate, catalogate o rese in qualche modo consultabili. Il libro fisico, una volta “spremuto” del suo contenuto testuale viene eliminato. E’ importante introdurre una distinzione concettuale tra digitalizzazione conservativa, che ha come fine la persistenza e l’accessibilità dell’opera come unità, ed estrazione distruttiva di dati, che ha come fine unico il segnale statistico e tratta il supporto come materiale di scarto una volta ottenuto ciò che serve. Una sentenza di un giudice statunitense, nel caso analogo che ha coinvolto Anthropic, ha legittimato questa prassi, stabilendo che la scansione distruttiva di volumi fisici per l’estrazione di dati rientra nel concetto di “fair use trasformativo”. Se collochiamo questa vicenda nella millenaria storia della scrittura, quello che sta accadendo è un segnale (quanto meno) preoccupante. Con queste pratiche — che estremizzano la cieca efficienza capitalistica — siamo di fronte a una transizione epocale e irreversibile del concetto stesso di libro. Nel nostro ordinamento grazie al cielo, il principio di inalienabilità delle raccolte pubbliche rappresenta uno scudo invalicabile (artt. 20 e 54 del D.Lgs. 42/2004, Codice dei beni culturali). Dalle tavolette d’argilla al papiro, poi alla pergamena quindi alla carta, la storia del libro e della scrittura occidentale ha proceduto in modo lineare nei secoli fino a Gutenberg, che democratizzò l’accesso al sapere, saldando per oltre cinquecento anni l’opera intellettuale al suo manufatto fisico. Oggi, con queste operazioni di dematerializzazione i libri transitano dalla dimensione cartacea allo spazio vettoriale. I libri, identificati in modo univoco dal codice ISBN, da supporti sono ridotti a involucri destinati al macero. La registrazione del codice ISBN di ciascun volume prima della scansione è un indizio, secondo diversi librai antiquari intervistati, del fatto che l’operazione miri a costituire una copertura sistematica del catalogo mondiale dei libri pubblicati, identificato appunto per numero seriale. Nelle transizioni del passato il nuovo supporto aveva sempre protetto e ricopiato quello precedente. La transizione attuale introduce invece un paradigma estrattivo / distruttivo. Quando un volume raro viene acquistato per tranciarne la legatura, scansionarlo ad alta velocità e smaltire i fogli tagliati, l’oggetto-libro cessa di essere la dimora della parola scritta e diventa un mero imballaggio industriale, da eliminare.
È rassicurante ricordare che le biblioteche italiane (pubbliche e statali) sono protette dai vincoli di inalienabilità e tutela sanciti dal Codice dei beni culturali. Tuttavia il demanio culturale custodisce solo una frazione del patrimonio a stampa esistente. La vera “biodiversità” del libro antico risiede nel mercato antiquario, nel commercio indipendente e nelle collezioni private. Se questo bacino continuerà a essere sistematicamente prosciugato da acquisizioni anonime e distruzioni industriali, il sipario calerà sull’era del libro a stampa, non per sua naturale obsolescenza, ma per eliminazione fisica della memoria materiale in circolazione. Insieme al foglio si cancelleranno irreversibilmente la storia della carta, le filigrane, le legature, le note a margine, le varianti di tiratura e di esemplare: tutti elementi che nessun modello linguistico potrà mai restituire.
Questo scenario appare un beffardo rovesciamento di Fahrenheit 451: il paradosso di un’industria che “mangia” il corpo del libro per privatizzarne la memoria e controllare il sapere. S’impone allora una domanda. Se la conservazione dei supporti fisici cessa di essere una funzione diffusa nel mercato per diventare un compito esclusivo del settore pubblico, come devono evolvere le politiche di acquisizione delle biblioteche di conservazione per tutelare i volumi a rischio prima che vengano ridotti a scarto industriale? La funzione di presidio delle biblioteche dovrà necessariamente estendersi verso la prevenzione, oltre che alla preservazione. A meno che non vogliamo illuderci che la sola tutela pubblica basti a sottrarre la memoria cartacea a questa mattanza.
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