Valentina Meliadò, giornalista e storica. Nel 2006 ha pubblicatoIl Manifesto dei 101. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali italiani, libro dedicato alla frattura tra partito comunista e intellettuali all'alba della repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956; nel 2009, per la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”, il saggio Ugo Spirito il rivoluzionario: dall'attualismo al comunismo, dedicato al viaggio intrapreso dal filosofo del problematicismo in Unione Sovietica nel 1956. Già redattrice della trasmissione radiofonica Rai Radioanch'io, e giornalista del quotidiano “Liberal”, collabora attualmente con il quotidiano “L’Opinione” e con la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”.
Recensione a: P. Battista, La nuova caccia all’ebreo, Liberilibri, Macerata 2024, pp. 88, € 14,00; Id., Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana, La Nave di Teseo, Milano 2025, pp. 144, € 16,00.
Ci sono libri che raccontano una storia, e libri che la storia aiutano a comprenderla meglio. A fare la differenza spesso è il momento, la necessità, l’urgenza morale di farsi sentire, ma è difficile scrivere la cosa giusta, di questi tempi. Troppa pressione, troppi condizionamenti, la sensazione netta di dover andare per forza in una determinata direzione, o di doversi barcamenare tra una malcelata acquiescenza e un sofferto basso profilo. È dura opporsi allo status quo, soprattutto quando qualcosa che ritenevamo inconcepibile diventa, nel giro di poche settimane, un mantra collettivo che investe, travolge, permea di sé l’immagine che avevamo del mondo. Del nostro mondo. Come se un demone sopito avesse improvvisamente avuto la forza di sollevare il coperchio del vaso di Pandora, permettendo al male di propagarsi ed infettare la nostra stessa idea di civiltà.
Questo deve aver pensato Pierluigi Battista lo scorso anno, quando ha sentito l’esigenza di sfidare il rigurgito antisemita seguito al 7 ottobre 2023 con La nuova caccia all’ebreo, un pamphlet che trasuda sconcerto e angoscia per l’inevitabile presa di coscienza che l’antisemitismo non solo è tutt’altro che un fenomeno minoritario, ristretto, chiuso all’interno di una determinata cerchia storico-politica, relegato agli indici dei fossili della storia; no, esso è un sentimento camaleontico, duttile, resistente, capace di viaggiare nel tempo e con il tempo, e di evolversi con il mutare degli eventi; un virus paziente, in grado di aspettare il momento giusto per riemergere, espandersi, avvelenare il tessuto sociale della società. Forse lo sapevamo già, ma non ne abbiamo preso coscienza veramente, fino al 7 ottobre. Che non è stato un massacro, ma un assaggio del genocidio promesso dall’Iran e dalle sue appendici armate allo stato ebraico. Israele però, ancora una volta e forse più di qualsiasi altra volta, ha reagito con degli obiettivi chiari e una determinazione feroce: espungere Hamas da Gaza una volta per tutte, ridimensionare le minacce iraniane, sconfiggere i suoi nemici in Libano, Yemen, Irak.
Bastano pochi giorni di una guerra che si presenta subito sporca, drammatica, infame, e la già tiepida solidarietà allo Stato ebraico – che si ritrova oltretutto con 251 ostaggi tra uomini donne e bambini da salvare – evapora nella critica serrata alla sproporzione della reazione. Israele bombarda, distrugge, uccide, come in ogni guerra. Ma questa guerra la combatte contro un nemico che, nonostante un armamento impressionante, fondi stratosferici, e 500 km di tunnel sotterranei attrezzati di tutto punto, non ha un esercito regolare; il suo esercito sono i circa due milioni di civili di Gaza, carne da macello – secondo gli intenti e le dichiarazioni mai smentite degli stessi miliziani di Hamas (che governano la Striscia dal 2006, dettaglio questo troppo spesso omesso o dimenticato) – cui non solo viene impedito l’accesso ai tunnel, ma di cui si usano le abitazioni private, gli edifici pubblici e le infrastrutture civili per sferrare attacchi missilistici, stipare armi, nascondere ostaggi. Con l’obiettivo, anche questo mai negato, di subire il maggior numero di perdite possibile tra i civili, e distruggere definitivamente l’immagine di Israele agli occhi del mondo.
È una strategia vincente: le immagini della distruzione e della sofferenza dei palestinesi di Gaza feriscono la coscienza dell’opinione pubblica occidentale, mentre gli uomini di Hamas sono ovunque e da nessuna parte, sono in mezzo ai civili, sono essi stessi civili, ma diventano riconoscibili alla vista del mondo solo durante le penose cerimonie di restituzione degli ostaggi israeliani, quando escono dai loro nascondigli sotterranei con la divisa verde pulita e stirata.
Non è la prima volta. Dalla dichiarazione di indipendenza dello Stato israeliano, nel 1948, in poi, ogni volta che il conflitto israelo-palestinese si è imposto alle cronache dei mass media a vincere sul campo è sempre stato il piccolo Stato ebraico, ma a costo di una erosione costante della sua immagine pubblica. Tale processo ha subìto una accelerazione importante nella seconda metà degli anni Sessanta, quando la volontà sovietica di appoggiare il nazionalismo arabo, e di espandere la propria influenza nei paesi arabo-musulmani, ha determinato un sodalizio tra l’estrema sinistra e la causa palestinese, diventando via via quest’ultima, sulla scia del terzomondismo anti-colonialista e dei conflitti mediorientali, il simbolo semplificato – ma potente – dell’opposizione tra gli ultimi della Terra e l’oppressione capitalistica occidentale. Così l’antisemitismo ha smesso ufficialmente di essere non solo un relitto della storia, ma anche un fenomeno silente, qualcosa di sussistente e mai veramente eradicato dalla società, ma di cui era obbligatorio vergognarsi. Teneva, e per decenni ha tenuto – almeno in superficie – il cappello del ricordo e della colpa della Shoah. Fino al 7 ottobre.
Le cose non cambiano mai tanto velocemente, ma qualcosa deve essere sfuggito anche agli osservatori più attenti, se la reazione ad una strage volutamente tanto orrenda ed efferata è stata l’accettazione dell’antisemitismo anche tra la «parte più progressista del mondo culturale». È questa la disperante novità che Pierluigi Battista denuncia ne La nuova caccia all’ebreo: la sinistra antisemita non è più solo quella estrema di una nutrita galassia di collettivi, antagonisti e centri sociali, ma quella culturale e istituzionale che ha sdoganato la categoria politica all’interno della quale ha preteso di legittimare l’odio per Israele: l’antisionismo.
È incredibile quello che si è preteso di dire e giustificare dietro lo scudo dell’antisionismo quale legittima critica politica all’operato del governo o dello Stato israeliano, ma quali che fossero le intenzioni delle tante coscienze indignate dall’andamento della guerra a Gaza, la realtà, oggi, è una sola: l’antisemitismo dilaga, l’odio per gli ebrei in quanto tali, e del sionismo come diritto di Israele all’esistenza e alla sicurezza, si manifesta senza remora alcuna in qualunque ambito della vita civile, politica, sociale, istituzionale e culturale. L’ultimo velo di pudore è definitivamente caduto, il mantra della crudeltà dello Stato ebraico nella conduzione della guerra a Gaza ha sancito un’equazione che fino a ieri avevano osato solo i più esaltati: Israele è come il nazismo, le vittime della Shoah sono gli artefici di un nuovo genocidio. Una boutade storica che dovrebbe solo essere ignorata, se non fosse che una simile enormità è accettata, creduta e ripetuta dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica internazionale.
Ecco allora che gli ebrei possono essere attaccati, insultati, offesi, vilipesi, cacciati, censurati, persino uccisi – come accaduto a due giovani diplomatici israeliani a New York – in qualsiasi strada di qualunque città europea o occidentale, senza che questo turbi minimamente i pensieri di chi scende in piazza “per la pace”; peccato che la pace si sia dimenticata per due anni filati degli ostaggi israeliani, della loro prigionia, delle loro sofferenze, della loro morte, dei racconti terribili dei sopravvissuti. Niente ha fatto veramente notizia, in questi ventiquattro mesi, che non sia accaduto per mano degli israeliani, o che non sia a loro imputabile. L’assurdo è diventato normalità: boicottaggi, proibizioni, esclusioni a livello artistico, sportivo, scientifico, didattico. Gli ebrei tornano ad avere paura di essere ebrei, e il mondo sembra compiacersene.
Pensare che tutto questo sia frutto esclusivo dello sdegno per una guerra – per quanto orrenda – è estremamente riduttivo. Dietro ci sono anni di lavoro sotterraneo ma costante della Fratellanza musulmana e dei Paesi che hanno investito cifre enormi nella propaganda e nella infiltrazione delle università, dei media e dell’associazionismo occidentali, un lavoro oltretutto enormemente facilitato dalla mentalità autodistruttiva abbracciata dall’Occidente con il wokism, l’ossessione del politicamente corretto, il terrore di essere tacciati di islamofobia. Questione di numeri, anche. La popolazione di religione islamica è enormemente cresciuta in tutti i paesi occidentali, l’opinione e la sensibilità dei giovani di seconda o terza generazione conta, e conterà molto nelle urne.
Che fare? Abbiamo perso i parametri entro i quali la questione mediorientale andrebbe inserita sotto una quantità incredibile di luoghi comuni privi di fondamento storico, e siamo al punto in cui gli orfani di ideologie già sconfitte dalla storia elevano terroristi sanguinari al rango di “resistenza”. Siamo tornati indietro di decenni pensando di aver saldato il conto con la popolazione ebraica da un pezzo, raccontandoci che sì, c’è stata la Shoah, però i cattivi adesso sono loro, gli ebrei. Ma li abbiamo mai fatti davvero, questi conti? Non me lo ero mai chiesta veramente, finché non ho avuto in mano un altro libro di Pierluigi Battista, il più recente: Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana.
Chi diavolo è Tullio Terni? Perché scriverci un libro sopra? Perché tirare fuori una storia prettamente italiana in questo momento? La risposta fa male. Questo libro è uno schiaffo alla dimenticanza, uno strappo alla coperta del conformismo in cui abbiamo vissuto comodi, evitando di farci un mucchio di domande per un sacco di tempo. Tullio Terni è stato un grande scienziato italiano, ebreo, cui si deve, tra le altre cose, la scoperta di un gruppo di neuroni responsabile di determinate malformazioni cardiache (la Colonna di Terni). Un uomo colto, elegante, raffinato, docente all’Università di Padova, membro dell’Accademia dei Lincei; fino al 1938. Quando le leggi razziali fasciste si abbattono sulla popolazione ebraica italiana, il sette percento delle cattedre universitarie del paese è occupato da professori ebrei, e molti di questi – tra cui Tullio Terni – per continuare ad insegnare accettano di giurare fedeltà al fascismo. Potevano opporsi? Battista se lo chiede e la risposta è il ricordo dei dodici (dodici!) docenti, tra gli oltre 1200 che accettarono, che risposero “no”. In dodici si opposero al diktat fascista a sprezzo del pericolo oggettivo cui tale posizione li esponeva, quindi sì, opporsi era possibile, e qualcuno lo ha fatto. Ma chi conosce i nomi di questi dodici, veri eroi italiani? Io sapevo solo della loro esistenza, prima di leggerne i nomi nel libro di Battista, e sono abbastanza sicura di non essere la sola. Perché questi uomini coraggiosi non vengono ricordati, perché non esistono strade, piazze, monumenti in loro memoria?
Battista riassume nel libro tutte le fasi della persecuzione fascista nei confronti degli italiani ebrei: esclusione, discriminazione, mortificazione, ma loro stentano a crederci; in molti, se non la maggioranza, non riescono a convincersi che il loro paese, di cui sono e si sentono a tutti gli effetti parte costituente, voglia ghettizzarli, punirli, liberarsi di loro. Tanti, oltretutto, sono genuinamente fascisti, ma quando la situazione volge al peggio, salvarsi diventa una priorità, un’esigenza per la quale si è pronti a tutto: convertirsi, cambiare nome, esibire patenti di fascismo, rinnegare la propria identità. Tullio Terni, vinto dalla storia e distrutto psicologicamente, le prova tutte, ma non basta. Non basta mai. E allora tenta il gradino più basso della mortificazione imposta dal regime: cerca di dimostrare di avere abbastanza sangue ariano nelle vene da poter soddisfare le percentuali richieste dalla Demorazza (così, ridicolmente e tragicamente – come sottolinea Battista, si chiama la “Direzione generale per la demografia e la razza).
Non basta. Dopo l’8 settembre, alla famiglia Terni non rimane che cambiare nome e rifugiarsi prima a Firenze, poi nelle campagne toscane. Riescono a scamparla. I Terni sopravvivono al fascismo, al nazismo, alla guerra, ma non all’Italia libera e repubblicana. A mesi di distanza dalla fine del conflitto, Tullio Terni finisce davanti alla commissione di un tribunale antifascista, che ne decreta l’epurazione dall’Accademia dei Lincei con la seguente accusa: “condotta vile per aver chiesto l’arianità e per conservare la tessera fascista” dopo la promulgazione delle leggi razziali. Discriminato dagli antifascisti per aver cercato di continuare a vivere, fisicamente e professionalmente, in sostanza. E a votare per la sua epurazione, tra i membri della commissione, c’è lo scienziato Giuseppe Levi, padre di Natalia Ginzburg, amico e collaboratore di Terni, tanto che questi ne ha frequentato assiduamente la casa e la famiglia. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Il 25 aprile del 1946, a un anno esatto dalla Liberazione, all’età di 58 anni, Tullio Terni si toglie la vita con la fiala di cianuro che teneva in tasca dal tempo dell’occupazione nazista, in caso fosse caduto in mano nemica.
Di fronte al tradimento del suo paese e di un amico tanto caro, Terni soccombe. Altri avevano ceduto alla disperazione, prima di lui, e altri lo faranno dopo di lui. Ed è qui che il libro di Battista fa più male. Tullio Terni aveva commesso un peccato cercando di blandire il regime per salvare il suo lavoro e la sua vita? Sì, presumibilmente. Era stato l’unico? Ovviamente no. Chi sono gli altri, che fine hanno fatto? Gli altri, in buona sostanza, sono quelli che nulla ebbero a eccepire davanti alle leggi razziali e alla loro applicazione più becera. Tra questi, molti nomi prestigiosi dell’Italia repubblicana, antifascisti dell’ultima ora dopo essersi spellati le mani per anni al solo nome del duce. La discriminazione degli ebrei è la manna per “delatori e spie di ogni risma”, e le cattedre rimaste forzatamente vacanti vengono occupate da “uomini che per i loro titoli scientifici avrebbero forse potuto aspirare a un buon posto di bidello”, secondo le parole di Piero Calamandrei.
Occupate e mai più restituite. Perché tra i più zelanti e servili adulatori del regime e indefessi esecutori delle direttive discriminatorie ci furono gli intellettuali, i professori, quelli premiati dal fascismo con vantaggi materiali e professionali, e dall’antifascismo con la dimenticanza della loro compromissione. I redenti, come li ha bollati Mirella Serri in un bel libro del 2009, gli epuratori che avrebbero dovuto essere essi stessi in larga parte epurati, come ricorda Battista. Invece non andò così. Andò che i docenti ebrei che osarono reclamare le loro cattedre nell’Italia democratica vennero accolti con fastidio e riluttanza, e che per non disturbare i loro usurpatori le stesse cattedre vennero sdoppiate; andò che la burocrazia si impegnò con impedimenti e impuntature d’ogni sorta per rendere il reintegro più difficile; andò che il risarcimento economico degli anni negati dovette aspettare a lungo, quando ci fu; andò che l’abrogazione integrale e definitiva delle leggi razziali in Italia porta la data del 1987, 42 anni dopo la fine della guerra.
Il patto dell’oblio. Così Battista definisce la nebbia della memoria proditoriamente scesa sull’Italia repubblicana e democratica. Così il nome di Tullio Terni è stato dimenticato, insieme alle nefandezze e alle ingiustizie che dovette patire, lui e tanti altri. Così, per non intaccare l’ascesa e l’autorevolezza dei redenti, anche i nomi dei dodici eroici docenti che rifiutarono fedeltà al fascismo sono stati rimossi dalle nostre coscienze; così ci siamo illusi di aver fatto i conti con la nostra storia, e così si spiega meglio come siamo arrivati a cavalcare l’antisemitismo di oggi. Ecco perché i libri di Pierluigi Battista andrebbero letti.
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