Professore di Storia delle Dottrine Politiche

Danilo Breschi è professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Teorie dei conflitti, Fondamenti di politologia ed Elementi di politica internazionale. È direttore scientifico del semestrale «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee». Fra le sue pubblicazioni più recenti: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (Mauro Pagliai Editore, 2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità (Luni Editrice, 2018); Quale democrazia per la Repubblica? Culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (Luni Editrice, 2020); Yukio Mishima. Enigma in cinque atti (Luni Editrice, 2020); La globalizzazione imprevidente. Mappe nel nuovo (dis)ordine internazionale (con Z. Ciuffoletti e E. Tabasso; Effigi, 2020). Ha curato il volume collettaneo Il tramonto degli imperi (1918-2018), con A. Ercolani e A. Macchia (Aracne, 2020). Ha altresì curato e introdotto nuove edizioni dell’Utopia di T. Moro (Giunti Demetra, 2018) e della Leggenda del Grande Inquisitore di F. Dostoevskij (Edizioni Feeria, 2020). Altri suoi scritti si trovano nel blog: danilobreschi.com.

Recensione a
M. Veneziani, Comunitari o liberal. La prossima alternativa?
Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 128, €7.00.

Questo agile scritto di Marcello Veneziani uscì in prima edizione nel 1999. Eravamo al termine di un decennio che in Italia aveva visto riemergere nel dibattito pubblico il termine-concetto politico di “destra”. Erano successe molte cose tra il 1993 e il 1994, all’indomani dell’esplosione dello scandalo di Tangentopoli e del crollo del sistema partitico della cosiddetta “Prima Repubblica”. Solo per ricordare alcuni fatti: dalla riforma del sistema elettorale di comuni e province, che aveva introdotto l’elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia, alla significativa crescita di consensi del Msi con i ballottaggi conquistati a Roma e a Napoli, alla “discesa in campo” di Berlusconi all’inizio del 1994 con successiva vittoria di un fronte di “centro-destra”, tanto inatteso quanto inedito. Le elezioni del marzo 1994 si erano tenute con nuovo sistema elettorale tendenzialmente maggioritario (il cosiddetto “Mattarellum”), tale da favorire un bipolarismo partitico altrettanto inedito per la storia repubblicana italiana. Si cominciò a parlare, ora in maniera entusiastica, ora con toni più preoccupati, di destra e sinistra come alternativa inevitabile nella vita politica nazionale. Fine dei partiti di centro, così pareva.

A rilanciare il dibattito su questa distinzione classica del pensiero politico contemporaneo e dei sistemi rappresentativi liberaldemocratici fu un instant book (Destra e sinistra, Donzelli) firmato proprio nel febbraio del ’94 da Norberto Bobbio, figura eminente di una cultura politica di sinistra liberal-socialista che si presentava come la prospettiva ideale e il riferimento obbligato per gran parte del mondo post-comunista travolto e sconvolto dal crollo del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione Sovietica. Obiettivo: trovare il criterio fondativo. In altre parole, si cercavano i contenuti (valori e comportamenti) con i quali riempire di senso le parole di destra e sinistra. Usate in senso necessariamente oppositivo dominarono per oltre un decennio la vita politica italiana, godendo di una fortuna e diffusione a livello di mass media incomparabili con il passato. Del resto, fino al 1994 il primo dei due termini era pressoché bandito, in quanto fatto coincidere arbitrariamente con il fascismo. L’avvento di un bipolarismo, più o meno compiuto, sul piano elettorale e parlamentare agevolò la circolazione di questa dicotomia classica del pensiero politico. Bobbio prese il criterio fondativo del socialismo nell’Europa del XIX secolo, l’eguaglianza, e scrisse: è di sinistra chi considera gli uomini più eguali che diseguali, e fa di tutto perché così sia nella realtà impegnandosi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico, politico e sociale; è di destra chi la pensa in modo specularmente rovesciato, diametralmente opposto.

L’asimmetria di una simile definizione è di immediata evidenza. Una posizione è definita per sottrazione o in negativo rispetto all’altra. Ma, d’altronde, va a finire sempre così quando si affronta il tema destra/sinistra: una delle due parti definisce l’altra a suo uso e consumo. Diciamo meglio: in ogni spiegazione dei significati e delle ragioni che stanno dentro la classica dicotomia c’è sempre una forte dose di soggettività, più di quanto valga per altre categorie politologiche. Va poi aggiunto che destra e sinistra non sono due entità fisse, bensì mobili e, per di più, relazionali, per cui l’una si definisce in funzione e in rapporto all’altra e viceversa.

Marcello Veneziani provò pertanto a delineare una coppia oppositiva diversa capace di riempire lo spazio politico italiano ed europeo. Dopo aver già fornito una propria risposta a Bobbio (Sinistra e destra, Vallecchi, Firenze 1995), lo scrittore e giornalista pugliese intense proporre non un solo criterio, con i rischi di asimmetrie e unilateralità che ciò comporta, ma piuttosto due principi e due etiche alla base di due orientamenti politici fra loro antagonistici. Il tentativo era recuperare e rielaborare in funzione italiana ed europea una dicotomia che a partire dalla fine anni Settanta aveva per oltre un decennio animato il confronto politico-culturale anglo-americano, ma soprattutto fra studiosi statunitensi e canadesi.

Quanto ai principi, ad avviso di Veneziani abbiamo, da un lato, la comunità e, dall’altro, l’umanità; da un lato, l’idea di radicamento e di tradizione, dall’altro, «l’idea di emancipazione, di liberazione dai legami, nel progetto di un’umanità liberata». A queste idee e a questi principi corrispondono due veri e propri tipi umani: l’uomo comunitario e l’uomo liberal. A questi si attagliano due diverse linee di condotta. La prima, cioè l’etica comunitaria, si fonda sul senso dell’onore. La seconda, ovvero l’etica liberal, si fonda sul senso della generosità.

La distinzione presentava all’epoca due limiti maggiormente evidenti rispetto ad oggi. In primo luogo, gli stessi termini erano ripresi da una realtà sociale e culturale, quella statunitense, che era ancora difficile piegare interamente al contesto italiano ed anche europeo degli anni Novanta e Duemila. Già nel 2021 questa dicotomia corrisponde maggiormente a quanto prodotto dal processo di globalizzazione sulla mentalità politica collettiva, per cui l’americanizzazione di economia e cultura è proseguita negli oltre vent’anni che ci separano dalla prima edizione dello studio di Veneziani. In secondo luogo, lo studioso pugliese aveva ragione nell’individuare nel rapporto con lo spazio e con il tempo la fonte di due atteggiamenti diversi nei confronti di quel problema della convivenza, della sua natura e dei suoi fini, in cui di fatto si riassume la politica. Ma così facendo, e nonostante tutte le cautele che assume nel tracciare il profilo di una dicotomia che vorrebbe essere solo orientativa, finisce per riproporre la distinzione destra/sinistra nei termini di un’opposizione fra tradizione (o radicamento) e progresso (o emancipazione). Sarà un’alternativa più elaborata, e per molti aspetti lo è, ma non pare rovesciare la logica interna alle argomentazioni bobbiane, se non per il fatto, indubbiamente rilevante, che la diade è composta da due termini che possono entrambi assumersi come positivi e autonomi. Eguaglianza ed ineguaglianza mostravano come in Bobbio l’un criterio fosse parassitario dell’altro, con la conseguente pregiudiziale svalutazione dell’uno e l’aprioristica esaltazione dell’altro.

Veneziani è partito da un buon proposito, assolutamente condivisibile, anche sul piano euristico. Invece di descrivere la realtà sulla base di una diade astratta, che spesso è il frutto di simpatie personali, vuole che sia la realtà (dei valori e dei comportamenti concreti delle persone) a descrivere e riempire i due termini della diade. Così eccoci fornito un lungo e dettagliato elenco di ben trentacinque coppie oppositive di posizioni, le quali rifletterebbero «un dualismo di fondo nelle risposte che ciascuno di noi dà rispetto ai valori, alle realtà e alle priorità che dobbiamo assegnare». Ne riportiamo alcune: liberazione/libertà; individuo/famiglia; il sogno di un paese normale/la vita di un paese reale; la democrazia delegata/la democrazia diretta; lo statalismo senza idea di Stato/lo Stato senza statalismo; il male è il razzismo/il male è l’omologazione; giustizia come garanzia/giustizia come ordine; diritti dell’individuo/diritti della persona; variabilità (nel tempo e nei comportamenti)/varietà (nei luoghi e tra i popoli); ecc.

Due sono i dubbi che subito insorgono. Innanzitutto, nessuno ci assicura che gli italiani (per limitarci a loro) si ritrovino perfettamente in queste coppie di risposte. Può darsi che queste coppie siano poche oppure che siano in eccesso. E poi non è nemmeno certo che la stragrande maggioranza delle persone si ritrovi tutta su un lato (il destro o il sinistro; sempre lì si finisce…) piuttosto che sull’altro delle coppie incluse nell’elenco. Alcune coppie, poi, rivelano maggiormente i limiti e le contraddizioni di un pensiero che cerca sempre l’immagine speculare di ogni sua affermazione. Personalmente, possiamo dire che mali sono sia il razzismo sia l’omologazione, peraltro in egual misura. Si prenda poi, ulteriore esempio, la diade numero 28, tolleranza/rispetto, e vediamo che cosa dice Veneziani a proposito di ciascuno di questi due concetti. Scrive che «tollerare è un lasciar far; rispettare è prestare attenzione». E subito dopo aggiunge: «Ci sono libertà che vanno tollerate e altre che vanno rispettate». Dunque, si è tolleranti o rispettosi a seconda dei casi. O meglio ancora: se si vuole avere e dare libertà in un mondo di differenze, si è sia tolleranti sia rispettosi. E lo stesso discorso potrebbe essere ripetuto per parecchie di queste coppie.

L’impressione complessiva, dunque, è che Veneziani non riesca a perseguire il suo meritorio intento iniziale. Invece di fondare la propria dicotomia sulla realtà, si limita infine a prendere atto di una tendenza bipolare cresciuta nel mondo politico italiano degli anni Novanta. Sui due schieramenti che andavano faticosamente configurandosi, Veneziani proponeva di sovrapporre due griglie di posizioni e giudizi che fossero antagonistici ma non escludenti e integralisti. La perplessità che emerge anche oggi in chi si trovi di fronte ad un simile proposta dicotomica è sempre la solita e si traduce in tre osservazioni.

Prima osservazione: in questa catalogazione concettuale è molto difficile scindere la componente soggettiva da quella oggettiva, e l’impressione che si ha è che questa sia la dicotomia di Veneziani, quella sia invece di Bobbio, quell’altra ancora di Tizio o Caio, eccetera, eccetera.

Seconda osservazione: la natura di queste dicotomie è politica, dunque conflittuale; nasce cioè da un preventivo schierarsi di chi propone la dicotomia. Se non fosse “politicizzato” o “ideologizzato” costui non la proporrebbe, specie in termini di valori e visioni del mondo, ma si limiterebbe a descrivere i metodi di scelta, insistendo ben poco sui contenuti delle scelte fatte. Soprattutto si curerebbe poco di definire la posizione dell’altro, di chi fa una scelta diversa. E poi resta aperto l’interrogativo se la logica binaria sia l’unica valida a definire la politica in Occidente. Ma la politica nasce nella polis ma si nutre (anche) di polemos.

Terza osservazione: ogni dicotomia dicotomizza le persone, le taglia in due blocchi netti e incomunicabili. Come ha osservato Marco Tarchi, «la maggior parte degli individui non adottano sempre posizioni “di destra” oppure posizioni “di sinistra” di fronte alle scelte in cui si imbattono, ma tendono a collocarsi diversamente a seconda del problema che si pongono».

Veneziani è ben consapevole del fatto che «la realtà non presenta mai modelli così netti e distinti, e adesioni altrettanto nette e decise, ma procede per contaminazioni, attraversamenti, contraddizioni». Anzi, aggiunge che queste contaminazioni «non sono il segno dell’imperfezione ma anche la risorsa che consente la convivenza, la reciproca comprensione». In tal senso le pagine di Comunitari e liberal meritano di essere rilette a vent’anni di distanza, poiché sono ricche di obiezioni mosse a ciascuna delle due posizioni allo scopo di attenuarne la rigidità e favorirne la reciproca legittimazione nel quadro delle regole del gioco liberaldemocratico.

Distinzioni come quelle tra destra e sinistra o tra conservatori e progressisti, così come tra comunitari e liberal, hanno oggi una molto parziale capacità descrittiva, indebolite come sono da una miriade di eccezioni alla regola. Due sole dimensioni, rigide e impermeabili, non bastano più a contenere lo spazio politico e sociale. E soprattutto non varranno a spiegare le scelte di una fetta non inconsistente dell’elettorato che verrà, cioè delle nuove generazioni. Il problema è che la politica rimanda ad una serie di soggetti, individuali e collettivi (dal singolo cittadino al partito, dalla famiglia all’imprenditore), che sono in profonda trasformazione, specialmente a seguito della crisi pandemica in atto. Difficile dire se e quanto le domande che questi soggetti in mutazione andranno a formulare siano ancora incasellabili e divisibili su due fronti, sia pure orientativi. E poi, sul piano morale è possibile individuare due nozioni immediatamente traducibili sul piano politico?

Ripensare i criteri dell’agire politico è dunque inevitabile. L’azione può seguire il pensiero, a patto però che questo sia lucido e capace di catturare i processi materiali in corso di svolgimento. Se così non fosse, è certo che sarà l’agire a prevalere e a precedere il pensiero. E il puro agire è spesso modellato dalla realtà su cui vuole incidere, molto più di quanto non creda. Pensiero storico, dunque.

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