Antonino Infranca è nato a Trapani (Italia) nel 1957, si è laureato in Filosofia presso l’università di Palermo (1980), si è specializzato in Filosofia presso l’università di Pavia (1985), ha conseguito il Philosophical Doctor (Ph. D.) presso l’Accademia Ungherese delle Scienze (1989). Nel 1989 ha ricevuto la Medaglia Lukács per la Ricerca Filosofica. È autore di Giovanni Gentile e la cultura siciliana (Roma, 1990), di Tecnecrate. Dialogo (in italiano Roma, 1998; in portoghese San Paolo, 2003; in spagnolo Buenos Aires, 2004), El Otro Occidente. Siete ensayos sobre la realidad de la Filosofía de la Liberación (in spagnolo Buenos Aires, 2000; in francese Parigi, 2004; in italiano Roma, 2010), Trabajo, Individuo, Historía. El concepto de trabajo en Lukács (Buenos Aires, 20052; Caracas, 20063; in portoghese, San Paolo, 2011) e I filosofi e le donne (in spagnolo Buenos Aires, 2006; in italiano Roma, 2010). Ha curato l’edizione in spagnolo di diversi libri di Lukács.

Recensione a: Quaderni di “Tempo presente” n°. 1, 2022, Nicola Chiaromonte o del pensiero libero, a cura di A. Anghero, A. Meccariello, e C. Ocone, Edizione della Fondazione Giacomo Matteotti, Roma 2022, pp. 281.

Nicola Chiaromonte (1905-1972) è certamente un intellettuale atipico nel panorama della cultura italiana; atipico perché fuori da ogni conventicola, parrocchia, fratria, partito, è stato un «cane sciolto» (Aghemo, p. 10), «timido e schivo» (Meccariello, p. 20), «ha come pochi altri esibito una straordinaria fedeltà a se stesso» (Panizza, p. 81). È difficile, quindi, rinchiuderlo dentro uno schema, dargli una definizione definitiva, forse più facile è dire cosa non è stato, perché ogni definizione in positivo rischia di essere limitante, sicuramente non è stato marxista o comunista, in un’epoca in cui questi due termini indicavano una militanza in partiti onnicomprensivi, non è stato cattolico in una Chiesa non meno onnicomprensiva. Qualcuno lo ha definito un liberal-socialista, aperto a tutte le possibili esperienze intellettuali, ma questa è una definizione che non definisce nulla, perché mette tutto dentro di tutto. Mi limito a riprendere quanto scritto in questo Quaderno di “Tempo presente”: «un umanista, ma in senso lato» (Ocone, p. 73). E anche definirlo “umanista”, come si nota dalla citazione, non è facile. Insomma credo che la cifra minima possa essere una definizione in negativo: Chiaromonte rifiutava di essere inserito in schemi totalizzanti, preferiva la libertà dello scetticismo senza limiti o meglio si fermava al limite. Infatti A. Meccariello lo compara a Simone Weil (cfr. p. 205), comparazione che appare convincente.

Alcune caratteristiche teoriche non sono discutibili: l’antifascismo e l’anticomunismo; caratteristiche che influenzarono profondamente la sua stessa vita. Dal fascismo fuggì prima in Francia e poi negli Stati Uniti, ma lo affrontò direttamente durante la Guerra di Spagna, alla quale partecipò attivamente. Con il comunismo il confronto fu pacifico, seppure costante nel secondo dopoguerra, pur riconoscendo al marxismo lo spessore teorico: Manica ricorda che Enzo Bettiza poneva Chiaromonte al livello teorico di Croce e Lukács a proposito della teoria del romanzo (cfr. p. 179), riconoscendo, in tal senso, l’alto livello della teorizzazione di Chiaromonte e confermando che il confronto con il marxismo era fecondo per Chiaromonte.

L’anticomunismo attirò a Chiaromonte le attenzioni della C.I.A., che arrivò al punto di finanziare, in forma occulta, il Congresso per la Libertà della Cultura, di cui Chiaromonte fu sostenitore (cfr. Panizza, p. 94; Aghemo, pp. 241 e 261). La scoperta di questo finanziamento occulto provocò in Chiaromonte una profonda crisi, a dimostrazione della sua onestà intellettuale, che rifiutò sempre di asservirsi a qualsiasi regime o potere politico.

Il costante fondamento del pensiero politico di Chiaromonte fu sempre il valore riconosciuto alla democrazia, cioè alla possibilità che l’azione di un singolo individuo possa influire sulla vita degli altri, insieme ai quale convive. L’azione politica, quindi, per Chiaromonte era strettamente connessa con la produzione intellettuale. In quanto intellettuale Chiaromonte si riteneva un individuo che con l’uso appropriato delle parole potesse indurre gli altri, i suoi lettori e ascoltatori, ad azioni politiche concrete. Dunque, se Chiaromonte rifiutava la filosofia della storia, intrinseca al marxismo, finiva per ammettere la giustezza del rapporto tra teoria e prassi. Per Rosaria Catanoso questo aspetto è in comune tra Chiaromonte e Hannah Arendt (cfr. p. 230), che furono amici nel periodo statunitense di Chiaromonte. In entrambi si può rilevare la tendenza a considerare l’individuo come ente che trascende la contingenza storica, che va oltre il tempo storico alla ricerca di valori eterni: la democrazia e la libertà sono valori eterni per Chiaromonte.

Si può, pertanto, comprendere l’ostilità di Chiaromonte a qualsiasi forma di malafede, soprattutto in epoche di trionfanti totalitarismi. Ocone sintetizza in tal modo la ripulsa di Chiaromonte verso la malafede: «La malafede è prima di tutto per lui “lo spirito del tempo”: segnala il fatto che l’uomo ha perso la fede non solo in Dio, ma anche in una qualsiasi idea che dia senso al mondo. È quello che altre volte Chiaromonte chiamerà “nihilismo”» (p. 75). Per Chiaromonte l’epoca della malafede inizia il 2 agosto 1914 con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando cioè finisce la fede nel progresso (cfr. p. 78). Questa convinzione fa di Chiaromonte un uomo che guarda al passato, ai valori dell’Ottocento, anche se il suo spirito critico gli permette di rendersi conto che la sua Italia fu costruita male, che il Risorgimento fu realizzato tradendo gli ideali liberali ai quali diceva di ispirarsi. Questa convinzione avvicina Chiaromonte a Gobetti, altro grande liberale che avrebbe voluto che il Risorgimento fosse stato una “Rivoluzione liberale”. Ma anche Gramsci non era lontano da questa convinzione di un Risorgimento come rivoluzione mancata. Non c’è dubbio che Chiaromonte non considerasse Gramsci un dogmatico stalinista.

Un campo di attività, in cui Chiaromonte svolse un’ampia attività, fu il teatro. Chiaromonte condivise l’amore per il teatro con un altro suo grande amico, Albert Camus, come ricorda Samantha Novello (cfr. pp. 207-220). Un amore che andava ben oltre la passione e passava all’aspettativa di un cambiamento radicale dell’esistente: «Il teatro è autenticamente rivoluzionario nella misura in cui offre alcuni esempi ragionati attraverso i quali la mente è mimeticamente guidata a “giudicare il reale secondo quel modello”, a “dirigere o non dirigere un raggio di luce verso un certo punto del buio che continuamente forma e si riforma nel nostro orizzonte mentale“» (p. 219). La Novello ha ripreso sapientemente le parole di Chiaromonte, le quali riecheggiano quelle che un altro grande intellettuale del Novecento, ricordato prima, dedicò al teatro, con le stesse aspettative rivoluzionarie di Chiaromonte: Lukács. Anche il giovane Lukács fondò piccole comunità, “fratrie” come le chiamava Chiaromonte, con l’intenzione di rinnovare la propria cultura nazionale. Identiche intenzione e difficoltà di realizzare questo sogno utopico.

Rimane di Chiaromonte, quindi, la grande fiducia nella lotta intellettuale incessante e senza tregua per realizzare un ideale di libertà e democrazia, che senza dubbio avrebbe migliorato l’Italia, ma di cui la classe politica fu sostanzialmente estranea, se non addirittura ostile. La pubblicazione di questo numero speciale della rivista dello stesso Chiaromonte, “Tempo Presente”, – che raccoglie gli atti del convegno dedicato all’intellettuale “liberal-socialista” del 29 aprile 2022 – servirà a ricordare proprio quell’incessante lotta intellettuale, quella personalità atipica, sostanzialmente estranea allo “spirito del tempo” dell’Italia del Novecento.

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