Il dibattito sulla meritocrazia attraversa l’intera storia del pensiero politico moderno e continua a dividere pensatori, filosofi della politica, economisti e teorici della giustizia. In questo confronto si inseriscono le riflessioni di Zaccarias Gigli, dottorando in Diplomazia e Cooperazione internazionale all’Università per Stranieri di Perugia, e di Antonio Messina, dottore di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Catania, che affrontano il tema da prospettive teoriche differenti ma ugualmente radicate nella tradizione del pensiero politico contemporaneo.
Da un lato, il merito appare come un criterio razionale ed equo per l’assegnazione di ruoli e responsabilità, capace di contrastare privilegi e favoritismi; dall’altro, esso viene criticato come un dispositivo che rischia di legittimare disuguaglianze sociali preesistenti, trasformando il successo in virtù morale e il fallimento in colpa individuale. A partire dalle origini critiche del concetto e passando per le sue reinterpretazioni moderne, il dialogo tra queste due posizioni mette in luce una tensione fondamentale: come riconoscere e valorizzare le capacità individuali senza perdere di vista il peso delle condizioni di partenza, della fortuna e della responsabilità collettiva. La discussione che segue esplora proprio questo equilibrio instabile tra efficienza, equità e giustizia sociale.
Zaccarias Gigli
Il termine meritocrazia nasce nel 1958 con il sociologo Michael Young, che lo usa in senso critico e quasi distopico nel saggio The Rise of the Meritocracy, per descrivere una società in cui il potere viene assegnato sulla base di talento e rendimento, ma finisce per produrre nuove élite e nuove esclusioni, legittimate proprio dall’idea di merito. In seguito, però, il termine ha progressivamente assunto anche un valore positivo nel linguaggio politico ed economico, diventando sinonimo di selezione fondata su capacità e impegno invece che su privilegi ereditari o favoritismi. Prima di Young, tuttavia, il tema del merito aveva già una lunga storia. Nella tradizione classica, soprattutto aristotelica e romana, il merito era legato alla giustizia distributiva: riconoscimenti e onori dovevano essere attribuiti in proporzione al valore e al contributo dato alla comunità. Nel cristianesimo il concetto assunse una dimensione teologica, intrecciandosi con il rapporto tra opere, grazia e salvezza. In età moderna, con la crisi delle società di ordini e privilegi, il merito diventa progressivamente un principio politico alternativo alla nascita: la formula della “carriera aperta ai talenti”, affermatasi tra Illuminismo e Rivoluzione francese, propone che incarichi e funzioni pubbliche siano accessibili in base alle capacità e non al rango sociale. Tuttavia, già allora diversi autori notavano come il riconoscimento del merito fosse spesso condizionato da rapporti di potere e dalle disuguaglianze di partenza, problema che accompagnerà tutto il dibattito successivo. Le critiche moderne alla meritocrazia provengono da fronti differenti. In ambito socialista e socialdemocratico si osserva che i risultati individuali dipendono anche dalle condizioni sociali di partenza (famiglia, istruzione etc…) per cui una società che si definisce meritocratica rischia di giustificare disuguaglianze già esistenti attribuendo all’individuo responsabilità che sono in parte collettive. Dall’altro lato, alcuni pensatori liberali, in particolare Hayek, mettono in guardia dal rischio opposto: uno Stato che pretende di valutare e distribuire il merito potrebbe diventare eccessivamente interventista, sostituendo il giudizio politico o burocratico alla libera competizione e alle dinamiche spontanee della società e del mercato. Per questo il dibattito contemporaneo tende a oscillare tra chi considera il merito un criterio utile per limitare privilegi e favoritismi e chi, invece, teme che il linguaggio meritocratico finisca per legittimare o rendere meno visibili disuguaglianze sociali già esistenti, mostrando quanto sia difficile separare il riconoscimento delle capacità individuali dalle condizioni economiche e sociali in cui esse si sviluppano. Franck nel suo libro (Fortuna e successo. Perché la buona sorte governa l’economia e come fare per meritarsela, Luiss University Press, Roma 2018 titolo originale: Success and Luck: Good Fortune and the Myth of Meritocracy) dice che più del merito in una società è più importante la fortuna e da economista prova a dimostrarlo numeri alla mano.
Antonio Messina
Il concetto di merito è al centro del pensiero politico moderno ben prima del dibattito contemporaneo sulla “meritocrazia”. Già nella tradizione della giustizia distributiva classica, da Aristotele in poi, l’idea era che incarichi e responsabilità dovessero essere attribuiti in base all’idoneità a svolgerli. In età moderna, con la crisi dell’ancien régime, questo principio si traduce nella formula illuministica della carriera aperta ai talenti, che diventa un criterio alternativo al privilegio di nascita. È vero che, come ha mostrato Michael Young, il linguaggio e l’uso ideologico, talvolta anche strumentale, della meritocrazia possono trasformarsi in una giustificazione delle disuguaglianze; ma da ciò non segue che il criterio del merito sia in sé irrazionale o ingiusto nella selezione delle funzioni.
L’aspirazione a una società meritocratica è un principio fondamentale e troppo spesso accantonato in modo frettoloso per ragioni ideologiche. Dire “voglio creare una società meritocratica” significa affermare che il meccanismo di selezione della classe dirigente e, più in generale, delle mansioni lavorative debba basarsi sul merito, inteso come insieme di competenze, abilità e conoscenze necessarie a svolgere un determinato compito.
In questo senso, il merito non è un concetto astratto o morale, ma funzionale: se un ruolo richiede determinate conoscenze e abilità, è razionale e giusto affidarlo a chi dimostra di possederle in misura maggiore. È il principio che regge, ad esempio, il concorso pubblico: se due candidati sostengono la stessa prova, su argomenti noti e con criteri di valutazione chiari, non vi è alcuna ragione valida per assegnare il posto a chi ha ottenuto un punteggio inferiore perché magari è meno preparato. Farlo significherebbe sacrificare l’efficacia e la qualità dell’azione pubblica, confondendo la selezione delle competenze con obiettivi di compensazione sociale che appartengono ad altri ambiti.
Una società meritocratica seria, però, non si limita a selezionare: aiuta tutti a prepararsi. Ed è importante notare che questo, in larga misura, lo Stato già lo fa. Lo fa offrendo un’istruzione pubblica formalmente accessibile a tutti, percorsi di studio standardizzati ma anche individualizzati, strumenti di sostegno come borse di studio, alloggi universitari, agevolazioni economiche e servizi educativi. In linea di principio, tutti i cittadini hanno la possibilità di accedere allo stesso livello di istruzione e di acquisire competenze comparabili.
Se poi questo accesso non si traduce sempre in risultati equivalenti, non è automaticamente corretto attribuirne la causa alla diseguaglianza sociale. Entrano in gioco anche altri fattori: attitudini personali, differenze cognitive, temperamento, motivazione, capacità di concentrazione, perseveranza, nonché elementi comportamentali che incidono profondamente sui percorsi individuali. La fortuna ha certamente un ruolo, ma non è così dirimente da annullare la responsabilità e l’iniziativa personale. Come ricordava Niccolò Machiavelli, gli uomini non devono lasciarsi travolgere dagli eventi avversi, ma saperli affrontare e, quando possibile, sfruttare a proprio vantaggio.
In questo quadro, il merito non nega l’esistenza delle diseguaglianze, ma stabilisce un criterio chiaro e razionale per l’assegnazione dei ruoli. Le politiche di giustizia sociale hanno il compito di ridurre gli ostacoli a monte; la selezione meritocratica, invece, deve operare a valle, premiando chi dimostra di essere più adatto a svolgere una determinata funzione. Confondere questi due piani non riduce le diseguaglianze: indebolisce sia la giustizia sociale sia l’efficienza delle istituzioni.
Zaccarias Gigli
L’idea di una società meritocratica esercita un forte fascino perché promette un criterio semplice e intuitivo di giustizia: assegnare ruoli e responsabilità a chi dimostra di possedere le competenze necessarie. Tuttavia, proprio questa apparente semplicità nasconde alcune difficoltà teoriche e pratiche che meritano di essere discusse con attenzione.
Anzitutto, il merito sembra un criterio oggettivo solo finché lo si considera in modo astratto. In concreto, stabilire cosa conti come merito non è mai neutrale, infatti, esso non è mai una qualità naturale, ma prende forma solo entro criteri, fini e valori definiti socialmente. Ogni sistema di selezione privilegia alcune qualità rispetto ad altre: rapidità di apprendimento, capacità di competere sotto pressione, disponibilità di tempo per studiare, competenze linguistiche, abilità relazionali o familiarità con determinati codici culturali. Tutte queste caratteristiche non sono distribuite casualmente, ma spesso dipendono dal contesto familiare e sociale in cui una persona cresce. Ciò significa che la competizione, pur formalmente uguale per tutti, si svolge su un terreno già inclinato.
In questo senso, il problema non riguarda tanto il principio secondo cui le competenze debbano contare, quanto l’idea che la selezione meritocratica possa funzionare come meccanismo pienamente equo. La scuola e l’università pubbliche, pur rappresentando strumenti fondamentali di mobilità sociale, non riescono sempre a compensare le differenze di partenza. Chi cresce in ambienti economicamente e culturalmente favoriti tende ad avere maggiori possibilità di sviluppare quelle capacità che poi vengono premiate nelle selezioni. Di conseguenza, il rischio è che la meritocrazia finisca per ratificare vantaggi già acquisiti, presentandoli come risultato esclusivo dell’impegno individuale.
Un secondo problema riguarda l’effetto morale della retorica meritocratica. Se il successo viene attribuito al merito personale, il fallimento tende automaticamente a essere letto come responsabilità individuale. Chi resta indietro non appare semplicemente meno fortunato o svantaggiato, ma implicitamente meno capace o meno meritevole. Questo produce una trasformazione sottile ma potente: le disuguaglianze sociali, invece di apparire come problemi collettivi, diventano colpe personali. In questo modo si indebolisce la solidarietà sociale e aumenta la stigmatizzazione di chi non riesce a competere con successo.
Vi è poi una tensione tra efficienza e coesione sociale. Se ogni ambito della vita viene organizzato secondo una logica competitiva, la società tende a dividersi in vincitori e perdenti permanenti. Coloro che accumulano successo e risorse possono offrire ai propri figli migliori condizioni educative e maggiori opportunità, riproducendo nel tempo una nuova forma di élite. La competizione che avrebbe dovuto rompere i privilegi rischia così di generarne di nuovi, meno visibili ma altrettanto stabili.
Inoltre, la selezione meritocratica funziona bene quando riguarda ruoli tecnici specifici, in cui la competenza è misurabile e direttamente collegata alla qualità del lavoro svolto. Tuttavia, quando il principio viene esteso alla distribuzione generale di prestigio, reddito e potere, emergono difficoltà più profonde. Non tutte le attività socialmente necessarie sono premiate dal mercato o dalle gerarchie professionali. Molti lavori fondamentali per la vita collettiva – cura, assistenza, servizi essenziali – ricevono spesso scarso riconoscimento economico e sociale pur richiedendo competenze e responsabilità elevate.
Infine, la separazione netta tra politiche sociali “a monte” e selezione meritocratica “a valle” è meno semplice di quanto sembri. Gli svantaggi iniziali non scompaiono automaticamente prima della fase selettiva; anzi, spesso continuano a influenzare le opportunità lungo tutto il percorso. Anche quando esistono strumenti di sostegno, non tutti sono in grado di utilizzarli con la stessa efficacia, perché intervengono fattori familiari, culturali e psicologici difficili da compensare completamente con politiche pubbliche.
Ciò non significa che si debba rinunciare a valutare competenze e capacità, né che si debba accettare favoritismi o assegnazioni arbitrarie dei ruoli. Piuttosto, la questione è riconoscere che il merito, pur essendo un criterio utile in molti contesti, non può essere assunto come unico principio di giustizia sociale. Una società equa deve saper valorizzare le competenze senza trasformare il successo in una misura del valore umano delle persone, né il fallimento in una colpa individuale.
La sfida, quindi, non è scegliere tra merito e giustizia sociale, ma trovare un equilibrio che permetta di premiare le capacità senza perdere di vista la responsabilità collettiva di ridurre le disuguaglianze e garantire a tutti condizioni di vita dignitose, indipendentemente dal posto occupato nella competizione sociale.
Antonio Messina
Riconosco che molte delle questioni che sollevi sono reali. Tuttavia, ritengo che il tuo ragionamento presenti alcuni slittamenti concettuali che rendono la critica alla meritocrazia più forte sul piano retorico che su quello teorico. È però importante chiarire un punto preliminare. Difendere il principio meritocratico non significa descrivere o giustificare l’assetto sociale attualmente esistente, che è lungi dall’essere pienamente meritocratico. Al contrario, la mia tesi è che una società autenticamente meritocratica – e proprio per questo più equa e giusta – non sia ancora stata realizzata. Molte delle disuguaglianze che giustamente critichi non derivano da un eccesso di merito, ma dal fatto che il merito viene applicato in modo parziale, incoerente o selettivo, all’interno di strutture che continuano a produrre vantaggi ereditari e asimmetrie di potere.
1. È vero che il merito non è un dato naturale e che ogni sistema di selezione privilegia alcune qualità rispetto ad altre. Tuttavia, da questo non segue che il criterio del merito sia arbitrario o ingiusto. Ogni selezione è per definizione finalizzata: se devo ricoprire un ruolo che richiede determinate competenze, è inevitabile – e legittimo – valutare proprio quelle. L’assenza di neutralità non è un difetto del criterio, ma una sua condizione di possibilità. Altrimenti, nessuna forma di selezione sarebbe difendibile. Il fatto che una prova favorisca alcune capacità è inevitabile, ma anche necessario: ogni ruolo richiede alcune qualità e non tutte. Dire che una selezione “non è neutrale” non implica che sia ingiusta, ma solo che sia finalizzata. Del resto, la stessa giustizia sociale non è mai neutrale: anche le politiche redistributive presuppongono scelte di valore, priorità e criteri di intervento che riflettono una certa idea di equità e di bene comune. La neutralità assoluta non è una proprietà dei principi di giustizia, ma una finzione concettuale. Ciò che conta non è l’assenza di finalità, bensì la loro giustificabilità razionale e pubblica.
2. la tua affermazione secondo la quale la competizione avviene su un terreno già inclinato rappresenta il punto più problematico del tuo discorso. Sostenere che le differenze di contesto familiare e sociale incidano sui risultati è corretto; suggerire però che esse spieghino in modo prevalente o quasi determinante gli esiti individuali rischia di scivolare in una forma di determinismo sociale o ambientale. In questa prospettiva, l’individuo tende a dissolversi nel proprio contesto: le attitudini, le scelte, la perseveranza, le differenze cognitive e caratteriali finiscono per essere trattate come variabili secondarie. Ma se il terreno fosse davvero così inclinato da rendere la competizione sostanzialmente illusoria, allora dovremmo negare in radice la possibilità stessa della mobilità sociale, dell’eccezione, del percorso non previsto – fenomeni che, pur con difficoltà, continuano a esistere. Dovremmo negare la stessa libertà umana, o come la chiamavano gli idealisti la “libertà dello spirito”, e affermare che siamo schiavi di forze a noi sovrastanti. Riconoscere il peso delle condizioni di partenza non implica trasformarle in un destino ineluttabile. Come ricordava Karl Popper, la pretesa di dedurre gli esiti individuali o storici da condizioni iniziali date scivola facilmente in una forma di storicismo deterministico, che finisce per negare il ruolo dell’azione umana, della scelta e dell’imprevedibilità
3. Attribuire alla meritocrazia la colpevolizzazione dei “perdenti” significa confondere il criterio di selezione con l’uso morale e culturale che se ne fa. Si può affermare che qualcuno sia più adatto a svolgere una funzione senza per questo attribuirgli un valore umano superiore. Il problema, semmai, riguarda la narrazione sociale del successo e del fallimento, non il principio secondo cui ruoli diversi richiedono competenze diverse. Criticare gli abusi simbolici del merito non equivale a confutarne la legittimità funzionale.
4. Il rischio di cristallizzazione delle élite è reale, ma non è un prodotto necessario e inevitabile della meritocrazia. Al contrario, storicamente sono proprio i sistemi meno meritocratici, basati su rendita, cooptazione e opacità, a produrre élite più stabili e impermeabili. Quando la competizione è reale, aperta e trasparente, il merito tende semmai a disturbare i privilegi, non a rafforzarli. Il problema non è “troppo merito”, ma troppo poco, o applicato in modo selettivo.
5. Che molte attività fondamentali siano scarsamente retribuite o poco prestigiose è un problema serio, ma distinto dall’argomento meritocratico. Riguarda le priorità politiche, la struttura del mercato del lavoro e le scelte redistributive, non il criterio di selezione in sé. Un lavoro può essere socialmente essenziale e al tempo stesso mal pagato senza che questo implichi l’assenza di merito in chi lo svolge. Qui si confondono il piano della selezione con quello del riconoscimento economico e simbolico.
6. Concludi sostenendo che il merito non possa essere l’unico principio di giustizia sociale. Su questo non c’è disaccordo. Il punto, però, è che nessuno sostiene che debba esserlo. Il merito è un criterio appropriato per l’assegnazione delle funzioni e delle responsabilità; la giustizia sociale opera su un altro piano, quello delle condizioni di vita, delle opportunità di accesso e della tutela dei più deboli. Attribuire al merito pretese che non ha significa criticarlo per qualcosa che non afferma. Il vero nodo non è scegliere tra merito e giustizia sociale, ma evitare che l’uno venga caricato dei fallimenti dell’altro.
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