Giornalista pubblicista

Francesco Boco (Belluno, 1984), laureato in Filosofia, grafico tipografo, giornalista pubblicista. Studia da anni Nietzsche, Heidegger, Spengler, Schmitt, Jünger, la Rivoluzione Conservatrice e il pensiero sovrumanista europeo (Giorgio Locchi e Guillaume Faye su tutti). Ha curato e tradotto il saggio di Guillaume Faye, Per farla finita col nichilismo (SEB, 2007) su Heidegger e la tecnica. Ha condotto studi su Spegnler e Heidegger. Ha collaborato con numerose riviste e quotidiani, tra cui: Orion, Occidentale, Divenire, Il Secolo d’Italia, Linea, Il Gazzettino, Letteratura e Tradizione, Eurasia. È tra gli animatori del progetto culturale "Polemos".

Recensione a
T. Tosolini, L’uomo oltre l’uomo. Per una critica teologica a transumanesimo e post-umano
EDB, Bologna 2015, pp. 128, € 12,00.

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Lo sviluppo tecnologico ha accompagnato l’essere umano sin dagli albori. Come confermato dall’antropologia, è attraverso la mano e il pensiero progettuale che l’uomo ha potuto munirsi di tutti quegli strumenti di cui era manchevole in natura. L’essere umano, una forma di vita nuda ed esposta alle minacce dell’ambiente circostante, ha però saputo plasmare se stesso, si è preso in mano e si è affrancato da uno stadio precario e fragile.

Dove finisce e dove inizia la piena libertà di scelta umana dipende naturalmente dal proprio punto di vista, che diventa in ultimo determinante nel momento in cui tecnologia e scienza estendono la propria influenza alla vita stessa se non all’essere stesso. Ecco quindi che la prospettiva transumanista si scontra inevitabilmente con la fede cristiana, nel vasto campo di interessi che attraversa il corpo e l’anima dell’essere umano.

È in questa intersezione che s’inserisce con chiarezza la sintesi compiuta da Tiziano Tosolini nel suo volume L’uomo oltre l’uomo, una panoramica delle varie prospettive dell’ambito transumanista, criticate da un punto di vista pienamente cristiano. Dal testo in ultimo emerge una distanza incolmabile tra differenti visioni dell’uomo, le quali segnano un dibattito destinato a durare ancora a lungo.

I transumanisti promuovono il potenziamento e il superamento dell’uomo attraverso tutte le scoperte tecnologiche e scientifiche che consentono di aumentarne le facoltà, prolungarne la vita e migliorarne la salute. Il transumanesimo si pone dunque il proposito di spingere l’uomo ad auto-evolvere, a farsi architetto di se stesso assumendosi i rischi del caso e spesso formulando principi etici peculiari che vanno a cozzare, come evidenzia Tosolini, per lo più con la visione cristiana, dal momento che è la teologia che per prima e più ampiamente si è confrontata con la questione.

Il presupposto fondamentale del discorso transumanista è che l’evoluzione non si è fermata, non ha raggiunto un punto di perfezione, ma è un processo in fieri che è per così dire passato di mano, nella misura in cui può oggi essere preso in mano. Se prima erano il caso, la natura o la Provvidenza, a seconda della prospettiva, a governare lo sviluppo biologico delle specie, ora tutto è nelle mani dell’essere umano. Sta a lui infatti scegliere se intervenire o meno, se portare a un grado ulteriore la sua esistenza e il mondo circostante, o fermarsi e darsi un limite. In ogni caso, secondo i transumanisti, la decisione spetta all’uomo, o alle società da questo formate.

Tosolini affianca alla visione transumanista quella post-umana. In poche parole la seconda considera l’uomo una forma di vita, sì, intelligente, ma ancora manchevole e precaria, che può essere potenziata e superata attraverso i nuovi sviluppi della genetica, della neurologia, della biologia, della robotica e della scienza in generale.

Gli autori indagati da Tosolini sono solitamente favorevoli all’utilizzo di protesi e impianti per sostituire organi e parti corporee non più funzionanti. Allo stesso modo, sono favorevoli all’impiego di tutte quelle conoscenze che consentono di prolungare la vita e diminuire l’incidenza di malattia e morti involontarie.

L’uomo, un tempo schiavo della sua esistenza limitata, conscio che la morte porrà presto o tardi termine a tutti i suoi progetti terreni, viene così potenzialmente sollevato della massima angoscia che lo condiziona durante tutta la sua vita. L’obiettivo principe dei transumanisti è dunque quello di rendere indeterminata la propria aspettativa di vita corporea o, almeno, intellettiva. Sia che si tratti di prolungare artificialmente la durata di tessuti e cellule, sia che si tratti di “salvare” ricordi, personalità ed emozioni in un database virtuale, i teorici del dopo-uomo sono accomunati secondo Tosolini da una sorta di disprezzo per il corpo e la condizione umana. Mentre Tosolini considera il corpo e la vita umana un dono di Dio, e pertanto da accettare anche nella sua caducità rivolta alla Salvezza, i transumanisti sembrerebbero considerare questo involucro di carne come un fardello, minacciato da invecchiamento e decadimento, da lasciarsi alle spalle.

In realtà le cose stanno in modo diverso. Se si andassero a leggere i fondamentali testi di Riccardo Campa e Stefano Vaj, rispettivamente Presidente onorario e Segretario dell’Associazione Italiana Transumanisti, ci si troverebbe di fronte a un approccio vitalista di stampo nietzscheano e futurista, che Vaj tende a definire anche “sovrumanista”. Questa corrente di pensiero non considera il corpo come una condanna o come un peso, semmai osserva l’uomo nella sua complessità e lo considera, con Nietzsche, una fase, un momento di passaggio che tende al superuomo. Insomma, secondo questa particolare declinazione del transumanesimo, non si dovrebbe tanto parlare di post-umano quanto di oltre-uomo o di super-uomo, caricando quindi di una responsabilità quanto meno epocale le decisioni che andranno a incidere la propria impronta sull’intera specie.

Tosolini manca il bersaglio quando ragiona contro il transumanesimo utilizzando argomentazioni che si collocano su un piano del tutto asimmetrico. Si colloca cioè su un piano che preclude la comunicabilità. Il confronto non risulta possibile dal momento che a tesi fondate sul concreto sviluppo tecno-scientifico, si cerca di rispondere con argomentazioni legate al piano della teologia. La sensazione è che Tosolini rappresenti, sì, una visione inconciliabile con quella transumanista, ma che allo stesso tempo fatichi a capirne le motivazioni profonde.

Sostenere che il transumanesimo disprezza il corpo appare francamente fuori focus, dal momento che è la fede cristiana ad aver spesso fatto della mortificazione della carne e del disprezzo per i bassi impulsi corporei un suo argomento centrale. Tanto per citare il caso più eclatante, il bigottismo contro la sessualità umana non è certamente il prodotto della cultura pre-cristiana. Ma è quando Tosolini domanda “a quale scopo il prolungamento della vita?” che emerge tutta la sua distanza dagli autori che sta trattando. Secondo lui infatti la vita umana non si esaurirebbe con la morte, ma si prolungherebbe in una dimensione spirituale di salvezza nel seno della comunità celeste.

È però vero che praticamente qualunque essere umano preferirebbe prolungare la propria vita terrena in salute. Se così non fosse non si spiegherebbe il ricorso già oggi a tutte quelle pratiche mediche che servono precisamente a questo scopo. Allora la domanda dovrebbe essere rivolta a quei malati che tentano di prolungare la propria vita anche in situazioni disperate o a tutti quelli che ricorrono all’aiuto di apparati tecnologici per far fronte al “mal funzionamento” di alcuni organi. Perché vogliono prolungare la propria vita? Perché non accettare il destino voluto dalla Provvidenza?

L’uomo è forse qualcosa di più di un passivo burattino in balia del tempo che trascorre su questa terra. Le sue facoltà sono emerse per un disegno preciso, dettato da scelte e opportunità, che qualcuno chiama destino e altri provvidenza. Pertanto, se lo sviluppo di queste sue facoltà l’ha messo nella condizione di farsi carico di se stesso, può darsi che ciò risponda, per assurdo, a un disegno divino? E se ciò non fosse, lo sviluppo di cure mediche, i progressi della scienza e i miglioramenti della qualità della vita resi possibili dalla tecnologia, come andrebbero considerati? A quale etica dovrebbero sottostare?

Tosolini coglie correttamente che, nel momento in cui l’essere umano si fa essere co-creante, cambia anche il suo rapporto con Dio: non più a Sua immagine e somiglianza, ma il contrario. È l’uomo a creare la divinità, a plasmarla a seconda delle sue esigenze e possibilità. Il passo decisivo è la presa di coscienza che la tecnologia diventa in ultimo ontologia (p. 61), con tutta la profondità di problematiche che questo scatena.

Come già sottolineava Heidegger, non si tratta tanto di rifiutare la tecnica e i rischi che essa solleva, quanto di superare l’attuale inadeguatezza umana proprio allo scopo di far fronte alle sfide epocali che si profilano: «Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo» (M. Heidegger, L’abbandono, il Melangolo, Genova 2004, p. 36). Non è un caso che proprio un avversario della Storia quale Francis Fukuyama abbia indicato nel transumaneismo un nemico radicale. Il dato decisivo consiste nel fatto che proprio un approccio non timoroso, ma profondo e coraggioso, alla tecno-scienza potrebbe rimettere in moto la Storia nel senso più radicale del termine. Aprirebbe cioè possibilità impensate all’intera specie umana, proiettandola verso sfide che solo una vita potenziata e più sana potrebbe sostenere (si veda G. Stock, Riprogettare gli esseri umani, Orme, Milano 2004. L’orizzonte postumano e la civilizzazione interstellare, 6 giugno 2008, testo online www.fantascienza.com).

Si potranno certo rifiutare queste prospettive, ma fintanto che ci saranno potenze politiche che non si tireranno indietro e procederanno imperterrite nello sviluppo di tutti i campi della scienza e della tecnica, anche solo una parte del pianeta detterà le questioni decisive a cui nessuno potrà sottrarsi (Cfr. F. Boco, La catastrofe dell’Europa, Idrovolante ed., Roma 2018, pp. 240-266).

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