Paolo Armaroli (1940), costituzionalista e giornalista, è stato professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova. Deputato in Parlamento dal 1996 al 2001, è stato capogruppo alla Commissione Affari Costituzionali e ha partecipato alla Commissione Bicamerale per le Riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione Magna Carta, Ha scritto per "Il Tempo", "Corriere della Sera", "Il Messaggero", "Il Dubbio". Collabora attualmente con "Il Giornale" e "Il Sole-24 ore". Autore di monografie sul Presidente della Repubblica e sulla governabilità, ha pubblicato di recente: Effetto Draghi. La metamorfosi di una Repubblica (La Vela, Lucca 2021).

Parlare di un nuovo libro di Sabino Cassese è sempre un azzardo. Perché dopo aver inviato la recensione, fai un giro per le librerie e ti accorgi che quello recensito semmai è il penultimo. E così via all’infinito. Ma, attenzione, l’apparenza inganna. Perché di questo Maestro del diritto amministrativo, del diritto costituzionale e di molto altro ancora, tutto si potrà dire tranne che ami le catene di montaggio. No e poi no, la sua è una bottega artigiana dove se ne sta dall’alba al tramonto. E sovente molto più in là. Senza mai rinunciare a una passeggiata igienica a passo sostenuto, alla visione di una pellicola cinematografica di alto livello, o a un concerto.

Ma se non si nega i piaceri della vita, come fa Cassese a produrre di continuo opere di altissimo livello? È presto detto. Per cominciare, si nutre come un uccellino per tenere sana la mente nel corpo sano. Poi dispone di una biblioteca sterminata dove ha tutto a sua disposizione: dall’antica Grecia ai giorni nostri. Infine ha una memoria degna di Pico della Mirandola, che però al suo confronto rischia di apparire lo smemorato di Collegno.

Ecco che Cassese si concede una civetteria. Ha scritto sulla figura dell’intellettuale (Intellettuali, il Mulino, Bologna 2021). Sì, perché se c’è un intellettuale in libera circolazione nel Belpaese, questi è per l’appunto Sabino Cassese. Scrive libri a profusione. Confeziona per il “Corriere della Sera” e per “il Foglio” articoli che definire impeccabili è dire poco. Rilascia interviste di continuo; e siccome non si fida degli intervistatori, fossero pure degli Indro Montanelli in persona, pretende domande scritte e risponde per iscritto. Una faticaccia, visto e considerato che un’intervista altro non è che un articolo rubato. E nelle reti televisive è di casa. Per non parlare dei webinar, sostitutivi dei convegni in tempi di pandemia.

Proprio così: un intellettuale sputato. Un competente che si muove con scioltezza nei suoi campi. Ma un competente che va molto oltre in quanto umanista, filosofo, intellettuale per l’appunto. Carduccianamente scrive, scrive e ha molte altre virtù. E a una personalità di tal fatta mancava una perla: l’intellettuale che parla, e all’occorrenza sparla, degli intellettuali. E perciò di sé stesso. Ma lo fa con il garbo dei cavalieri antiqui. Battendo, per così dire, la lingua dove il dente duole. Eh sì, perché di questi benedetti intellettuali si è un po’ perso lo stampo. Cassese, uomo dalle idee chiare e distinte di un Cartesio, ne conta le specie con la imperturbabilità di un entomologo. Ma sono sempre più merce rara. E proprio adesso che ce ne sarebbe un disperato bisogno.

Tra le tante cose che scrive, Cassese parla della Costituzione, della democrazia, della politica, che ha avuto in ogni tempo i loro costruttori. Perciò ci sono venuti alla mente due statisti toscani, Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini, che hanno dato un notevole contributo alle nostre istituzioni. Due vite parallele, le loro. Entrambi professori universitari ordinari: l’uno di Storia economica e l’altro di Storia contemporanea. Entrambi nominati senatori a vita quando erano presidenti del Senato: l’uno nominato dal presidente della Repubblica Giovanni Leone il 10 marzo 1972 per altissimi meriti – vedi caso – nel campo scientifico e sociale, l’altro dal presidente Francesco Cossiga il 2 maggio 1991 per altissimi meriti – all’insegna del non c’è due senza tre – nel campo scientifico, letterario e sociale. E crepi l’avarizia.

Fanfani è un componente autorevole, nonostante la giovane età, dell’Assemblea costituente. Dove si impegna a fondo con i professorini Giorgio La Pira, che sarà poi sindaco di Firenze, e Giuseppe Dossetti nella stesura dei primi articoli della Costituzione a mezzadria con esponenti delle sinistre. Uomo del fare, presiede ben sei governi. Solo uno in meno di Giulio Andreotti e due in meno di Alcide De Gasperi. E per cinque volte è presidente del Senato per complessivi 14 anni. Come 14 furono gli anni durante i quali Cesare Merzagora tenne le chiavi di Palazzo Madama. E ogni volta che il mezzo toscano tornava a Palazzo, tutti – dal segretario generale all’ultimo commesso – esclamavano: “È tornato il Presidente!”.

Un “Rieccolo”, per dirla con Montanelli, che più lo buttavi giù e più si tirava su. Convinto che alle Quaresime seguono immancabili le Resurrezioni. E già, perché Fanfani sapeva che in guerra si può morire una volta sola, mentre in politica si può morire e risorgere un’infinità di volte. A ogni buon conto, non amava il barone Pierre de Coubertin. Perché a lui non interessava partecipare. No, voleva vincere. A ogni costo. Ma al pari di Andreotti e di Georges Clemenceau, non divenne mai primo cittadino della Repubblica. “Nano maledetto, non sarai mai eletto”. Così un grande elettore presidenziale firmò la sua scheda.

Dall’aretino al fiorentino. Giornalista e storico di valore, primo in tutto, Spadolini è stato senatore, ministro, presidente del Senato e per due volte di seguito, a cavallo degli anni Ottanta, presidente del Consiglio. Nell’intermezzo, novello Mosè, scrive un decalogo istituzionale che realizzato poco alla volta rafforzò le nostre istituzioni. Difatti la sostanziale abolizione del voto segreto e la legge sull’ordinamento della presidenza del Consiglio dettero smalto a Palazzo Chigi e rappresentarono un toccasana per la (relativa) stabilità ministeriale.

Più che un delitto, Silvio Berlusconi commise un errore. All’inizio della XII legislatura per la presidenza del Senato puntò su Carlo Scognamiglio Pasini anziché sull’uscente Spadolini. Al terzo scrutinio i due candidati raggiungono entrambi 159 voti. E Spadolini rimprovera l’amico Montanelli: “Se tu avessi accettato il laticlavio offerto da Cossiga, io sarei rimasto presidente del Senato”. E invece al quarto scrutinio per un punto perde la cappa: 162 a 161. Ma in un primo conteggio Spadolini era in testa: oltre al danno la beffa. Da questa prima sconfitta dopo tanti successi non si riprese. E morì. Sulla sua tomba alle Porte Sante a San Miniato al Monte dopo il suo nome solo due parole: “Un italiano”.

Averne statisti di questo stampo ai giorni nostri… E averne degli intellettuali come Cassese che non fa sconti a nessuno con grande autorità e competenza.

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