Ermes Dorigo, nato a Forni di Sopra (Ud) ha svolto un’intensa attività di critica e letteraria e artistica, oltre che di giornalismo culturale su quotidiani e settimanali. Ha pubblicato su prestigiose riviste in Italia, USA Canada: «Problemi»; «Alfabeta, «Allegoria» «Forum Italicum», «Rivista di Studi Italiani», «Dante Studies», «Fermenti», «Il parlar franco. Il felibre friulano di Pier Paolo Pasolini».

«Figliuolo di Bartolomio Janis fu à suoi giorni Dottor di Leggi stimatissimo, et Oratore facundissimo e perciò adoperato in negozi di grandissimo rilievo non meno dalla Patria, che dalla Repubblica» (Capodagli, 1665).Il padre, notaio a Tolmezzo, «compare sia nell’elenco dei fuochi del 1469 (gravato di una imposta di 12 lire) che in quello di fine secolo […] Aggiungiamo che nel rotolo di Tolmezzo del 1487 Bartolomeo compare come capitano del manipolo di uomini posti a difesa delle mura, “a turri magno cum turri parvo in orto heredum quondam ser Christofori Planesi”» (Puppini,1996).

Francesco nacque probabilmente verso la metà del xv secolo e, dopo aver compiuto gli studi di humanae litterae nella città natale, come molti giovani delle famiglie facoltose si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova: «Procacciatosi fama di valente giureconsulto e di facondo oratore, aveva nel 1497 ottenuto l’onore della cittadinanza udinese ed era stato successivamente chiamato agli ufficî più gravi nella sua patria»); il 20 luglio 1505, ad esempio, il Parlamento del Friuli lo inviò come  ambasciatore alla Signoria di Venezia, dalla quale ottenne la revoca del dazio imposto sulla seta e fu ricompensato dalla città di Udine con il conferimento della sua nobiltà: per il suo ingegno fu chiamato alle più alte cariche, ottenendo fama e ricchezza, tanto da riuscire in poco tempo a costruirsi in contrada Savorgnan un signorile palazzetto in stile lombardo.

 Improvvisamente la sua vita subì un brusco cambiamento: amico di Antonio Savorgnan, passato nel partito filo-austriaco (da ‘zamberlano’ a ‘strumiero’) e protagonista tristemente famoso delle stragi compiute nella «zobia grassa» del 1511 (Bianco, 1996), cadde in disgrazia; venne arrestato, trasferito a Venezia e sottoposto a processo; non fu condannato, ma costretto a fissare la dimora nella città lagunare, dove riprese l’esercizio dell’avvocatura e, a conferma della fama di cui godeva anche fuori regione, «si ricorda, a questo proposito, una pubblica disputa ch’egli sostenne con altri valenti giureconsulti nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a dì 11 novembre 1518» (Fulin,1881) Rientrato definitivamente a Udine, dopo la parentesi padovana, «si dovette ben presto render conto che gli antichi odi di parte, mai sopiti, continuavano ad alimentare pericolose passioni e a dividere i cittadini» (Puppini,1996). Infatti, Girolamo di Federico di Colloredo, volendo vendicare la morte del padre, assassinato durante i disordini e le stragi del 1511 in quanto avversario del Savorgnan, tese un agguato allo Janis, ritenendolo l’ispiratore di quell’atto, e lo ferì gravemente:  «Il 21 luglio 1521 mentre quel povero vecchio dal Tribunale Patriarcale, che era presso la chiesa di S. Antonio Abate, transitava sotto il voltone della porta interna di Cividale ora detta Torre di S. Bartolomeo, dal Colloredo proditoriamente fu ferito gravemente al capo ed al braccio destro» (Joppi,1871). Mentre era sulla via della guarigione morì improvvisamente, ma non a causa delle ferite riportate, il 19 dicembre 1522, come si legge in un documento dell’Archivio Notarile di Udine: “D. Franciscus Janisi da Tulmetio, doctor praeclarus, obiit 1522, 19 Decembris, vulneratus sed non ex vulneribus”». Interessato anche alla cultura materiale, lo Janis va pure ricordato, per aver introdotto dalla Spagna in Friuli il «delizioso pero che porta ancora il suo nome» (Puppini,1996).

Mentre si trovava a Venezia si era aperta una questione tra la Spagna e la Serenissima, che chiedeva «la liberazione di navi e merci di sudditi veneziani, sequestrate da alcuni mercanti spagnoli come rappresaglia per presunti danni patiti» (Puppini,1996). La causa doveva essere risolta in Spagna, ma l’ambasciatore veneto Francesco Corner non si sentiva competente in questioni di diritto; data la sua reputazione di giurista ed oratore si ricorse allo Janis; gli si rivide il processo, lasciandolo libero di tornare in patria, e gli si affidò l’incarico di trattare la missione con Carlo i, re di Spagna, che fu, proprio mentre si trovava colà, eletto Imperatore col nome di Carlo v a Francoforte il 28 giugno 1919: «è sta electo da li elettori questo Carlo re dei Romani, in loco di lo avo paterno defunto. […] et il mazor principe non è adesso di lui in la Cristianità, né penso mai fosse dal tempo che l’imperio fu traslato in Germania»  (Sanuto, 1881).

Il viaggio, con un compenso di 60 ducati al mese, si svolse tra l’8 febbraio 1519 e il 30 aprile del 1920; di esso lo Janis tenne un diario andato perduto, per cui ne conserviamo solo il Sumario di Marino Sanuto, dal quale, però, ricaviamo comunque l’impressione che esso sembri anticipare i Grand Tour dei secoli successivi; infatti si caratterizza come un viaggio nella storia e nella cultura italiana, dall’antica Roma alle dominazioni straniere ai tempi più recenti: cinque giorni a Roma tra la grandiosità del presente  e del passato, attraverso il suo patrimonio archeologico; il paese di Ottaviano Augusto e la villa di Cicerone, per soggiornare più di un mese a Napoli («è come uno scorpion, qual habi distese le braze») con visita alla tomba di Virgilio, poi nove giorni a Pozzuoli e Baia con il «laco Averno»; infine, prima di salpare, la spelonca della Sibilla a Cuma; in Spagna – dopo aver rischiato il naufragio, perché «dete quasi la nave in saxi di l’isola di Helva» e per «haver lapso per medios piratas» – sui sentieri che portarono  Annibale e i suoi elefanti in Italia e nelle varie città, descritte minutamente come pure, con ariosità, le campagne con la loro vegetazione e le loro coltivazioni; al ritorno, lunga sosta ad Avignone con una visita al monastero e alla chiesa dei Frati Minori, dove «si leze raxon canonicha et civil per dotori pagadi dal papa, et hora lezevano do Bolognesi. […] Qui è, sotto uno portico di la  chiesia, depenta una figura di S. Zorzi, che varda il serpente – e lì è una donzela di mirabil  beleza retrata, Madona Laura, dove è scriti 4 versi che fe’ il Petrarcha». E si potrebbe continuare con l’esemplificazione.

Durante il viaggio e nel suo diario ha modo di rivelare la sua solidissima cultura umanistica, dimostrando di eccellere non solo nell’arte oratoria, ma anche nella versificazione e nell’epistolografia. Per quanto riguarda la poesia trova l’occasione di scrivere in latino diversi epigrammi, ora alla maniera di Marziale – di cui aveva già dato prova a Udine  contro un arricchito che aveva comprato il titolo nobiliare:

Sartor erat Danielis avus, nunc factus equestris
Ordinis est, empta nobilitate, nepos.
Vestibus ut se ornet sartores quaeritat omnes.
Quanta huic commoditas si superesset avus!

(Il nonno di Daniele era sarto, ora il nipote, comprata / la nobiltà, é divenuto dell’ordine equestre. / Va cercando senza posa tutti i sarti per distinguersi negli abiti. / Quale grande vantaggio per lui se fosse sopravvissuto il nonno!)

 o come quello dedicato ad una concubina, la cui figlia al battesimo aveva avuto sette padrini:

Septem compatres dedit unica filia matri.
Non mirum: natae tot dedit illa patres.

(Un’unica figlia dette sette compari alla madre. / Nessuna meraviglia: lei diede alla figlia altrettanti padri)

Ora rendendo omaggio al Panormita:

Adducti Bajas sociorum quisque subivit
Antra loci; solus mansi ego Putheolis.
Sed mihi non desit subeam quo pronus et antrum:
Foemina me cunni traxit in antra sui

(Accompagnati a Baia ognuno dei compagni entrò / negli antri del luogo; rimasi solo a Pozzuoli. / Ma anche a me non mancò un antro attraverso il quale penetrassi prono: / una femmina mi trascinò dentro gli antri della sua vulva).

A Napoli l’incontro più importante è quello con Jacopo Sannazaro, «patricio napoletano, richo e doto, e chiaro di costumi» (Sanuto, 1881) ormai molto celebre dopo la pubblicazione nel 1504 dell’Arcadia – romanzo pastorale in prosa e versi, dal quale prenderà il nome la famosa accademia di Arcadia, fondata nel 1690 – per il quale scrive un breve componimento poetico di tono oraziano, dedicandolo all’amico Francesco Cari col titolo Dialogus ad Carium:

Qui nos Pathenope doces notanda,
Cari, dic cineres ubi Maronis sunt,
Dic qui ille animus meavit artus.
Pontanus cineres tulit sepultos,
Sed praeclaram animam, jubente Phebo,
Condit pectore Sanazarus imo.
Quem praestare igitur putas duorum?
Hunc, cui spiritus incubat Maronis.

(Tu che ci indichi quali siano le cose da osservare a Napoli, / o Cari, di’ dove sono le ceneri di Marone [Virgilio], / e di’ [dov’è] quello spirito che permeò le membra. / Pontano esaltò le ceneri sepolte. / Ma l’anima preclara, per volere di Febo, / la conserva nel profondo del cuore Sannazaro. / Quale dei due ritieni dunque che sia superiore? / Questo, nel quale dimora lo spirito di Marone).

Per quanto riguarda l’epistolografia, da una sua lettera «scritta per domino Francesco di Tolmezo doctor al magnifico conte domino Hieronymo Savorgnan, data a Barzelona, à dì 2 Luio 1519», si comprende che, pur in volgare, la riteneva un opus rethoricum maximum (basti pensare alla ampiezza di stile “asiano” del primo periodo: principale, concessiva, due causali coordinate, una consecutiva, una oggettiva, una relativa: queste notazioni non sono fuori luogo, in quanto si possono considerare un indizio di quale dovesse essere la sua arte oratoria e  il modello era senz’altro la lettera a Francesco Vettori del Machiavelli del 10 dicembre 1513, del quale dimostra di conoscere l’opera, derivandovi, stilisticamente, soprattutto l’utilizzo di latinismi (etiam, et, cum, tamen, item, aut, tandem, saltem, nisi, videlicet, nihil supra, at id, per medios piratas) e di un lessico latinizzato (laetitia, displicentia, nocte, lapso, dextra, percutiente, expectato, obito, aere, captivate), che impreziosiscono la scrittura della missiva, in cui riferisce dell’incontro con il re.

Arrivati a Barcellona, il re Carlo è ancora in lutto per la morte dell’avo Massimiliano I, avvenuta a Linz il 12 gennaio: «È di anni xx, statura mediocre, faza longa, satis grata parumque affabilis. […] Imprimis, questo Re agit, ut scitis, vigesimum annum; de persona alto quanto vuj, biancho et magro come soleno esser zoveni de quella età; et quantunque in faza non molto se renda grato, tamen cavalcha bene, et se adopera bene con la persona. El vestir suo et de tutta la corte è lugubre, per l’obito di la Maestà de l’avo Imperator. Dui zorni l’ho visto fora de lucto. […] Qui se vede pompa grande di vestimenti d’oro e de seda, de zoje et altri ornamenti. […] Il vestir lugubre si continuerà fino al capo d’anno, nisi occorra el sia electo Imperator, che cussì dover esser l’hanno hormai per comperto. Questo Principe, magnifice domine, è grande e potente; Dio voglia che fra Cristiani el sia quieto! […] Da poi basato la mano al Cattolico, ho atteso al negotiar mio, et cum diversi doctori mandati ad crivellarme;  […]  gratia Dei, non credo aver fatto vergogna a la patria»; (Sanuto, 1881). Una nota di colore: in seguito ad un alterco tra un conte italiano e un nobile spagnolo, quest’ultimo ad usanza furlana subito li havé donato un schiaffo»; per cui lo Janis sentenzia: «Vedo il nostro Taliano ad mal partido in Spagna, dove chi vol esser lievo de lengua, bisogna el sia manu prompto.  (Sanuto, 1881).

Segue il re nei suoi spostamenti tra ritiri in monastero e cacce e giochi, tra divertimento e fede, tra bigottismo e licenziosità: infatti, oltre alle chiese e ai luoghi di pellegrinaggio ci sono «assa’ monasterij di monache di gran intrada, ma hanne gran licentia di viver; vanno per tutto in groppa di mulli, e zentilhomeni va dentro di lhoro senza alcuna vergogna, e si poleno maridar» (Sanuto,1881). Durante il suo soggiorno ebbe anche l’occasione di ampliare le sue conoscenze su quel paese ed anche di interessarsi ai viaggi che si venivano compiendo proprio in quegli anni verso il Nuovo Mondo, scoperto da Cristoforo Colombo. Finalmente «lui domino Francesco da Tolmezo, … ave licentia di venir in Italia di la Signoria; lasato la materia di le represaje in altro tempo, avendo auto salvicondoti, et è suspeso la execution di le represaje» (Sanuto,1881). Rientrato a Venezia, fu lodato dal Doge in persona per aver concluso con successo la missione e gli fu finalmente permesso di rientrare a Udine, dove venne accolto con grande calore come una specie di celebrità; e tanto era il prestigio riscosso che poco dopo venne scelto come vicario del podestà di Padova Marino Zorzi.

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