Gianlucka Estrella Cappelletti frequenta la terza classe del Liceo classico "Marsilio Ficino" di Figline Valdarno (FI).

Riprendo ad elencare i racconti di Bulgakov che più mi hanno colpito. Stavolta in negativo, almeno rispetto a quelli che ho preso in considerazione nella prima parte di questo mio articolo.

 4. Le avventure diČičikov

 La storia è ambientata in un sogno dell’autore, dove i sotterfugi orditi dal furfante Pàvel Ivànovič Čičikov, personaggio già apparso nella letteratura russa, raggirano l’intero sistema economico sovietico: invero convince le società di aver guadagnato milioni con il settore metallurgico, quando invece ciò non è altro che il frutto della sua perfida immaginazione. Ed ecco che, come un deus ex machina, Bulgakov assume la presidenza di una commissione d’inchiesta per catturare Čičikov e riprendergli dei diamanti rubati. Riesce a trovare il ladro, assai abile nel coprire le proprie tracce, e, recidendogli lo stomaco, reperisce gli oggetti preziosi perduti. Il racconto è il più conciso della raccolta, sicuramente meno soporifero di Romanzo teatrale e irragionevole di Diavoleide, però comunque, rispetto ai primi tre della classifica, secondo me, la qualità letteraria giace solo nella satira allegorica del contesto storico dello scrittore. Dunque credo che la critica sia rivolta alla debolezza della burocrazia russa, giacché facilmente ingannabile e fin troppo complessa, motivo per cui le commissioni, così sovrabbondanti, possono disorientarsi con la spinta di un semplice documento falso. Attraverso tale breve narrazione, il lettore può dilettarsi per qualche paginetta, ma non ne scaturisce nessuna impressione particolare, quindi consiglierei di optare per un libro di storia, qualora interessasse la realtà socio-politica dell’URSS.

 5. Romanzo teatrale

 Il racconto viene presentato con una cornice: Sergej Leont’evič Maksudov, alter ego di Bulgakov, poco prima del suo suicidio, in preda alla depressione spedisce le proprie memorie scritte ad un amico, il quale si incarica di pubblicarle. Da qui comincia una narrazione eterna, logorante, talora così carica di nomi e personaggi da intontire il lettore, sulla carriera letteraria del moscovita Maksudov, che dapprima scrive infelicemente per il giornale “La Navigazione”, infine, dopo essersi dedicato alla stesura di un romanzo, rifiutato da tutti gli editori possibili, riesce a guadagnare un posto nel mondo colto. Purtroppo il direttore della rivista che lo accoglie a braccia aperte, al momento della stampa dei primi volumi, sparisce per fuggire dalla censura del governo sovietico. Allora, non arrendendosi, il protagonista compone una tragedia e, una volta terminata, essa sarà approvata presso il palcoscenico più in vista di Mosca: il Teatro indipendente, che con il nome autentico di Teatro d’Arte ha offerto un impiego al nostro Bulgakov. Uno dei fondatori, Ivan Vasil’evič, sebbene abbia apprezzato profondamente il dramma contemporaneo e lo abbia inserito in locandina insieme a opere classiche famosissime, tenta di storpiare la storia di Neve nera, pseudonimo de La guarda bianca, affinché possa inserire nel cast gli attori di vecchia data del suo stabilimento, secondo lui degni di inaugurare una rappresentazione scenica tanto innovativa, quando invece non sanno neanche recitare, come sostiene il misero scrittore. Il conservatorismo di Ivan si batte con il genio moderno di Leont’evič, finché il primo condiscende alle condizioni dell’altro dopo tanta attesa, il quale, però, rallenta i tempi della messa in scena, imponendo il suo metodo per la “perfetta” illusione teatrale, basata sull’affinità del mondo interiore fra personaggio e attore.

Così la parentesi autobiografica viene bruscamente interrotta, perché Bulgakov si è rifiutato di mandarla avanti a seguito della morte improvvisa del regista di cui ritraeva in maniera satirica l’immagine, Kostantin Stanislávskij. Probabilmente l’intenzione dello scrittore era rivolgere una critica al teatro e alla sua sistematizzazione, imposta da una figura tanto ammirata, qual era Kostantin, che addirittura loda per le sue capacità di attore impeccabile. Dunque afferma che non sia pensabile teorizzare l’arte della rappresentazione scenica, dimostrando la poca funzionalità pratica del metodo di Vasil’evič sugli attori che cercano inutilmente di seguire i suoi consigli. Inoltre la leggera satira al governo è intravedibile: infatti include artisti non pagati sufficientemente, norme contrattuali che vincolano lo scrittore ai datori di lavoro, o persino la censura autoritaria dello Stato. L’opera incompiuta del drammaturgo lascia il lettore amareggiato e, sinceramente, ha un po’ deluso le mie aspettative, in quanto stava diventando più avvincente. Il racconto si chiude d’improvviso e trarre delle conclusioni sulla storia è abbastanza snervante e faticoso, anche se all’incirca i temi possano essere acchiappati, ma non fino in fondo. Siccome è il passo più lungo dell’intero libro, mi ha adirato, nei panni di lettore, l’affrontare una trama talmente tediosa, impiegandoci il mio tempo, per un finale inesistente. Esorto chiunque a evitare lo sguardo da tali pagine, un’incarnazione di messaggi espressi con parole di difficile interpretazione, che inducono antipatia verso il protagonista, soprattutto a causa del suo carattere lagnoso, spesso ignaro di quello che accade intorno a lui.

6. Diavoleide

 Lo stolto Korotkòv, protocollista al servizio del “Matfiamm”, diviene vittima dell’iperbolica burocrazia russa nell’attimo in cui un certo Mutandoner gli ritira l’impiego, senza valide motivazioni. Infatti, dopo l’accaduto, lo insegue e tenta di convincerlo a riassumerlo, ma nella maniera più casuale possibile sparisce, anzi, cambia proprio aspetto. Sarà forse quello il diavolo del titolo del racconto? Secondo me sì, in quanto è Mutandoner ad abbindolare e ad intrappolare il povero Korotkov nel labirinto del fiscalismo russo, da cui non è in grado di uscire. La satira del mondo burocratico è chiara, però l’intera vicenda è così sconnessa, esageratamente dinamica, priva di qualsiasi senso logico, che viene da strapparsi i capelli a leggere una simile produzione scritta; il protagonista finisce pure per essere perseguito dalla polizia. E perché? Mentre si trova al cospetto di uno dei sacrosanti uffici che visita nel corso degli eventi, con il solo scopo di reclamare un benedetto documento rubato, l’uomo metamorfico appare nei panni di un galletto e lo porta alla pazzia.

Che cosa dovrei mai concludere da questo o dal finale? Comprendo l’intento dell’autore nello smontare la cavillosità del regime socialista, come in Le avventure di Čičikov, dove, benché la sua brevità, segua concretamente un filo narrativo di senso compiuto. Tuttavia, a mio parere, il surrealismo diabolico di Diavoleide deborda dai limiti della trasparenza; forse l’immagine stessa della burocrazia condiziona negativamente l’incoerenza narrativa e la conseguente confusione nella testa del lettore. Ad essere onesti, non comprendere ciò su cui pongo gli occhi scaturisce su di me un’avversione tale che non riesco per niente a ignorarla: è fondamentalmente questa la ragione per la quale il deludente Romanzo teatrale si trovi un gradino più in alto.

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