Damiano Mazzotti (1970) si è laureato in Psicologia Clinica e di Comunità a Padova nel 1995 con una tesi sull’invidia. Nel 2008 ha pubblicato il diario romanzato Uomini e amori gioie e dolori, nel 2009 Libero pensiero e liberi pensatori, il primo saggio di un citizen journalist italiano.

Recensione a
M. Cavezzali, A morte il tiranno
HarperCollins Italia, Milano 2021, pp. 208, € 18,00.

Matteo Cavezzali è un giovane scrittore nato in Romagna. Alla fine del 2021 ha scritto un saggio illuminante davvero intrigante: “A morte il tiranno” (HarperCollins, 200 pagine, euro 18). Il libro esamina il tema della lotta ai tiranni, da Bruto e Cassio, agli attentati falliti a Hitler e Mussolini. L’idea di sintetizzare i tirannici più significativi della storia occidentale in un saggio essenziale e  scorrevole adatto alle persone di tutte le età, è sicuramente da considerare un’operazione positiva dal punto di vista mediatico e sociale. Tra le varie storie celebri di imprese riuscite e fallite, lo scrittore ravennate approfondisce anche un fatto poco noto in Italia, la storia articolata del congiurato cattolico inglese Guy Fawkes, che si è addirittura  sedimentata in una famosa filastrocca per bambini e che ha ispirato la famosissima maschera di V per vendetta successivamente utilizzata da Anonymous.

Cavezzali approfondisce anche due eventi importanti, che possono servire per riflettere meglio sulle attuali sperequazioni politiche occidentali: l’assassinio di Giulio Cesare e la Rivoluzione francese. Il libro è costellato di aneddoti basilari per capire lo spirito di un particolare tempo. Ad esempio, nel 1900, la foto di Gaetano Bresci, l’assassino del re Umberto I, non fu pubblicata dai giornali, perché l’anarchico era un uomo bello e molto elegante, e quindi la pubblicazione della foto avrebbe avuto un effetto controproducente sulle masse. Inoltre il regicidio fu organizzato da molti esponenti del movimento anarchico italiano che si erano rifugiati negli Stati Uniti.

Per quando riguarda l’assassinio di Giulio Cesare, fu sicuramente uno degli eventi più significativi della storia romana. Però bisogna anche sottolineare che «tutti e 23 i congiurati che lo hanno assassinato  muoiono, o suicidi o ammazzati». La guerra civile si dipanò in una lotta crudele e fratricida e durò quindici anni. Ottaviano eliminò il suo vecchio alleato Marco Antonio e dalla Repubblica nacque l’Impero. Oltretutto, delle 23 coltellate dei senatori romani, solo una risultò fatale, come risultò da una rapida autopsia (oggi le autopsie non vanno più di moda). Quindi anche nell’antichità i senatori romani non amavano assumersi nessuna grande responsabilità personale.

Il tema dei conflitti di potere e del tirannicidio è in realtà molto in linea con le radici del pensiero filosofico occidentale. Per i Greci «l’assassinio del re è sinonimo di coraggio e di eroismo». Tra gli studiosi cristiani il tirannicidio trova alcuni sostenitori autorevoli: Tommaso D’Aquino (il fondatore della scolastica) «difende non solo la disobbedienza a una autorità assoluta e tirannica, prendendo per esempio il comportamento dei martiri cristiani sotto l’Impero romano, ma anche “la ribellione di colui che libera il proprio paese uccidendo un tiranno» (p. 17). Il cardinale Roberto Bellarmino fu ancora più radicale: «Come è lecito resistere al papa che vi assaltasse la vita, così è lecito resistere a lui, quando invade le anime o turba la repubblica, e molto più se tentasse distruggere la Chiesa; è lecito resistere a lui col non fare ciò che impone». A loro volta, due scrittori famosi come Thoreau e Tolstoj, ammettevano la fondamentale necessità della disobbedienza civile, e della lotta contro i governi totalitari, senza però ricorrere alla violenza estrema e assoluta come l’omicidio.

Per quanto riguarda Mussolini, che sopravvisse a ben quattro attentati, riporto semplicemente una sua riflessione, consegnata alla storia attraverso l’intervista del suo amico giornalista Ivanoe Fossani: «Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani. Se non fosse stato così, non mi avrebbero seguito per vent’anni» (l’intervista fu pubblicata solo alcuni anni dopo la morte del duce). Mussolini cavalcò lo spirito dei tempi della storia, seguito dalla classe dirigente italiana. Ma in realtà lo spirito dei tempi non ha mai avuto nessun vero padrone. La Storia segue i cicli di nascita, maturazione e morte di determinate istituzioni e di alcune consuetudini sociali.

La parte più interessante del libro riguarda sicuramente la Rivoluzione francese e il ruolo imprevedibile di Robespierre, finito ghigliottinato dal meccanismo rivoluzionario che aveva creato. Le sue parole pronunciate davanti all’Assemblea nazionale prima della sentenza di morte nei confronti del re sono le seguenti: «Detesto l’idea della pena di morte, e nei confronti di Louis non provo sentimenti di amore né di odio. Quello che odio sono i suoi crimini». Per Robespierre il re vivo rappresentava un pericolo minaccioso insuperabile per la neonata Repubblica (p. 113). La decisione era assolutamente impensabile prima di allora: non esisteva l’autorizzazione a processare un re e la cosa era stata semplicemente impensabile dal punto di vista legale.

Giunti a questo punto è importante riportare una precisazione fondamentale dell’Autore: «Che cos’è una rivoluzione? Oggi siamo abituati a sentire questa parola fuori contesto. Spesso si parla di rivoluzione pacifica. Ma la rivoluzione per definizione non può essere pacifica. Una rivoluzione è un’improvvisa accelerazione della Storia, per la quale un cambiamento che avrebbe richiesto decenni avviene in pochi mesi, a volte giorni» (p. 120). Generalmente una rivoluzione segue una fase politica in cui chi governa viene pervaso da un delirio di onnipotenza estremo e disgregante.

Comunque Cavezzali si chiede giustamente perché le persone distanti dai potenti obbediscono ai dettami del potere. Probabilmente non esiste una sola risposta. In ogni momento storico le motivazioni possono cambiare. In base a quello che ho visto accadere in Italia posso suggerire che quasi il 90 per cento delle persone è in grado di vedere solo i piccoli vantaggi a breve termine e non riesce a capire i grandi svantaggi a lungo termine delle direttive governative. Ovviamente anche i continui effetti ipnotici dei grandi mezzi di comunicazione di massa sono diventati sempre più potenti e onnipresenti. La pressione mediatica agisce a più livelli: TV, radio, quotidiani, riviste generiche, riviste scientifiche, riviste specializzate e i vari siti delle associazioni professionali.

Naturalmente esiste anche una forma di “pulsione” all’obbedienza, inserita nella psiche umana, che serve come stabilizzatore sociale, poiché induce le persone a seguire le leggi, le regole e le direttive dei superiori senza farsi delle domande scomode, anche quando le azioni diventano pericolose e disumane, come ha dimostrato l’esperimento attuato dallo psicologo sociale Stanley Milgram nel 1961. La banalità del male descritta da Hannah Arendt si potrebbe sintetizzare così: commettere un’azione disumana senza passare dalla riflessione. In effetti, «sono stati commessi crimini terribili in nome dell’obbedienza, in misura maggiore di quanto ne siano stati commessi in nome della ribellione« (Charles Percy Snow). In molti casi «Obbedire è più facile che disobbedire, perché la coscienza può sempre far ricadere la colpa delle proprie scelte (anche obbedire è una scelta) su qualcun altro». Già nel 1849 il filosofo Henry David Thoreau «scrisse che gli uomini si “autoingannano” per amore di comodità» (p. 11).

Tuttavia in alcune epoche, «lo spirito dell’uomo può entrare nella storia e trasformarla, dirigerla, modificando perfino gli assetti più radicali delle istituzioni sociali. Ed è da questa grande intuizione che prendono piede le rivoluzioni politiche, comprese le decapitazioni di re, che dal Seicento osserviamo in tutta Europa: l’Io si erge a principio agente» (Gabriele Guzzi, Contro Golia, 2020, p. 78). In questo momento esistono pochi imperi finanziari e familiari che utilizzano alcune multinazionali come eserciti personali per conquistare l’egemonia in molte nazioni del mondo. L’unico modo per difendersi è quello di attivare uno sciopero degli investitori e dei consumatori (molti meno quotidiani comprati e meno prodotti e servizi acquistati da poche multinazionali).

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