Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).
Recensione a F. Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud, Donzelli Editore, Roma 2025, pp. 96, € 18,00.
Ci sono dei momenti nella vita in cui l’oppressione del senso, del dovere, del lavoro, all’improvviso sparisce, regalando un tempo di sospensione e di libertà quasi insperato. Sono attimi nei quali l’urgenza di dover attribuire a ogni costo un significato a ciò che facciamo d’un tratto evapora, si dissolve, e si vive in una grazia dolcissima. È il tempo della vacanza, ad esempio, di un malanno lieve e passeggero, di un ritardo a un volo da prendere, di una birra con gli amici, di un bel film avvolti dall’oscurità indistinta di un cinema. Da un punto di vista strettamente formale, provando a usare un lessico di ontologia dell’esistenza, si tratta di quei momenti in cui il peso di essere un io con un valore nel mondo viene meno, e ci si libra in una trionfante leggerezza metafisica.
Credo che sia questa la tonalità esistenziale che vuole narrare questo libro di Felice Cimatti, il racconto di una giornata di luglio di caldo record, appunto la giornata più calda dell’anno che dà il titolo al volumetto, durante la quale, smaltita una riunione della solita burocrazia che avvince la vita tra le sue spire protocollari, si può trovare il tempo e la libertà per respirare, per riappropriarsi di una dimensione della vita originaria, persino atavica e ancestrale. Per motivi professionali, l’autore divide la propria vita tra Roma, sua città natale e nella quale vive, e Cosenza, presso cui ha sede la sua università. A separarle, l’autostrada più bella d’Italia, la A3 (o A2), che congiunge il resto della Penisola con la sua identità più meridionale, apprezzata dice Cimatti spesso e volentieri solo da coloro che questo Meridione hanno dovuto lasciarlo, oppure che periodicamente vi fanno ritorno, da vacanzieri o nostalgici dimidiati.
Sarebbe veramente sciocco cogliere in queste pagine lo sforzo, persino disperato, di chi si trova costretto ad attribuire un senso a ciò che in fondo non lo possiede, a individuare tratti di bellezza in contesti che non lo meriterebbero, poiché degradati, dimenticati, dove il Sole battente ha finito per corrompere ogni cosa, e dove l’altro Sole, quello della civiltà e del progresso, rifugge i propri raggi. Come fa a trovarsi senso e pienezza in quel Sud lato sbagliato delle cose? Letta con altri occhi, la giornata filosofica di Cimatti parrebbe l’esito nefasto di una malattia prolungata, quella appunto del Sud, come la chiamava Van Gogh, che annulla l’esistenza portandola al suo grado zero. Si legge infatti, in queste pagine, che l’autostrada, nelle cinque ore che servono all’autore per portarlo alla sua meta, rivela l’essenza più profonda delle cose, rappresenta un viaggio mistico in cui non è tanto ciò che si ottiene a contare bensì il tragitto compiuto, il senso stesso della ricerca e dello spostamento. È un inoltrarsi, un addentrarsi, penetrare insomma in una realtà che conserva ancora il mistero della relazione tra l’umano e il mondo, e cosa, soprattutto, sia il mondo senza l’umano, lontano da quella modernità divorante e spesso spaventosa che fagocita ciò che dell’umano invece deve rimanere. È la vita commune di cui parlava Campanella, altro filosofo meridionale. In verità questo è il modo in cui il Meridione ti tocca, perché, dice Cimatti con sincera gratitudine, «il Sud mi ha toccato» (p. 8), in un tipo di contatto profondo, autentico, dando l’occasione di rivelare ciò che altrove rimane nascosto, nonché un’esperienza esistenziale in cui l’io che è nel mondo conosce una relazione più vera, vicina al palpito segreto delle cose.
Il viaggio di Cimatti verso Sud inizia con l’imbocco dell’autostrada fuori dal Grande Raccordo Anulare, e prosegue percorrendo quella che definisce, come detto, l’autostrada più bella d’Italia, immersa nel silenzio, nella meditazione, dove l’unica traccia umana rispetto al circostante è solo il tracciato che si segue in macchina. Si tratta di «una bellezza di cui pochi, però, sembrano accorgersi. La bellezza è invisibile. O meglio, la bellezza è così troppo visibile che non riusciamo a vederla. Il viaggio a Sud comincia con una bellezza insopportabile» (p. 13). Una bellezza così potente e spiazzante che si è costretti a chiudere gli occhi, a contenerla con lo sguardo, per non farsi sopraffare.
Ma non è un viaggio nella povertà e nell’arretratezza, essendo pur sempre l’autostrada già di per sé un segno della modernità e del cosiddetto Antropocene, l’umano cioè che modifica con la propria presenza nel mondo il resto dell’ambiente che lo circonda. Il fatto è che «attraverso il suo asfalto screpolato dal gelo e dalla neve riusciamo a scorgere la miseria e l’arretratezza del moderno. Nella A3 non vediamo l’arretratezza del Sud, vediamo piuttosto il Sud rimosso e nascosto dietro ogni Nord» (p. 21). Potremmo dire che quella del Sud, per Cimatti, è un’esperienza del negativo, come un andare dietro alle cose, noumenica persino, alla volta di una verità altrimenti inaccessibile dell’esistenza, che in altri luoghi più semplici, più attrezzati, più moderni, non si sarebbe vista. La bellezza del Sud è più difficile, richiede più sforzo e fatica, una bellezza magari meno intensa e sfolgorante (pensiamo per un attimo a quella Roma da cui inizia il viaggio di Cimatti) ma che in cambio dà di più. Per essere ottenuta richiede un surplus, fa spingere oltre, induce a uno scavo maggiore, verso l’attingimento di una verità ulteriore. È il «momento A3» (p. 24), in cui si lascia spazio alla crisi, la si fa essere, e si ritorna all’ideale dell’origine, vivendo così della sola, pura e intatta presenza.
Camminare tra le strade di Cosenza, non appena arrivati, significa comprendersi come tempo incarnato, come tempo che prende addosso la carne che è, e si appaga, si compiace, toccato dalla pienezza del Sud. Per capire che cosa sia il senso del tempo, suggeriva Marc Augé, basta fare una passeggiata nel centro di Roma, dove il divenire, storico e geologico, si può apprezzare e conoscere in tutta la sua purezza. È appunto il senso puro del tempo. Ma il tempo che il Sud fa vedere è un tempo prima del tempo, anteriore a se stesso, prima dell’uomo che è una contingenza in quanto tempo avveduto di sé, ovvero il tempo del mondo, per il quale non serve nessun orologio, solo la coordinazione e la sintonia nell’attimo. È la presenza del solo presente. Giacché, come disse Wittgenstein, vive eterno colui che vive nel presente.
Torna allora il tempo della feria, torna il caldo feroce che ferma la vita e la sospende nell’eterno, nella giornata più calda dell’anno che è un’apertura realmente metafisica, un oltrepassamento che è uno sprofondamento, come il viaggio di Cimatti nel Meridione, che diviene a questo punto un apriori, un concetto puro della ragione, un bellissimo paesaggio della mente pulsante di felicità. È il «Sud profondo, caldissimo e meraviglioso» (p. 55), nel quale le cose e le menti si commuovono per mostrare finalmente la loro anima. Per questo, secondo Cimatti, questi luoghi, tra Calabria, Basilicata e Molise, sono i luoghi più belli d’Italia, e tali sono poiché è una bellezza che fa vedere, è un’opera del mondo che fa vedere il mondo, il sacro, ciò che le religioni chiamano una verità rivelata.
Il compito che si dà l’autore in questa giornata è di sfuggire all’asfissia di ciò che rende opachi i giorni, alla ricerca dunque di un nuovo e più forte splendore. Sfuggire insomma alle prescrizioni, ai calcoli, alle macchinazioni, alla burocrazia, opponendo un’altra fuga, un vagare senza meta, il cui unico obiettivo è quello di perdersi lì dove il mondo è più profondo. «La SS653 finisce incontrando l’A3, ma io non avevo alcuna intenzione di tornare sulla strada “principale”, avevo voglia di sole, di caldo, di terra. Da quel momento, fino al tramonto, mi sono dato la semplice regola di prendere sempre la strada che mi allontanasse dalla via diretta per il ritorno a Roma. A ogni incrocio prendevo allora una direzione laterale. Non avevo nessuna meta, o meglio, la meta c’era, lasciarmi assorbire dallo spazio, dal cielo, dall’aria rovente, quasi irrespirabile» (p. 58). In queste righe, quasi di rivolta e di commozione, si coglie il fortissimo anelito di trascendere l’umano in un gesto di immanenza assoluta, in quel Sud che si rivela allora tutt’altro che come categoria metafisica del sotto, del basso, del peggio, il regresso opposto al progresso che sta sempre altrove e mai qui.
Il Sud fa vivere con gli elementi, in una dimensione in cui il caldo fa fondere i confini in un concetto di unità superiore, un affratellamento ontologico, un abbraccio tra il sé e il mondo a seguito del quale non c’è nessuno dei due ma soltanto la loro assoluta coordinazione. Per la durata di un giorno libero, e quindi fresco nonostante tutto, l’io diventa mondo, supera la crisi della sua presenza, oggettivandosi in ciò che lo supera, riscoprendo il mondo che giace sopito dentro il sé. Un mondo perduto che il Sud riporta alla superficie della conoscenza.
Come un abilissimo fenomenologo, Cimatti dà le parole a questa sospensione del mondo per ritrovarlo più pienamente al proprio interno: «Avrei voluto sedermi per terra, ma l’asfalto scottava troppo. Non passava nessuno, c’era tutto il tempo per una foto in mezzo al mondo. Solo io, e l’infinito Sud bollente. Ma non è vero che fossi solo, c’era la strada, la macchina, le balze solcate dall’erosione, alberi, macchia verde, qualche animale nascosto, un predatore che dall’alto mi avrà osservato. Essere solo non vuol dire mai essere davvero soli, significa che non ci sono alla vista altri umani, ma c’è comunque il mondo, infinito e paziente» (p. 63). La presenza del mondo si esibisce quando quella dell’io si eclissa, permettendogli di emergere in tutto il suo splendore, nella gloria della physis, di cui diventa parte, elemento, sguardo silenzioso. «E il mondo, di colpo, scoppia in tutta la sua assordante potenza. Il sole, il caldo, la terra che brucia, l’aria che torna» (p. 63).
L’esperienza integralmente metafisica di Cimatti ha quindi questo esito: il Sud che consegna il nostro essere alla verità di noi stessi, al di là di qualunque sterile e pernicioso antropocentrismo, di una burocrazia che spesso deruba la vita del suo tempo proprio, dell’astrazione dalla fisicità sempre più presente in questi tempi segnati dal digitale-artificiale, delle sofferenze quotidiane, delle amarezze, dei turbamenti, delle angosce, delle difficoltà che pur affliggono un territorio complesso e dai molti problemi: «Ecco allora perché ero scappato dalle carte e dai numeri per respirare l’aria rovente del Sud: per essere un corpo. Finalmente. Ci vogliono 47 gradi perché un io riesca a dimenticarsi di essere un io, per permettersi di diventare finalmente un corpo. Ossia per diventare un pezzo qualunque di mondo. Il Sud è il mondo. Per questo la salvezza è nel Sud, cioè negli occhi neri di un meraviglioso cane bianco» (p. 75). Il Sud, insomma, come enigma metafisico dell’essere e della presenza.
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