Emanuele Francesco De Luca si è laureato in Lettere e Beni Culturali presso l’Università della Calabria, dove sta attualmente completando il ciclo magistrale della facoltà di Archeologia.

Domande sull’imperatore Claudio

Può la mente umana basarsi su quanto viene scritto dai cronisti dell’antichità? È tutto riportato senza alcuna influenza di natura politica, sociale, economica? Si è mai corso il rischio di studiare alcuni eventi ingigantiti o riscritti secondo la visione dello storiografo di turno?

Sono soltanto alcune delle numerose domande che lo storico si ritroverà ad affrontare nel suo quotidiano confronto di fonti antiche. Dove di certo dovrà farsi spazio tra i numerosi filoni di ricerca e i diversi processi storici che attribuiranno allo studio intrapreso ognuno una propria interpretazione. Cercare e distinguere il vero dal falso. E tante volte corriamo il rischio di imbatterci in un vero e proprio dilemma. Specialmente se lo studio in questione tratta la vita dell’imperatore romano Claudio.

Consegnato alla storia per il suo aspetto fisico, le sue relazioni, le sue virtù. Non riconosciute dal mondo romano e motivo di scherno per numerosi cronisti dell’epoca. In una delle tre lettere scritte da Augusto per Livia e riportate da Svetonio nella biografia di Claudio, il princeps scrive: «Il povero ragazzo non ha fortuna, giacché nelle questioni serie, quando il suo spirito non è turbato, si vede affiorare a sufficienza la nobiltà del suo animo».

In particolare, ad ispirare questo elaborato è stata una lettura casuale di uno dei tanti scritti di Lucio Anneo Seneca, l’apokolokyntosis. Un’opera satirica, leggera e capace di solleticare i miei dubbi sull’immagine di quest’imperatore. In quest’opera lo storiografo mette in evidenza –naturalmente con l’ironia caratteristica delle opere satiriche – alcune caratteristiche personali e gran parte dell’operato dell’imperatore. Nel Proemio si legge: «Che sia accaduto in cielo il giorno 13 di ottobre un nuovo anno, inizio di un età felicissima […]». La stessa ironia che aveva spinto l’autore alla costruzione di quest’opera – conoscendo il susseguirsi degli eventi – conduce il prosieguo di questo studio ad una semplice considerazione, e cioè che Seneca sarebbe stato vittima della stessa ironia, non conoscendo ciò che gli sarebbe capitato in quell’età che definisce felicissima, ovvero l’ascesa di Nerone a causa del quale il filosofo stoico si sarebbe infine dovuto togliere la vita. Ma veniamo a Claudio.

“La caricatura d’uomo”, come veniva definito da sua madre Antonia, salì al potere al suo cinquantesimo anno d’età dopo la brutale morte di suo nipote, Caligola. Gli storici nel narrare la salita al potere di Claudio, si soffermeranno su alcune azioni che vengono reputate buffe, confuse e non appartenenti alla dignitas di un vero romano. Scrive Svetonio: «Respinto, insieme con tutti gli altri, dagli aggressori di Caligola, che avevano allontanato la folla con il pretesto che l’imperatore voleva restare solo, egli si ritirò in una stanza chiamata “ermeo”; poco dopo, spaventato dalla notizia dell’assassinio, si trascinò sulla vicina terrazza e si nascose dietro le tende tirate davanti alla porta». Ora, se cerchiamo di render reale quanto riportato da Svetonio, basterebbe immaginare di trovarsi in un palazzo della Roma imperiale, essere al seguito della corte dell’imperatore, poi venir allontanato e qualche ora più tardi scoprire della congiura dell’imperatore, che tra l’altro è anche suo nipote.

Sicuramente in altri contesti Claudio non avrebbe avuto la possibilità di uscirne vivo da quel palazzo. L’uomo avrebbe incontrato la morte. E incredibilmente tutto questo non accadde per un semplice motivo: parte dell’equilibrio su cui reggeva il potere imperiale stava cambiando. Diverse furono le cause, una fra tutte il potere detenuto dalla figura dei pretoriani che da quel momento in poi avrebbero ottenuto sempre più un ruolo determinante nella politica delle successioni. Continuando ad ascoltare quanto dice Svetonio: «Un soldato che correva da tutte le parti, aveva scorto per caso i suoi piedi e, curiosi di sapere chi ci poteva essere, lo stanò dal suo nascondiglio, lo riconobbe e, mentre Claudio atterrito gli si gettava ai piedi lo salutò come imperatore».

Roma si trovava nelle mani di una persona colta, istruita e con la speranza di poter dimenticare gli anni di tirannia sotto l’impero di Caligola. Svetonio ci riporta che, consigliato dallo storiografo Tito Livio, in adolescenza iniziò a scrivere una storia romana. Compose in greco due storie, quella dei Tirreni, in venti libri, e quella sui Cartaginesi, in otto. Scrisse inoltre una difesa di Cicerone. Dunque è con immensa utilità che deve essere presa questa fonte. In Svetonio ritroviamo un’azione che potrebbe mostrare un po’ di luce sulla biografia di questa figura maldestra tramandataci dalla storia. Che l’autore sia stato un intellettuale, filosofo o anche semplice appassionato del mondo della cultura dovrebbe essere materiale di studio per rivalutare la figura di Claudio. Tenterà persino di apportare novità nell’alfabeto latino con l’introduzione di tre lettere, di cui l’uso sarà abbandonato poi con la morte dello stesso.

Purtroppo di tutti questi scritti non ci è giunto niente. Ma anche questo, probabilmente, non sarebbe stato necessario per farsi apprezzare dalla storia. E a quanto pare sotto la sua guida l’impero romano stava per affacciarsi su un importante territorio, la Britannia. Probabilmente in cerca di gloria e consensi, l’imperatore Claudio riprese quanto già avviato da Giulio Cesare riuscendo nell’impresa di annettere parte di quel territorio. In seguito il successore, secondo Svetonio, avrebbe avuto l’idea di ritirare le truppe perché «non fu mai preso in nessun modo né dal desiderio né dalla speranza di accrescere e di estendere l’impero». Ma, evidentemente, anche questo non venne reputato opportuno per far accomodare l’imperatore al tavolo di quelli che la storia aveva reso dignitari di una successione. Indipendentemente dalla figura occupata, ogni imperatore ricopriva un determinato ruolo. Ma occorre indagare, non stancarsi mai di confrontare, cercare e capire come leggere un’immagine costruita su difetti e congetture. Non fermarsi mai all’apparenza perché è bastato poco, molto poco per capire che quando tramandatoci sia, sì vero, ma abbiamo capito che c’è anche dell’altro, che probabilmente modificherebbe non poco l’immagine che oramai la storia ci ha trasmesso, ma che trovo giusto ricordare.

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